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sabato 2 marzo 2013

Camping 5 stelle

La minaccia che purtroppo non è fantasma



L' Urban Dictionary definisce il termine camping come "the Act of staying in one spot in a map in a first person shooter videogame to gain a tactical advantage over an enemy or group of enemies. The person committing the act of camping is the camper". Poi continua commentando che c'è molta controversia riguardo alla rispettabilità di tale stile di gioco: per alcuni è intelligente e strategica, per altri è semplicemente da codardi, per non dire da stronzi ("my 50 year old mother could get that score camping like him and she's never played before")Il termine si è esteso poi per altre situazioni al di fuori della sfera videoludica, entrando così nel quotidiano pur mantenendo il significato: il soggetto rimane immobile in una posizione di vantaggio per lui e di assoluto fastidio per gli altri: "Man I gotta go take a shit" "Well, don't go camping because I still have to take a shower".

Evidentemente questa strategia è particolarmente apprezzata da Beppe Grillo, che infatti ha girato tutto il Paese con il camper (ho avuto l'onore di toccare la maniglia del mezzo quando è venuto a fare il suo show a Crema; mi ha ridato la vista e una connessione a 6 mega). "Voteremo legge per legge", dicono, e già li vedo, annidati nei loro seggi come cecchini sui monti virtuali di Call of Duty mentre prendono la mira su ogni giocatore che passa, su ogni avversario politico che propone qualcosa che non va a loro genio. La comodità di questa tattica è manifesta, e per l'appunto il camping fa incazzare tutti gli altri players, soprattutto quando sono costretti a passare da quelle parti, vuoi perché è l'unico corridoio per andare da un luogo ad un altro, vuoi perché è esattamente il punto di ripristino quando il nostro personaggio muore e viene rigenerato dal videogame (e qui, il camper è veramente un codardo bastardo). Ora si deve eleggere un governo: non ci sono altri passaggi, non ci sono alternative, Ma il Movimento pare non voler prendere iniziative, e limitandosi a "valutare legge per legge" pare non promuovere il proprio programma con disegni di legge scritti di proprio pugno.

Però in Sicilia il camping grillino funziona! E grazie al cazzo, alle regionali è il popolo a scegliere il presidente, eletto con o senza stabilità nel Consiglio. In parlamento no, il premier è nominato dai partiti. E qui sembra venir fuori un'altra strategia del 5 stelle, ovvero negare la fiducia a qualunque soluzione proposta dagli altri partiti (PD, PDL, e Monti) costringendoli a tre strade alternative:

1) il governissimo PD-PDL, che fa venire la diarrea a zampillo anche al più disinteressato di politica.
2) votare nuovamente.
3) dargli le chiavi di tutta la baracca e dire e alzare bandiera bianca.

In ogni caso il Movimento 5 Stelle non ha che guadagnare in fatto di consensi: da chi ha già molti dubbi sul PD e sulla Lega e da chi non ha vinto con Ingroia e altri. A meno che non esista la quarta prospettiva, quella che io non riesco a cogliere ammettendo, dopo la differenza tra quanto prevedevo e quanto è accaduto, che di politica non ci capisco un cazzo di niente. Mi consolo che non sono solo; a farmi compagnia ci sono cariolate di giornalisti e opinionisti. Non ricordo più chi l'ha detto, ma la frase seguente è per me il simbolo di queste elezioni che hanno fatto cadere tutti dal pero:

"Tutti, tutti ma proprio tutti i giornalisti danno i risultati al Senato in percenutale su scala nazionale. E' da qua comincia il declino."




Dan Marinos

domenica 20 gennaio 2013

Casomai ci fossimo dimenticati dei bilanci dei partiti





Qualche settimana fa Salvini, consigliere comunale a Milano ed europarlamentare della Lega, affermava ai microfoni del TG3 che parlare dell'ennesimo scandalo di senatori corrotti era parlare del nulla. L'esponente maggiore della Lega in Lombardia argomentava tale nullità spiegando che il bilancio del Carroccio era stato certificato da una società di revisione di alta reputazione (per altro americana, quindi non legata alle trame di un partito italiano) e che nulla di sbagliato, o illegale, era emerso dai controlli. Ovviamente l'intervista si chiudeva con la solita tesi della bomba ad orologeria date le elezioni imminenti.
Ora, che tale argomentazione sia sbagliata in tutti i sostantivi, verbi e aggettivi utilizzati da Salvini, non stupisce ma fa comunque girare le palle: 1) PricewaterhouseCoopers ha effettuato una revisione parziale, limitata ad alcune voci del bilancio del partito, in accordo con la Lega stessa. 2) La revisione contabile non certifica alcunché, né garantisce la correttezza di bilancio. 3) La revisione parziale ha interessato il bilancio di partito, non dei gruppi parlamentari, regionali o altre sezioni locali. 4) Altro che correttezza, la relazione di PwC ha fatto emergere "criticità nella gestione pregressa". 5) A parte il fatto che PwC è inglese e non americana, ad effettuare la revisione non è stato certamente l'ufficio di Londra bensì uno italiano, di Milano o Roma.

Questo è un ulteriore esempio di quanto prendere per il culo gli elettori sia uno sport praticato a livello professionistico da molti politici italiani. Un'attività che prevede fasi di riscaldamento nei momenti a basso livello d'attenzione mediatica, come nel caso dell'intervista di Salvini, per poi scatenarsi in veri campionati nazionali della panzana, nei giorni in cui le prime pagine vomitano scandali e gli opinionisti si stracciano le vesti. E' qua che si vedono i fuoriclasse che sanno destreggiarsi egregiamente tra investimenti in Tanzania e grandi feste nelle periferie romane. 

Oggi viviamo in un periodo di calma, per cui le notizie circa i rendiconti dei partiti e dei gruppi parlamentari o regionali passano in secondo piano. E' quasi per culo infatti, visto che evito la sezione "Norme e tributi" del Sole 24 Ore manco fosse un esame alla prostata, se ho letto questo articolo, dove il giornalista informa i lettori dell'evoluzione legislativa a seguito degli scandali autunnali in Lazio e Lombardia. In sintesi, dal 2013 il controllo sui rendiconti dei gruppi consiliari nelle varie Regioni spetterà alla Corte dei Conti, mentre l'introduzione di revisione esterna è a discrezione della singola Regione. E' il caso per esempio del Piemonte, che nel legge 16/2012 obbliga i partiti a presentare entro il 20 febbraio al Presidente del Consiglio Regionale la nota di rendicontazione, correlata dall'opinion di un revisore dei conti non scelto ma assegnato a sorteggio. A proposito del rendiconto, questo è standard per tutte le regioni, e si trova a questo link: notare che la sezione di Gatteo a Mare del Club Alpino Italiano predispone un bilancio dotato quasi della stessa "complessità": ancora più imbarazzante è notare la somiglianza con quello che la legge imponeva ai partiti nazionali nel 1974, e che fallì miseramente il proprio compito di trasparenza ed accountability. Posto comunque che è comprensibile la scelta di contabilizzare tutto per cassa e non per competenza, fa  rabbrividire il pensiero che su un foglietto striminzito, senza alcuna spiegazione integrativa, possano passare le centinaia di migliaia di euro che i gruppi si trovano in mano; e per quanto sia apprezzabile il divieto di trasmissione di denaro tra gruppi consiliari e partiti politici, fa ridere l'elenco di spese accettabili, soprattutto quelle per "attività istituzionale", laddove non esiste alcuna definizione stringente che spieghi cosa sia e cosa non sia un'attività istituzionale. 

Siamo sempre al solito punto, che non verrà mai risolto da questa classe politica: introdurranno nuovi formulari, più o meno dettagliati, colorati, disponibili su internet, firmati dal revisore o dal Papa, ma sempre privi di principi contabili severi e inderogabili che rendano tali documenti migliori della carta con cui vengono avvolte le caldarroste del baracchino in Piazza Duomo (castagne tra l'altro che potremo mangiare soltanto nell'inverno del 2014, visto che le leggi si applicheranno ai rendiconti del 2013; quelli dell'anno passato, così carico di scandali e illeciti, sono infatti esentati dal nuovo e presunto migliore controllo contabile).

Ma tranquilli, non crediate che l'anno appena iniziato non sarà ricco di scontrini a tre zeri per cene istituzionali, festini culturali e prestazioni sessuali di rappresentanza. Anzi, facciamo una scommessa: chi sarà il prossimo che urlerà alla classica bomba ad orologeria?

Dan Marinos 

domenica 6 gennaio 2013

Fermare il Declino può dire di più


Voglio votare per un partito di schifosi pervertiti omosessuali infedeli che non hanno rispetto per la Vita e  sono a favore dell'assassinio legalizzato che è l'aborto e l'eutanasia (e che non siano capeggiati da Vendola). E' chiedere troppo?


Differenziamo, in maniera semplice e sintetica, il politico dal tecnico in quanto il primo appartiene ad un movimento o partito che ha concorso alle elezioni. Per questo Monti  è stato un tecnico ma non lo è più da qualche giorno, mentre Berlusconi pur nascendo imprenditore è stato ed è tuttora, evidentemente, un politico.

Lo stesso ragionamento si applica per Fermare il Declino, che per ora si è meritato i miei migliori auguri. Il movimento di Giannino annovera tra i suoi aderenti un numero significativo di docenti universitari. Se, come appunto spero, molti di loro dovessero essere eletti in parlamento e nei consigli regionali, ai loro curricula dovrà essere aggiunto la voce “politico” tra le esperienze professionali.

Una seconda differenza tra tecnici e politici è la vastità della gamma di obbiettivi per cui vengono chiamati ad operare. Monti è stato scelto per salvare letteralmente l’Italia dal tracollo economico, e per questo motivo ricorderemo il suo governo per le prese di posizione circa fiscalità, pensioni e struttura dell’apparato statale. Nulla invece è stato fatto riguardo ai diritti civili, che per quanto abbiano riflessi di tipo economico, appaiono decisamente più legati al dibattito politico tra partiti che all’imposizione di esperti di settore.

 Vengo al punto: se FID (o meglio, FFID – Fare per Fermare il Declino) è un movimento politico, mi attendo una posizione ufficiale che si estende a tante e diverse tematiche. Ad oggi, è chiara l’opinione di Giannino sui temi prettamente di mercato, e con uno sforzo veramente minimo si riescono a trovare altre informazioni e dichiarazioni  anche sui temi di educazione, sanità, e giustizia. Mancano però all’appello i diritti civili. Il campanello d’allarme circa una possibile confusione interna al movimento era suonato dentro di me a ottobre, quando al comizio tenutosi in Piazza San Fedele a Milano Zingales si era scagliato violentemente contro la Chiesa e Giannino era poi intervenuto a tranquillizzare i cattolici presenti. All’epoca non mi ero tuttavia inquietato più di tanto, visto che pur se non si sbilanciavano (vuoi anche per motivi di tattica politica), avevo ed ho la sensazione di sapere come la pensino Boldrin & Co. riguardo a matrimoni gay ed eutanasia. In più ad ottobre il movimento era nato da poco, per cui ancora molto c’era da costruire; così ho silenziato l’allarme ritardandone l’attivazione per il periodo elettorale. Ieri, a poco più di un mese dalle elezioni, l’allarme è tornato a suonare.

Mentre aspettavo con calma zen i 72 numeri davanti a me nell’ufficio ASL di Via Doria, ho fatto un giro sul sito di FFID. Considerando che sia il manifesto che le 10 proposte principali si concentrano sui temi di mercato, lavoro e peso dello Stato, ho pensato che qualcosa si poteva rintracciare direttamente nel forum: in altre parole se gli esponenti di spicco ancora non si sono sbilanciati riguardo ai diritti civili, ho supposto che esistesse almeno un sottobosco di iscritti e attivisti che ne discutevano. Ho dunque navigato nella sezione “altri temi” e catalogato le tematiche toccate, segnandomi il numero di post attivati e le risposte totali per ciascun argomento. Questo il risultato:

Mi si perdoni la pochezza grafica di questa tabella, ma non sono né uomo di ricerca né di marketing.

Gli utenti del forum si sono innanzitutto scatenati, per ora, su come comunicare meglio l’immagine e le proposte del partito, su come migliorare le pubblicazioni del sito internet, sull’attivazione di nuove piattaforme, su come organizzare le sezioni del movimento; è un risultato assolutamente sensato, data sia la rapida crescita di FFID sia la vicinanza con le elezioni. Altrettanto vivace è il dibattito sulle possibili alleanze e l’analisi della concorrenza (su tutti quella di Monti). Più calme invece sono le tematiche di politica estera (sia questioni comunitarie che sui conflitti mediorientali), sulla sanità e sul mercato energetico. Infine un mucchio di thread poco attivi, un po’ perché già inclusi negli spazi del forum specifici (vedi il tema sul fisco e sulle liberalizzazioni). E per quanto riguarda i diritti civili e quegli altri temi che spesso soffrono di subordinazione alle ideologie?

Due proposte di dialogo inerenti l’introduzione di codici etici nelle PA e nella politica non sono state affatto raccolte dagli utenti del forum. Miglior sorte è toccata ad un dibattito sul ruolo della Chiesa in Italia, dove le risposte all’OP sono state 8, ma ruotano tutte attorno ai due insipidi motti “libera chiesa in libero Stato”  e “date a Cesare quel che è di Cesare”. Certo, qualche folle azzarda un “eliminiamo l’8Xmille”, un altro chiude un piccolo trattato sull’importanza della Chiesa nella cultura italiana con un “pace e bene”.

Un altro thread, infine, è introdotto da:

una forza che si propone di governare questo Paese in modo credibile, oltre che di economia, fisco, finanza pubblica, giustizia e welfare dovrebbe interrogarsi anche sui temi etici e dei diritti civili! Fare x FilD su questi temi non si è espressa in modo chiaro! Facciamo lo noi qui!.

Subito è seguita la risposta del moderatore:  

attenzione ai temi etici ed i diritti civili, sono argomenti da trattare con le pinze. Purtroppo sono argomenti che implicano il parlare su cose meno concrete di economia, tasse e debito pubblico. Il rischio è che si accendano flame assolutamente evitabili e si ecceda nelle discussioni.Negli ultimi 20 anni i temi etici ed i diritti civili sono stati "armi di distrazioni di massa" con i quali si è spostata la discussione verso argomenti ed argomentazioni capziose e futili ( non ho mai assistito ad un dibattito non ideologico su questi temi ). Quindi lasciamo aperta la discussione, ma richiediamo agli utenti la massima cura nel NON offendere l'altro e non affrontare ideologicamente la discussione. Se vedremo che la discussione esce dagli schemi del rispetto delle opinioni altrui e dalla buona creanza e civiltà che contraddistingue questo forum ci vedremo costretti a chiudere la conversazione.

Forse preso dalla paura di dire qualcosa, qualsiasi fosse, nessun utente ha proseguito nel dibattito.

Per poter votare in piena serenità ritengo sia necessario conoscere quanto sia vasto lo spazio delle tematiche raccolte dalla linea di pensiero del movimento. Non è accettabile che questo sia puramente ed esclusivamente specializzato in un settore – per quanto rilevante – privando il futuro parlamentare di una guida imposta dalla democrazia interna del partito, dai risultati delle indagini e discussioni presso i suoi elettori. Perché se può essere facile far passare i diritti civili ed altre tematiche “ideologizzabili” in secondo piano data la crisi economica, non si può negare a molte di loro la medesima importanza di una patrimoniale o di una liberalizzazione del settore farmaceutico. Perché comunque sia anche i diritti civili, dal matrimonio gay, all’eutanasia, all’8Xmille, hanno riflessi prettamente economici che sarebbe giusto venissero approfonditi o denunciati dagli accademici del movimento. Perché se in parlamento ci sarà un gruppo numeroso di politici appartenenti a FFID, esso dovrà essere solido sia di fronte alle leggi di stabilità, sia di fronte agli emendamenti per l’introduzione della pillola abortiva. Perché i governi sono caduti per una manciata di voti e l’assenza di una linea ferrea facilita l’emergere di Scilipoti e addirittura li legittima.

Per trovare piacevolmente nuovi punti d’incontro, o scoprire terribili verità antiliberali, l’unica cosa da fare è scrivere sul forum, confrontarsi e domandare spiegazioni.

E vaffanculo alla moderazione: nessuna pietà per i baciapile.

Dan Marinos



Aggiornamento alla data di pubblicazione del post:
Sarà che è il giorno del Signore, ma il thread sui rapporti col vaticano si è arricchito di due nuove risposte:  una è di un seminarista in odore di sacerdozio, e l’altro è di un utente che nega l’ingerenza del Vaticano e della Chiesa all’interno dello Stato.

Cominciamo bene. 

domenica 9 dicembre 2012

Saper dirsi addio.




Dove se n’è andato George W. che vinse ben due mandati? Dov’è Gerhard, sostituito dalla prima cancelliera? Dove sono Tony e Jaques, uno amico di Veltroni e l’altro di Berlusconi? E cosa n’è stato di Bill, che mentre lavorava cadde nel tranello della segretaria? Davvero, porca miseria, dove diavolo sono finiti? Di certo non dormono sulla collina, anzi: qualcuno è presidente di fondazioni umanitarie, uno è rappresentante dell’ONU in Medio Oriente, altri hanno assunto ruoli importanti in gigantesche multinazionali. In ogni caso si tratta di un bel riposo rispetto a ciò che li ha fatti entrare nella Storia, a dimostrazione dell’esistenza di una regola non scritta ma fondamentale e molto semplice: raggiunto il vertice della carriera politica (that is, essere capo dell’esecutivo) non si può più tornare indietro, ma solo uscire dal gioco. 

In Italia però questa regola non esiste. In Italia nessun ex-primo ministro (ma proprio nessuno) ha mai visto apparire la scritta Game Over sulla schermata, anzi, hanno sempre inserito il gettone prima che scadessero i dieci fatidici secondi. Senza per altro riuscire a migliorarsi, macché: semplicemente, gettone su gettone, han dormito perennemente sulle comode poltrone del Parlamento o dei vari Ministeri dispersi sulle colline di Roma.

Ieri sera si è liberata una stanza nella tranquilla casa di riposo per politici, accanto a Sarkozy e Brown: il nome sulla porta dice “Riservato: Monti”. Un uomo che sembrava conoscere bene la regola che fu rispettata dai suoi colleghi inglesi, francesi e spagnoli. Un tecnico che ha salutato tutti dopo che un partitucolo ha giocato al “non dico che ti sfiducio ma neanche che sto dalla tua parte”, pensando di avere a che fare con un Andreotti o un Prodi qualsiasi. La prima reazione è stata di stima, nonostante i gravi errori commessi dal suo esecutivo. La seconda è stata di dubbio: ha detto addio o arrivederci? Non si è capito. Forse ha detto semplicemente “ciao belli”, che per me vuol dire “ci vediamo all’inferno” ma che De Bortoli sul Corriere traduce in “Ora sono libero di decidere se diventare politico a tutti gli effetti”. Rispetto a quest’ultima interpretazione, è assolutamente vergognoso vedere che il direttore del più importante quotidiano nazionale non sappia – o non voglia sapere – che la storia non dà mai ragione ai sequel, alle ricomparse, alle minestre riscaldate, per quanto affascinanti e romantiche possano essere. Come può una voce così importante del giornalismo italiano dimenticare il vomitevole ritorno di Shevchenko al Milan, nessun goal su 18 partite?  Come può tacere su Freezer, un nemico che ci aveva fatto sudare per ben 70 puntate di Dragonball Z ma che nel 118° episodio decide di ritornare sulla terra per essere sconfitto nel giro di dieci minuti con un colpo di spada – non riesco nemmeno a dirlo, da quanto mi imbarazza –da parte di Trunks?

E se di metafore, paragoni e citazioni è stufo Monti, è stufo De Bortoli e siete stufi voi lettori, lasciatemi quest’ultimo appello rivolto al dimissionario: si ricordi che in Bocconi è vietato rifiutare un giudizio e ritentare l’esame.

Dan Marinos

P.s.: Monti mi ha già risposto con un sms. Dice: “e a me che cazzo me ne frega a me, sono senatore a vita.”

domenica 25 novembre 2012

Registi, dirigenti e dirigismi.



Da piccolo non capivo il ruolo del regista nei film. Generalmente non è lui che recita, che prepara le luci, che scrive la sceneggiatura, che disegna i cartoni animati, che prepara la scenografia, che inserisce gli effetti speciali, che sistema l’audio e che scrive la colonna sonora. Perché fosse così importante e ricevesse così tante attenzioni durante la notte degli oscar, era un mistero.  Allo stesso modo non riconoscevo il ruolo specifico del regista nel calcio: il difensore ostacola gli avversari, le ali corrono e crossano, i centrocampisti la passano agli attaccanti che segnano (tranne nel caso di Larrivey). Succedeva quindi che a fine partita i commentatori Sky dessero il premio del migliore in campo a Pirlo (e non Kakà, o Inzaghi), e io non capissi il perché, visto che, trotterellando lì davanti alla difesa, mi era del tutto invisibile. Gattuso per lo meno uccideva le persone.

Ho da poco finito di guardare Twin Peaks, la serie tv primi anni ’90 di David Lynch. E’ stato uno sforzo indicibile. Non tanto per i temi allucinanti e le scene non-sense, ma per la confusione assurda che ha reso elevata, ai miei occhi, la percentuale di puntate noiose o inutili  rispetto a quelle geniali e spettacolari. Il motivo di questa volatilità nella qualità pare sia dovuta al fatto che, a metà stagione, Lynch abbandonò il suo ruolo delegandolo ad alcuni suoi apprendisti, salvo poi riprendere in mano le redini verso la fine della serie. A proposito di registi che abbandonano, è da due stagioni che guardo il Milan passare in sequenza dallo schema di gioco “palla ubriaca di passaggi”, a “palla lunga a Ibra”, e infine a “cosa essere palla?”. Guardo in alto e vedo la Juventus, nei miei ricordi di adolescente grande squadra di muratori, oggi portata a passeggio da Pirlo.

E allora capisco il ruolo del regista.

La grande accusa che viene rivolta alla classe dirigente è quella di aver soddisfatto la fame di liberalizzazioni e privatizzazioni del prezioso, favoloso, meraviglioso patrimonio industriale pubblico. Solo che guardando le relazioni d’interesse delle imprese apparentemente privatizzate, dalle evidenti partecipazioni azionarie alle più celate modalità di assegnazione di incarichi e commesse, vengono forti dubbi su quanto si sia effettivamente tolto dalle mani dello Stato. La confusione regna sovrana, con Paragone che, incalzato da un Boldrin che chiedeva l’esempio di una vera e cattiva liberalizzazione, cita “lo statuto dei lavoratori” (minuto 1:00). Misteri e confusione, che portano ad analisi non-sense come questo video. Insomma, la sottrazione di attività economica dalle mani dello Stato comporta sull’italiano una paura legittima. E’ innanzitutto qualcosa fuori dalla sua cultura, e i risultati dei pochi, grandi e storici esempi di liberalizzazione in Italia fanno accapponare la pelle.

Da un lato dunque non piace l’idea di uno Stato dirigista (indipendentemente dai risultati che ottiene), dall’altro si teme una privatizzazione operata in maniera volutamente “a cazzo di cane”, con sottotrame nascoste, inutili e dannose. Non rimane dunque che uno Stato che diriga sapientemente la fine di sé stesso nel ruolo di protagonista nell’impresa. Un ottimo regista insomma, che faccia un bel piano quinquennale di dismissioni intelligenti, una programmazione economica “negativa” così solida e inderogabile da tranquillizzare il cittadino.

Bene dunque chi scrive chiaro e tondo dove agire, ripetendo che Trenitalia non è privata, né Enel, e per poco nemmeno Parmalat. Ma poche persone sono disposte a leggersi gli studi di Banca d’Italia, di Harvard o dell’Istituto Bruno Leoni. L’elettore base sa poco o nulla di rete, distribuzione e sistema di tariffe del gas. Certo dovrebbe saperne di più, ma esistono elementi comuni ad ogni liberalizzazione che egli deve necessariamente sapere subito: quali sono le qualità che deve avere il vincitore? Deve rinunciare ai licenziamenti? Deve essere italiano o può essere straniero? Deve pagare di tasca propria o può indebitarsi fino all’osso? Deve garantire i prezzi scelti ho può fare aumentarli per remunerare il proprio capitale? E chi, esattamente, garantirà che la scelta tra i candidati sia davvero la migliore?
Per molti esperti in materia queste domande appaiono scontate, per l’insegnante di letteratura e il ferroviere non lo sono.


Dan Marinos


Ps: Forse vi pare un articolo serio, tristemente serio. In effetti sembra scritto da un incrocio tra Michele Serra, Gramellini e Daria Bignardi. Meriterei le botte per questo. Ma guardate l’ironia, in fondo. La questione Milan-Juve è stata scritta prima del fischio finale di dieci minuti fa, che ha sconfessato tutta la tesi di questo pezzo. E, nonostante tutto, godo.

sabato 22 settembre 2012

Controllo sui rendiconti dei gruppi parlamentari: ma di cosa stiamo parlando?





Mi ero ripromesso di non scrivere per un po’ sui bilanci dei partiti, visto che la tesi l’ho finita e durante la sua stesura il blog ne ha risentito parecchio, venendo in parte trascurato e in parte monopolizzato dall’argomento. Poi però è accaduto qualcosa che mi ha fatto andare il sangue negli occhi ed eccomi qua a rinnegare quanto mi ero imposto.

Camera, stop ai controlli esterni sui bilancio, così titolava il Corriere quattro giorni fa. Leggendo la notizia, ho pensato in un primo momento di sacrificare me stesso a Montezuma, che il giorno prima avevo giusto giusto consegnato in maniera irrevocabile la mia tesi sull’audit esterno ai partiti. Poi, già col pugnale in mano, mi sono accorto che l’articolo faceva riferimento al bilancio dei gruppi parlamentari, che sono cosa ben diversa dai partiti. Purtroppo, proprio mentre mi accingevo a spegnere la sacra pira dove avrei dovuto lanciarmi per suggellare il sacrifizio, su internet e sui giornali divampavano altri roghi alimentati un po’ dal solito qualunquismo becero, un po’ dall’innocenza del non conoscere la normativa in materia (visto per esempio che della nuova legge 96/2012 quasi nessun giornale ne ha parlato). Risultato: il caos e la rabbia cieca hanno impedito di riflettere su quanto veniva proposto in Parlamento, e in particolare non sono stati analizzati adeguatamente due punti particolari: i soggetti coinvolti e l’esatto funzionamento degli strumenti di controllo tanto richiesti. Vediamo di chiarire le cose, cominciando dai primi.

I proiettili vaganti dell’indignazione han colpito due categorie di forze politiche: i partiti (divisi in sede nazionale e sezioni regionali) e i gruppi (parlamentari o regionali). I primi sono associazioni non riconosciute la cui contabilità è regolata da una legge ordinaria; l’ultima è la già citata 96/2012, che tra l’altro impone il controllo esterno sui bilanci delle sole sedi nazionali. I secondi invece sono elementi funzionali degli organi legislativi dello Stato, ovvero il Parlamento e il Consiglio regionale; generalmente rappresentano l’unione dei membri appartenenti al medesimo partito politico (definizione comunque non completamente corretta, vista l’esistenza del Gruppo Misto). Essendo parte del sistema legislativo, essi devono sottostare ai regolamenti dell’organo di appartenenza e non alle leggi “normali”, così come gli uffici interni di un’impresa si comportano nel rispetto delle regole aziendali. Esistono dunque differenze evidenti tra partiti e gruppi: da un lato ci sono enti autonomi determinati innanzitutto dal codice civile, dall’altro ci sono alcuni componenti di diritto pubblico che, assieme ad altre parti complementari (per esempio i Presidenti delle Camere, le Commissioni, le Segreterie, gli uscieri e i portaborse...), sono ritenute necessarie al funzionamento di un determinato organo statale.

Per quanto riguarda il secondo punto, ovvero la revisione contabile esterna, bisogna subito definire l’obbiettivo della stessa. Ebbene, NON è compito degli auditors quello di trovare le frodi né quello di evidenziare uno spreco di denaro. A loro spetta invece verificare che i bilanci siano stati scritti nel rispetto dei principi contabili stabiliti dalla legge. Da questo punto di vista, sarà già difficile effettuare controlli al massimo dell’efficienza sui bilanci dei partiti (o meglio, delle loro sedi nazionali), visto che i principi contabili loro imposti sono pochi e nient’affatto stringenti. I dubbi aumentano ancor di più riguardo al lavoro da svolgere sui rendiconti dei gruppi parlamentari, i cui principi contabili non esistono ancora e che, come per i partiti, non saranno dettati da enti professionali come l’OIC ma dagli Uffici di Presidenza delle Camere (art. 15-ter del potenziale nuovo regolamento).

La domanda principale è se sia davvero utile in questo caso il controllo esterno. E’ per esempio necessaria la presenza di un auditor affinché alcune parti della macchina statale non buttino nel cesso i soldi che sono stati dati loro per le loro attività caratteristiche? A mio parere no, perché se così fosse allora si dovrebbero applicare le stesse misure sui rendiconti di altri organi come la Presidenza della Repubblica, il Consiglio dei Ministri, la Corte dei Conti e il CSM. Si tenga in considerazione poi il fatto che i gruppi sono parte di un’istituzione, il Parlamento,  e che quindi sarebbe più sensato una revisione sul bilancio di quest’ultimo, così come l’audit viene fatto sulla totalità di un’azienda e non solo sull’ufficio riparazioni/ricambi.

Un’altra domanda importante è se i gruppi debbano ricevere soldi dal Parlamento o dalla Regione. Questo discorso esula dal dibattito tra finanziamento pubblico o privato, ma deriva dalla constatazione che per svolgere l’attività di competenza dei gruppi è probabile che bastino gli uffici, i servizi e il personale dipendente che gli organi statali rendono già loro disponibili gratuitamente. Se mai fosse necessario denaro liquido, dovrebbe a quel punto essere il partito di appartenenza a trasferire risorse, e non lo Stato. Ed è qui che serve il controllo esterno, che non può limitarsi alle sedi nazionali ma deve estendersi anche alle sezioni regionali, dove si annidano pericoli ben più gravi del peculato (come nel caso di Penati).

Dan Marinos   

lunedì 17 settembre 2012

La traversata del deserto (da sinistra a destra)




Io, Dan Marinos, vostro fratello e vostro compagno nella tribolazione della tesi, mi trovavo al mare, in pausa dalla parola della segreteria universitaria e della testimonianza resa al mio relatore. Rapito in estasi, nel giorno del Signore, udii dietro di me una voce potente, come di tromba, che diceva: «Quello che vedi, scrivilo in un libro e mandalo alle sette Chiese: a Efeso, a Smirne, a Pèrgamo, a Tiàtira, a Sardi, a Filadèlfia e a Laodicèa.» Ora, come mi voltai per vedere chi stesse elencando le famose ruote della lotteria ebraica, vidi che la spiaggia era divenuta un deserto tanto vasto che i miei occhi non ne vedevano la fine.

Spinto da un istinto che non comprendevo, cominciai a camminare verso una direzione ignota e dopo pochi passi notai che attorno a me era solo sabbia, e sopra di me solo cielo. Intimorito, ma ostinato, proseguii finché vidi una sagoma avvicinarsi alla mia sinistra. Mi fermai; era un uomo solo, seguito da numerosi fratelli suoi. Giuntomi vicino, mi disse: «Ecco, noi eravamo vicini al comunismo. Guardaci ora, che attraversiamo il deserto per congiungerci alla vera fede e sostenere lo scudo crociato in un progetto politico programmato al successo. Unisciti a noi, e sostieni Moro.» Io guardai negli occhi quell’uomo oramai lontano dal tempo e rifiutai. Il gruppo si allontanò verso le dune che portavano al monte Iri, e dopo poco scomparvero alla vista.

Proseguii per un tempo infinito, sempre senza sapere il perché del mio cammino. Giunsi in un’oasi, e qui incontrai me stesso, adolescente: «Ricordati dei tempi delle superiori» disse il mio Io teenager, «quando tutti ti davano del comunista solo perché l’alternativa era essere un giovane padano, fascistello o disinteressato. Tu non sei mai stato comunista, appellativo idiota creato dalle altre categorie, e tuttavia hai comunque appoggiato le battaglie etiche della sinistra italiana. Ricorda: la destra è cattolica e berlusconiana. Fermati e redimiti.». Io guardai i suoi capelli, lunghi, biondi e boccolosi, e la sua felpa che sembrava una tunica perché di una taglia settanta volte sette più grande del dovuto. Poi, quando credevo fosse arrivato il momento di sedermi e riposare, vidi in lontananza un uomo. Spinto dalla curiosità mi allontanai dall’oasi, sordo dei richiami di me stesso. 

Il personaggio indossava un vestito colorato costoso, e scarpe straniere del colore del vestito. Portava un berretto grigio sulle ventitré, sotto l'ascella aveva una canna nera, con un pomo nero a forma di testa di can barbone. Dimostrava una cinquantina d'anni. La bocca storta. I capelli erano scappati dalla testa per rifugiarsi, ispidi e terrorizzati, sulla mandibola. Pensai fosse un inglese, o al massimo un tedesco per via dei guanti che portava, nonostante il caldo. Socchiuse gli occhi e mi disse: «Non c’è bisogno di presentarsi, già mi conosci. Leggevi il mio blog quando votasti contro il referendum sull’acqua pubblica. Ascoltavi la mia voce alla radio e su youtube quando mostravo l’andamento del debito pubblico a seconda dei governi italiani. E settimana scorsa, al sondaggio telefonico, ha risposto che l’unica lista che – forse – voteresti è “Fermare il Declino”. Possiamo attraversare il deserto insieme, e giungeremo a destinazione in un attimo.».

La mia mano, da sola, si mossa verso la sua. Le dita quasi si toccavano, quando vidi il suo anello a forma di teschio indiamantato. Improvvisamente ci fu come un violento terremoto. Il sole divenne nero come sacco di crine, la luna diventò tutta simile al sangue, le stelle del cielo si abbatterono sopra la terra, come quando un fico, sbattuto dalla bufera, lascia cadere i fichi immaturi. Il cielo si ritirò come un volume che si arrotola e tutti i monti e le isole furono smossi dal loro posto. Allora quattro grandi volti angelici apparvero dall’oscurità più totale, fissandomi con severità e disprezzo. Parlai per primo, affermando di aver visto la sagoma dell’uomo e che tutto quello che stava accadendo mi spaventava. Loro, schernendomi, dissero: «E’ solo un povero ragazzo, risparmiamogli la vita da questa mostruosità!» Li implorai di lasciarmi andare, che non m’importava più nulla, ma loro divennero ancora più furiosi urlarono con voci potenti come trombe: «Nel nome di Dio no! Non ti lasceremo andare!» Piansi, e mentre le lacrime quasi cadevano sulla sabbia dissi: «Vi prego, lasciatemi andare, è stato Belzebù a mettere quel demone al mio fianco!».

E la parola ormai sfinita si sciolse in pianto, ma la paura dalle labbra si raccolse negli occhi semichiusi nel gesto d'una quiete apparente. E io, piano, posai le dita all'orlo della mia fronte: quindi pensai che l’incubo era comunque meglio di Fassina al Ministero dello sviluppo economico.

Dan Marinos

lunedì 3 settembre 2012

PD: Poveri Dentro (ovvero della mancanza di regole contabili per i partiti)



Se il Partito Democratico fosse una società per azioni, osserveremmo i suoi azionisti pendere da una trave come i salumi del reparto gastronomia; sulla scrivania nessun messaggio d’addio, soltanto il bilancio 2011 dell’associazione guidata da Bersani. E’ stata forse registrata una perdita clamorosa? No, anzi, il conto economico chiude in utile di 5 mln rispetto alla perdita di 43 mln del 2010. La causa è invece da ricercare nello stato patrimoniale, dove l’attivo è passato da 184 mln ad appena 33 mln, un crollo di più dell’80%; specularmente il patrimonio netto è sceso da 125 a 25 mln e i debiti da 61 a 6 mln. Dove diavolo sono finiti quattro quinti di partito? Sarà mica che Berlusconi – top player sul mercato dei parlamentari – ha comprato Bersani, Fassina, Renzi e D’Alema? Oppure è stata qualche casa farmaceutica a fare un takeover sui rottama tori, per poi testarli sui linfonodi di qualche roditore? No no, niente di tutto ciò! Semplicemente sono spariti tutti i crediti che il PD vantava nei confronti dello Stato per i contributi elettorali.

PD: Poveri Dentro! potrebbe titolare un quotidiano come Libero. Le cose ovviamente non stanno così e il partito, nonostante questa incredibile liposuzione, non è sul lastrico. Semplicemente il tesoriere, Antonio Misiani, ha deciso di cambiare le regole di contabilizzazione dei contributi. Ha fatto bene? Ha fatto male? Vediamo un po’ cos’è successo.

Sappiamo tutti che i rimborsi per le spese elettorali non sono calcolati sulla base di quanto effettivamente speso ma sui voti ottenuti, per cui nelle casse delle formazioni politiche entra sempre più denaro di quanto ne esca effettivamente. Per questo motivo sembra che quello fornito dallo Stato sia un vero e proprio finanziamento (che il referendum del 93 aveva abrogato). Ad ogni modo, secondo la vecchia legge 157/1999, i pagamenti per i rimborsi elettorali – che il Parlamento versa a rate annuali  –  dovevano interrompersi qualora la legislatura fosse finita in anticipo. Questa norma, che puntava a contenere i trasferimenti ai partiti, era assurda da un punto di vista concettuale: trattandosi di rimborsi, non si capisce infatti il perché dell’interruzione visto che il partito ha già subito tutte le uscite per la campagna elettorale. L’apparente nonsense può essere compreso solo se – di nuovo –  si considera il contributo come un finanziamento all’attività operativa; in questo caso il blocco dei pagamenti ha ragione d’esistere nel momento in cui cessa tale attività, ovvero la presenza delle liste in Parlamento.

Poi, nel 2006, la svolta. Con la legge n.56 è stato deciso che i pagamenti dovevano continuare anche a legislazione finita in anticipo. Questo è stato fondamentale per il PD che, non esistendo fino al 2008 , è potuto crescere soprattutto grazie ai soldi che La Margherita e i DS incassavano per la quindicesima legislatura (2006-2008). Nei bilanci queste entrate (essendo riferite alla copertura delle spese per la campagna elettorale) venivano correttamente considerate di competenza del primo anno della legislatura e in contropartita si generava un credito (free-risk) nei confronti dello Stato. A furia di elezioni politiche, regionali ed europee lo stato patrimoniale del PD si è, naturalmente e giustificatamente, gonfiato a dismisura.

Nell’estate del 2011 è però stata ripristinata la condizione imposta dalla 157/1999, e il tesoriere del PD si è trovato davanti a un bivio. Da una parte mantenere il principio di competenza, e tuttavia accettare che i crediti  soffrano il rischio “scioglimento Camere”; siccome ad ogni previsione di perdita nell’attivo si associa un fondo di copertura, si pone quindi il problema di come valutare tale rischio. Chi decide quanto sia instabile una legislatura, il partito stesso? No, non è oggettivo. Un esperto (come gli avvocati che giudicano le possibilità di sconfitta in un processo)? Non esiste. Dall’altra parte, come scelto dal PD e da altri partiti, si può cancellare tutti i crediti e passare al primitivo principio di cassa (segnare nei ricavi solo la rata incassata), con conseguente sgonfiamento del bilancio e perdita di informazioni per il lettore.

Io non ho alcuna facoltà di indicare la scelta migliore, ma certi punti fondamentali appaiono ovvi. Nessuno legge il bilancio dei partiti per farci degli investimenti, né tantomeno per trarre conclusioni politiche e decidere chi votare (sarebbe comico se si votasse a seconda della performance reddituale o della solidità finanziaria). Ciò però non significa che questi documenti siano inutili, e che possano quindi essere redatti scegliendo a piacere tra una lista di principi contabili lunga come il campionario Pantone. E’ anzi la totale assenza di regole e, in generale, una normativa ricca di ridondanze e lacune che trasforma erroneamente il bilancio un manifesto politico e che permette di dire, parafrasando i dittonghi primordiali di un noto dirigente politico, “che i partiti possono buttare i soldi dello Stato fuori dalla finestra”.

Dan Marinos

domenica 8 luglio 2012

Più che un taglio vorrei una piega




Sono andato a farmi tagliare i capelli, e per quest’estate dovrei essere apposto. Sono contento perché ho pagato solo 10€ per un taglio ben fatto; considerando che a Crema si paga tra i 18€ e i 20€, direi che si tratta di una di quelle mitologiche riforme a costo zero o quasi. Devo ammettere però che c’è stato da litigare tra me e il barbiere; tutto è iniziato quando mi è stato chiesto che tipo di acconciatura volessi. Io ho detto che una sistemata sarebbe bastata, giusto per non patire il caldo estivo.
– L’importante è che non sia un taglio da prete.
– Va bene, ho capito – ha detto l’uomo: –Tagliamo il 20% dei superiori e il 10% di quelli base.
Io mi sono girato, che non credevo di aver capito bene. Lui prontamente mi ha aggiunto:
– E se vuoi mandiamo quelli vecchi in mobilità.
Continuavo a non capire, quindi gli ho semplicemente detto che bastava che me li accorciasse un po’, senza inventarsi delle cose strane. Lui mi ha guardato come se avessi detto qualcosa di estremamente offensivo, quasi ad insultare la sua onestà intellettuale di parrucchiere:
– No – ha sibilato digrignando i denti: –Stavolta sarà un taglio importante, storico.
A quel punto mi sono seriamente spaventato delle sue intenzioni, perché non avevo intenzione di andare in giro con la testa che sembrava il culo di un matto. Ho fatto per alzarmi dalla poltroncina ma sono stato bloccato dall’assistente, una donna con una fessura tipo salvadanaio incisa tra le sopracciglia:
– Sono troppi! Troppi! Guardali, sono più della media europea. Addirittura quelli sulla nuca sono di più che quelli in Inghilterra!
Nel frattempo il barbiere mi ha annusato i capelli:
– E senti qua, profumo di balsamo e shampoo! Che spreco di fringe benefits, tutto ciò altro non fa che consumare la base, il cuoio capelluto, minacciando la crescita del lungo termine. Cosa vogliamo diventare, pelati?!
Lo ammetto, le loro argomentazioni erano piuttosto convincenti e stavo per cedere volentieri la mia chioma alla loro rivoluzionaria hair review. Tuttavia, per curiosità, ho chiesto quale fosse la loro strategia per bloccare la crescita dei capelli e mantenere per sempre con il modello ottimale. Il barbiere, che aveva già le forbici in mano, mi ha guardato sicuro di sé:
– Te l’ho detto, tagliamo il 20% di qua e il 10% di là. Poi sistemiamo questa parte con un po’ di mobilità e al massimo accorpiamo quelli dislocati unendoli con un po’ di gel.
– Ho capito che me li tagli, ma non basta. Sono capelli, sono destinati a crescere comunque. Servono azioni sul sistema vero e proprio. Perché crescono? Come vengono assunti? Chi li assume? E perché qua sotto continuano a crescere peli superflui, mentre la stempiatura avanza paurosamente? Insomma, lo facciamo un bell’intervento anche sulle politiche d’inserimento e sulla governance dell’amministrazione? Altrimenti il taglio non serve a un cazzo e a Settembre sono di nuovo qua.
– Politiche? Governance?...Questi tagli ti faranno risparmiare un sacco, otterrai l’efficienza desiderata. E’ un taglio che è stato imposto dalla moda europea.
– Ma quale moda europea! In Grecia hanno tosato un sacco di persone per poi trovarsi altri 70.000 capelli coltivati di nascosto da qualche irresponsabile pro-Crescina in cerca di consensi. Senti, dell’efficienza che dura un mese non me ne faccio niente, più che un taglio voglio una bella piega, di quelle che portano davvero l’efficienza, sia sul corto estivo che sul lungo invernale. Ce l’hai un’alternativa da propormi?
Mi ha guardato con uno sguardo mezzo triste mezzo vuoto e a sussurrato:
– Beh…Oddio…ci sarebbe il taglio da prete.
– Ancora? Vabbè dai, vada per il taglio da prete. Che cazzo però eh, finisce sempre così! 

Dan Marinos

lunedì 2 luglio 2012

Il discorso di Bob Kennedy è una cagata pazzesca!

Bob è felice, ha scoperto un modo per rafforzare la solidità dei valori familiari. E' tra le gambe della Monroe.


Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l'arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani... "Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea", scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l'anima e l'esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizzione: PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica al netto delle tasse + saldo import/export. 

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: "Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone". Ma l'errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull'inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. "Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l'obiettivo principale è la crescita (del PIL)?". Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; egli dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick. 


I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d'informazione, per l'emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull'onestà della pubblica amministrazione, sull'intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l'orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere. 

Dan Marinos

lunedì 4 giugno 2012

I bilanci dei partiti politici

I bilanci dei partiti politici in attesa del timbro del revisore.

Siete a favore del finanziamento pubblico ai partiti o preferite che questi ricorrano esclusivamente a donazioni private? Temete il rischio che il primo ministro diventi suddito di una grande impresa o aborrite l’idea che i politici sperperino a nostre spese per fini prettamente personali? Io non sapevo prendere posizione su questi punti, e non sapendo da che parte stare procrastinavo. Finché venni illuminato: in economia (ma si può applicare la cosa anche in altri campi) quasi tutti i problemi provengono da difetti d’informazione. L’asimmetria informativa non è una cosa che insegnano per raccontare storie divertenti tra manager truffaldini e coccolosi azionisti di minoranza: è una cosa che distingue i costi che si paga volentieri per ottenere un valore aggiunto (un bene come il computer o un servizio come il trasporto aereo) da quei costi che si farebbe volentieri a meno di pagare ma che, alla fine, si pagano sempre. Lo si fa perché c'è bisogno di qualcuno che ci dia quelle informazioni in più necessarie per prendere decisioni, o che almeno certifichi la verità di quei dati e dichiarazioni che abbiamo in mano. E in realtà quel ciuccia-cicuta di Socrate, che si gasava di non sapere, ci aveva visto giusto: finché non sappiamo, come possiamo prendere decisioni? Da questo punto di vista, è quasi meglio continuare a procrastinare. Ritornando alla domanda sul finanziamento ai partiti, perché dibattere sulla questione quando, in entrambi i casi, si otterrebbe la soluzione sbagliata? Questo perché non si hanno informazioni affidabili su come i partiti utilizzino tali soldi, su come vivano, su come operino: i bilanci ci sono, è vero, ma non si può sapere se siano fogli utili per la scrivania o per il gabinetto. E una via di mezzo - com'è la situazione ad oggi - non è ammissibile.
   
Partiamo dal principio: cosa sono i partiti. Giuridicamente si tratta di associazioni non riconosciute, terminologia che include entità piccine come il Club dei Pescatori del Fosso dietro Casa Mia e giganti come la CGIL. La disciplina dei partiti era dunque innanzitutto affidata a qualche generico articolo del Codice Civile, dopodiché si è provato ad arricchire la normativa aggiungendo una manciata di leggi, approvate nel 1974, nel 1981, nel 1993, nel 1997 e infine nel 1999 (salvo piccole modifiche e referendum vari, ma tanto contano poco o un cazzo). Si noti come prima cosa che la disciplina sui bilanci era ed è soltanto un corollario al tema principale, cioè il finanziamento pubblico, anziché essere una condizione a priori (tanto che la legge si rivolge ai partiti "che beneficiano dei sussidi previsti": cosa accadrebbe dunque ad un partito che rifiutasse tale favore?). Di regole alla contabilità poi, giusto un pizzico: è vero, le voci di conto economico e stato patrimoniale sono specificate dalla legge, ed è richiesta una nota integrativa e la relazione della gestione. Tuttavia ogni partito è libero di scriverli come meglio ritiene, e non sto parlando solo di come vengono valutate per esempio le partecipazioni (fosse solo quello, leccherei una tigre infuriata) ma addirittura di quale principio contabile debba essere usato: di cassa o di competenza, la scelta è lasciata agli amministratori, che la possono cambiare di anno in anno alla faccia della chiarezza di bilancio.
Si capisce che una piccola lista come “Cristianamente riprendiamo a parlare”, vincitrice alle amministrative nel comune Tricarico, possa anche evitare di usare il principio di competenza economica per via della pochezza dei propri numeri. Ma una soglia che discrimini chi debba seguire quale principio potrebbe aprire più dilemmi che soluzioni definitive (ne dico una: nessun partito si candiderebbe alle amministrative ma userebbero piccole liste civiche mascherate, che tanto ora vanno di moda). E' allora evidente che c’è bisogno di un sistema di controlli serio e affidabile, che sappia capire il perché il PDL ha un patrimonio netto negativo di 7.5 milioni di euro. Oggi i controlli sui conti dei partiti sono di due livelli, uno interno e uno esterno. Quello interno è affidato ad una specie di collegio sindacale, composto da tre revisori scelti dal partito. Nessun problema, il fatto che i controllori siano nominati dal controllato avviene anche nelle società commerciali: peccato che questi dovrebbero essere minimamente indipendenti, e non segretari di alcune sedi locali del medesimo partito. Siccome che, in assenza di revisione esterna obbligatoria, la responsabilità nella regolarità cade sul collegio, ci sarebbe da sperare che assieme a Belsito siano indagati anche i sindaci della Lega Nord. E invece le comiche: pare che l’amministrazione del Carroccio abbia falsificato le loro firme da anni!
Ma passiamo al secondo livello di controllo, quello rappresentato da un comitato di revisori nominato dal Presidente della Camera. A loro spetta il compito di verificare che i bilanci pubblicati siano formalmente corretti, ovvero che tutto sia indicato come negli schemi previsti da legge. Questo vuol dire che non possono né devono verificare la correttezza dei numeri, anche perché solo l’anno scorso sono stati depositati a occhio e croce una cinquantina di rendiconti (vedi qua).  Una piccola perla poi, che ancora non so se è stata risolta o se è rimasta (ma scommetterei di no): nonostante ogni base logica, i bilanci dovrebbero essere pubblicati entro il 31 Gennaio, e depositati alla commissione entro il 28 Febbraio. Ditemi in quale altro settore un documento viene reso disponibile prima del controllo: nemmeno per gli articoli del peggior giornalino pastorale si usa questa prassi. In questi giorni in Parlamento si discute (e in parte, si è approvato) un progetto di riforma dei finanziamenti ai partiti; pare che l’audit passerà dalle mani della commissione attuali al triumvirato dei presidenti di  Corte dei Conti, Consiglio di Stato e Cassazione. E’ lampante che questi tre possono – legittimamente – non sapere nulla di revisione contabile, per cui mi aspetto di veder nascere una nuova inutile commissione.

Perché allora non usare i servizi di una società esterna di revisione? Sono competenti, sono indipendenti se disciplinate a dovere, sono dotate di risorse umane e materiali che permettono di investire tempo e denaro in controlli di sostanza. Qualcuna di loro ha già avuto a che fare con i partiti e i loro bilanci: KPMG ha aiutato le indagini nello scandalo Lusi e PwC revisiona da tre anni il bilancio del PD. Ma ad oggi l’opinion di un revisore esterno vale ben poco, perché la frase standard “il bilancio è stato redatto in conformità ai principi imposti dalla legge” non ha alcun significato dal momento che per i partiti non ci sono veri principi contabili. Di conseguenza il revisore chiamato su base volontaria si alleggerisce del tutto di una responsabilità che è già comunque un pelo minore rispetto a caso della revisione legale. 

Conclusione: sapete chi ha i bilanci pubblicati sul sito del Parlamento (pagina web a prova di idiota) anzichè su numeri sconosciuti della Gazzetta Ufficiale, tutti revisionati da società/revisori esterni sulla base di principi contabili chiari?
La Germania, guarda un po’.
Dan Marinos

Nota: il post che avete letto è la versione integrale dell'introduzione alla mia tesi di laurea. Dovrebbe essere anche quella definitva, salvo che il mio relatore non chieda più parolacce e meno tecnicismi.

Nota2: ho già depositato il titolo, carissimi, quindi niente furberie.

domenica 15 aprile 2012

Appello cremasco agli investitori esteri.


Egregi Presidenti di Giappone, Cina, Corea del Sud, Israele e di altri Stati che recentemente hanno ospitato il Primo Ministro italiano Mario Monti,

Durante le visite presso i vostri onorevoli Paesi, il nostro Presidente del Consiglio si è speso in grandi parole per convincervi a investire nel nostro territorio. Nella remota ipotesi che egli Vi abbia convinto, non vorrei che Vi trovaste in imbarazzo nel dover scegliere in quale città depositare il seme della rinascita per noi italiani, del successo economico per Voi forestieri e della rinnovata amicizia tra di Noi abitanti di questo bel mondo. Per questo motivo ho deciso di levarvi ogni dubbio ed indicarvi il punto d’atterraggio per il vostro capitale: la città di Crema. Con la seguente lettera non solo Voi, ma anche molti italiani che ad oggi non conoscono questa ridente località e potranno farsi una cultura territoriale un po’ particolare, tralasciando le solite mete turistiche tipo Roma, Firenze e Udine.

Perché Crema? Partiamo con la geografia. Se prendete una cartina dell’Italia settentrionale, individuerete facilmente le principali città della Lombardia, regione ai vertici della produzione industriale e vero laboratorio della modernità: Milano, Bergamo, Brescia, Cremona e Pavia. Ebbene, Crema si trova esattamente nel centro dell’area delimitata da questi capoluoghi di provincia: i più pratici di voi, tipo i giapponesi, avranno già intuito il punto di forza logistico della città che vi sto presentando, a meno di un’ora da tutte i principali centri produttivi e commerciali del settentrione. I più esoterici invece noteranno che, pennarello alla mano, si può tracciare un pentacolo avente come vertici le cinque provincie di cui sopra e con Crema al centro (per gli ebrei invece basta aggiungere Piacenza e si ottiene la stella di David; il nostro territorio è flessibile alle esigenze della cultura straniera). 

Bon, ora che vi ho incuriositi con questo antipasto gusto Voyager passiamo al piatto tanto forte quanto delicato: l’economia della città (con contorno di politica locale). A differenza dei mirabolanti vantaggi apportati dalla nuova versione dell’articolo 18 a Voi illustrata dal Monti, a noi cremaschi non interessa la flessibilità del lavoro: a noi interessa la flessibilità dell’impresa. Gli esercizi commerciali devono poter entrare ed uscire dal mercato in un batter d’occhio, tanto che sono nati i negozi “count-down”: un bel giorno aprono, si fa l’inaugurazione e - puf! - dopo pochi minuti hanno già chiuso baracca! “Hai presente quello che vendeva l’attrezzatura per modellismo navale? Ha chiuso, ho visto ieri che ha aperto una macelleria russa.” Poi il giorno dopo vai per comprarci del buon salame cosacco e ci trovi un salone per la terapia del sale. Sapete meglio di me, cari futuri investitori, che in questi giorni di credit crunch gli orizzonti di investimento si fanno brevi, per cui quale scelta migliore di un negozio "count-down"? 

Sarebbe folle tuttavia pensare di uscire dalla crisi economica senza progetti a lungo termine. “Per uscire dalla recessione bisogna puntare sulla crescita” ha detto saggiamente il mio amico Pierlapalissiando Casini. Per questo motivo, quando verrete a Crema noterete un sacco di cantieri, di palazzi in costruzione e di strade in fase di rifacimento. Mi chiedete se le case poi le vendiamo? Ma che domande, certo che no: ancora ci sono appartamenti sfitti nel quartiere “mezzo berlinese mezzo Côte d'Azur” di Porta Nova e già abbiamo quasi terminato un enorme, bianco e melvilliano palazzo in stile finto-vittoriano proprio di fronte all’ospedale. Ma che importa se non vengono venduti? Di più, che importa se non sono stati nemmeno completati? Il loro scopo è sociale con la “s” maiuscola, va oltre il piano regolatore: è puro Welfare. Da anni si è parlato in Consiglio Comunale di un progetto denominato “cittadella dell’anziano”, ma perché sprecare tempo in progetti quando si può intrattenere il pensionato con i cantieri? Tanto da raggiungere la più bell’opera incompiuta mai vista dai tempi di Anime Morte di Baricco: il sottopasso a Santa Maria per attraversare i binari della ferrovia. Lì, di fronte al nulla, l’anziano viene coinvolto in maniera direi metafisica. 

E la politica? Verrete supportati nelle vostre scelte? Tra meno di un mese ci saranno le elezioni, e avremo un nuovo sindaco. Il liberismo è insito in tutti i settori cremaschi, per cui anche in politica la concorrenza si fa accesissima: 7 candidati sindaco, di cui 3 provenienti da partiti e 4 da liste civiche. Tanto per non far mancare la magia e l’unicità di questa polis, sappiate che le primarie del centrosinistra le ha vinte una tizia del PD, per cui è chiaro che a Crema anche l’impossibile è possibile. L’ultima volta che ci sono state le amministrative la situazione non era così: i candidati erano solo 3. Quello che ha perso non s’è più visto, quello che ha vinto fa il farmacista e il terzo è stato mandato agli arresti domiciliari per aver dato un calcio nel culo al vincitore. E’ evidente che ci siamo evoluti e ci siamo fatti carico delle nostre responsabilità. La crisi economica è stata presa sul serio da ogni cittadino, e sulle ali della sobrietà richiesta da Monti le costose siringhe di eroina sono scomparse dal parco del Campo di Marte lasciando spazio alle bottiglie di birra della Lekkerland. Beh, magari in questo caso “sobrietà” non è la parola giusta, ma certamente siamo tutti più attenti agli sprechi e percorriamo nel quotidiano quella strada verso l’efficienza che le aziende italiane vanno tanto cercando e che solo un vostro intervento potrà illuminare.

Egregi Presidenti di Giappone, Cina, Sud Corea, Israele e tutti gli altri, è dunque evidente l'attrattività che questa città può avere sul vostro grano. Qui tutti attendiamo il vostro arrivo, dal commissario al sagrestano (tranne Don Mauro, quello di CL, che è sparito e nessuno sa che fine ha fatto).

A nome di tutta la comunità Vi ringrazio anticipatamente e Vi porgo i più cordiali saluti: bella lì.


Dan Marinos


Ps: se venite in treno, vi veniamo a prendere noi a Treviglio. Se no ci vediamo alle Agello.