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sabato 23 marzo 2013

State affamati, state pazzi, statemi bene - Messaggio ai laureandi



Una cosa che mi avrebbe gasato moltissimo, ai tempi della laurea triennale, era poter fare il discorso di chiusura di sessione: peccato che per essere selezionati bisognava aver ottenuto il voto e la media più alti tra i presenti in aula (genitori e parenti compresi?), ed io non possedevo né l’una né l’altra. Per la magistrale questa usanza non era prevista, e comunque nemmeno stavolta potevo sperarci. Da questo lunedì si concluderà l’anno accademico 2011-2012 con le ultime sessioni di laurea, a cui parteciperanno persone che ho conosciuto, che ho soltanto incrociato o che disgraziatamente leggono questo blog. A questo punto, visto che non posso aspettare che mi invitino a Stanford a pronunciare “state affamati, state pazzi, statte accuorti”, dedico queste righe a voi, futuri dottori.

Questo è il vostro ultimo weekend da pischelli irresponsabili, e molti di voi saranno chiusi in casa a domandarsi come impostare la discussione: quante slide fare? cosa scrivere? come far entrare tutta la tesi in un monologo da pochi minuti? Citando un’amica: “168 pagine in 10 minuti. Poi mando il mio CV alla Edizioni Bignami.”. Non disperate e pensate che anche i più grandi sono caduti in questa trappola. Mentana, per esempio, prima di ogni servizio lungo appena 180 secondi fa una premessa di mezz’ora in cui anticipa, descrive e trae le dovute conclusioni sull’argomento: poi vi chiedete perché Cairo ha comprato La7 per pochi spicci...

Se avete scritto una tesi con vostri modelli di regressione o sondaggi su campioni di consumatori, state tranquilli e in pace con voi stessi: il 97% delle tesi empiriche contiene dati bellamente inventati pur di ottenere una minima significatività statistica (il restante 4% non si preoccupa invece di sistemare gli errori, che tanto basta laurearsi). Se invece, non sapendo correlare neppure la temperatura dell’acqua con l’angolo di rotazione del rubinetto, avete scritto un trattato dove l’unica cifra presente sono i numeri di pagina (li avete messi, vero?), allora la questione della discussione si fa ancora più difficile: o sintetizzate tutto il lavoro, oppure vi focalizzate sul capitolo più interessante dopo una breve introduzione generale. Scegliete la strategia che preferite, tanto poi il relatore vi interromperà dopo 2 minuti, già annoiato.

Ad ogni modo, tenetevi pronti all’eventualità che un membro della commissione vi faccia una domanda andando a pescare argomenti collegati con la vostra tesi da associazioni assurde. A me è capitato: “Lei dice che in Germania i bilanci dei partiti sono strutturati più come quelli di un’impresa commerciale, mentre in Inghilterra sono semplici rendiconti di associazioni: secondo lei come mai accade questo strano fenomeno, considerando le differenze tra civil e common law?” che per me voleva dire: “Lei dice che la penna è blu: secondo lei è perché il castoro è rosso mentre giugno windows allegria?”.

Ora non voglio spaventarvi, e anzi continuate a ripetere il vostro bel discorsetto per settimana prossima. Il mio consiglio però è di tenervi anche dieci minuti in cui pensare all’ultima volta che siete entrati in università, al vostro primo giorno, alla vostra evoluzione. Io per esempio ho scoperto di aver percorso un cerchio: l’ultimo giorno da studente ho conosciuto una matricola arrogante e nerd che si spacciava per esperta di letteratura e che teneva a dirmi le sue impressioni circa un noto romanzo ottocentesco; ironia della sorte, è stato lo stesso discorso con cui ho stretto la prima amicizia in università. Voi invece potreste aver compiuto percorsi, secondo rette o arabeschi, passando da comunisti a capitalisti, da poeti a frequentatori dei Magazzini (al mercoledì che è gratis), dal “vado a vivere a Londra” a “ho trovato lavoro nel mio villaggio nel sud del Molise” e viceversa. Forse ancora avete pensato che la linea più breve esistente sono due punti adiacenti, per cui siete rimasti gli stessi beoti e le stesse divette del liceo e non chiedete che un pezzo di carta e di tornare sempre a casa per pranzo.

Auguro a nessuno di voi lettori di appartenere a quest’ultima categoria, perché vorrebbe dire che avete vissuto questi tre o cinque anni come semplice contesto, come scenografia di una stasi personale che poteva altrettanto efficacemente essere ambientata in un triste ufficio, in una tabaccheria o sopra una banchisa polare. Prego inoltre che non vi accorgiate mai, magari mentre cominciate a sillabare le prime frasi tipo “mam-ma”, “cac-ca” o “chi-e-de-re fe-ri-e”, di quale concentrato meraviglioso di esperienze e opportunità sia stata l’università; perché mentre per gli altri questo è un ricordo nostalgico e felice, per voi sarà un rimpianto frustrante.

Ma sto moralizzando su una categoria che per altro non esiste, e adesso è ora di andare. Mettete giù i pastelli a cera, sputate il pongo, lavatevi le mani e andate a laurearvi. E che l’obbiettivo sia per tutti lo stesso: laureatevi e vincete il superenalotto.

State affamati, state pazzi, statemi bene.

Dan Marinos


mercoledì 24 ottobre 2012

Della fine dell'Università e dell'inizio delle cravatte





La signora Stradallo disse che i fiori li avrebbe comprati lei. A me andava più che bene, anzi non m’interessava affatto chi avrebbe comprato gli stramaledetti fiori per la sposa, mia nipote, per cui che ci pensassero pure i parenti del suo futuro marito; in quanto a me, avevo già abbastanza da fare per trovare la cravatta che piacesse sia a me che alla nonna della sposa, mia moglie. Dall’armadio volavano serpenti di stoffa multicolore e la fine non sembrava arrivare mai (per quanto fossimo già in ritardo, ma in fondo il pretaccio poteva pure aspettare). Ad un tratto lei me ne porse una che non ricordavo di possedere. Eppure mi era famigliare. Mi avvicinai con discrezione e la presi in mano; fu solo quando la toccai che mi tornò in mente tutto.

Vidi due mani che afferravano un Cucciolone Algida dalla macchinetta al piano terra del Velodromo, che al primo anno c’era perfino il bar e le code infinite di persone che volevano un panino con la cotoletta, e poi mi spostai più in là, prima nei bagni che puzzavano ancora di vomito il mattino dopo il Galà di Natale e lo sciacquone o lo prendevi a calci o ti incidevi la vite sul palmo della mano in stile Padre Pio. Poi vidi gli ascensori che quando arrivavano facevano un suono di gattino stritolato, con la targhetta che indicava il piano incassata nel muro per i geni che pensavano fosse il pulsante per chiamare l’ascensore (gli stessi che poi lo usavano per fare solo un piano: ma cazzo prendi le scale, che l’unica cosa strana che hanno è che non prende il cellulare!). Vidi l’N22, il numero della mia prima ed ultima aula nonché il numero dell’autobus londinese che di notte mi portava a casa dopo aver lavorato in un ristorante con piatti a base di pollo. Vidi le sedie rosso scuro dei box studio, che non potevi rubare ma solo dondolarci e poi ancora un ombrello distrutto a spicchi arcobaleno. La vista ripercorse l’ingresso e riprovai l’escursione termica alle porte del Velodromo, mente Eric Clapton vendeva panini con la compagna di colore in un furgoncino parcheggiato accanto al cancello sul retro di Sarfatti, dove potevi entrare solo bloccando la fotocellula al passare delle auto. L’ingresso tra i leoni, ovviamente, e qualche vignetta che non capivo. Un altro ingresso ancora, cioè il passaggio sotterraneo chiuso dopo la bomba, dove sentivi lo stesso odore delle cucine delle scuole elementari grazie al pavimento in gomma nera che portava alla mensa “dei poveri”, che al primo anno potevi trovare stinco di maiale e couscous, nonché tavoli con sedie (pure quelle non si potevano rubare) su cui era impossibile sedervi senza contorsioni fenomenali, sulle quali stazionavano un paio di vecchi pazzi mentre un inserviente urlava: “Permesso!”. Il sistema in stile DOS dei vecchi punti blu, e i cellulari (e i primi Iphone e Blackberry) che, nelle settimane successive agli esami, emergevano contemporaneamente dalle tasche degli studenti come gli gnocchi nell’acqua bollente, e ancora le venti fotocopie giornaliere a disposizione nell’aula computer, che vietava MSN ma soccombette a Facebook. Vidi gli uffici nascosti dell’università, che per raggiungerli bisognava entrare nel Welcome Desk a sinistra dei leoni, passare attraverso una posta quasi mimetizzata nel muro dietro la scrivania e prendere infine un ascensore supersonico. La folla della giornata di presentazione delle aziende, dove capivi di essere troppo giovane, o troppo impegnato in altro, o troppo vecchio, o già occupato, e allora alzavi le spalle e ricominciava la corsa ai gadget; e soprattutto tutte le persone che avevano già fatto, se non uno stage, un colloquio in più di te (e in triennale, in fondo, bastava averne fatto uno solo) e la sensazione di tutti quei dubbi su cosa avresti dovuto fare e invece no. Le code all’Egea e al CUSL (ommioddio, possedevo una tessera del CUSL!) e tutti i disegni sui libri e le metodologie di studio che cambiavano ogni anno: appunti più sottolineatura a matita, appunti più sottolineatura in rosso, solo sottolineatura, solo appunti, appunti più eserciziario originale, eserciziario fotocopiato più libro, dispensa più appunti più esercizi di quello di classe 11 che ha l’esercitatrice migliore (e bbona), appunti e slides, appunti su slides, solo slides, appunti su papers, slides e papers, papavers e papers…

Quando mia moglie mi urlò qualcosa, sentii fuggire tutto come quando correvo per prendere in tempo il pullman, percorrendo tutto Viale Bligny, passando accanto al Volo, al Blockbuster e a un negozio gigantesco che vendeva stampe di quadri. Per un attimo mi parve di vedere un vecchio, magro, con gli occhiali da sole e i pantaloni tirati su fino alle ascelle che fissava, immobile e in posizione da small soldier la gente che passava fuori dal suo portone, accanto al Darty di Porta Romana.


Dan Marinos


domenica 13 maggio 2012

Hunger Jobs

Una classica immagine da risorse umane. In realtà è una scena tagliata di Hunger Games.


Ieri sera sono andato a vedere Hunger Games. Bello. Personalmente ho sentito molte persone parlarne alla radio ma non ho ancora sentito nessuno che sia andato a vederlo; pare che il film della settimana sia invece The Avengers. Comunque lo ammetto, questo film mi ha fomentato: probabilmente ci ho visto molti più spunti, argomenti e riflessioni di quanto gli autori avessero intenzione di far intendere, ma tant'è.
La trama non è semplice, ma ha infiniti richiami a storie già lette e viste. In un futuro impreciso dodici regioni di una nazione che sa di U.S. sono costrette ogni anno a estrarre a sorte un ragazzo e una ragazza dai 12 ai 18 anni per un tributo. I nominati dovranno combattere in una foresta-arena (ricostruzione che ricorda The Truman Show, dove il sole e la natura sono gestiti da arbitri esterni) finché in vita ne rimarrà uno solo. La lotta ovviamente viene ripresa dalle telecamere, con il regista della trasmissione che è legato strettamente alle volontà del governatore-dittatore (altro che la RAI).

Sono molte le scene sgradevoli, angoscianti, folli, tutte però inquadrate in un contesto di accettata normalità, con i protagonisti che non riescono a smuovere né le loro coscienze né quelle della popolazione oppressa. Di fatto il tributo di sangue non è legato a nessuna religione nata in un contesto post-apocalittico, ma ad una scelta puramente "umana" da parte dei governatori di questi fanta-US per punire quelle regioni che si erano ribellate più di 70 anni prima. Mi dicono dalla regia che addirittura il film (tratto da un libro-trilogia) è stato visto in chiave libertaria, con seguito di polemiche per la scelta di far uscire un film del genere proprio sotto campagna elettorale Romney Vs. Paul. Ma ieri notte, uscito dalla sala cinematografica, non è stata un'analisi politica a sfrucugliarmi la mente, né una masturbazione sociologica, né una caccia alle citazioni. Ciò che mi è venuto in mente pensando ad un'arena dove giovani disperati si uccidono pur sapendo che falliranno praticamente tutti nel tentare di sopravvivere è “la giornata di presentazione delle aziende”.

TA-DA-DAAAAN!

In tutte le università d'economia, in autunno ed in primavera, si tiene un evento veramente speciale dove decine delle migliori aziende nazionali ed internazionali vengono riunite in banchetti all'interno di un grande salone. Qui gli studenti possono conoscere le opportunità di carriera presso queste società, parlare con i responsabili delle risorse umane o con ex-studenti che testimoniano la loro esperienza, e soprattutto sperare di suscitare in loro un minimo interesse ed essere selezionati per un colloquio. Tuttavia, come in Hunger Games, i vincitori sono una percentuale veramente infinitesimale del numero di partecipanti all'evento. Come nel film, i più grandi prendono il naturale sopravvento sui più piccini, ovvero non c'è alcuna possibilità per studenti del primo e secondo anno di triennale di far colpo. Molti di loro non lo capiscono e si avventano ai banchetti con tanto di improbabili CV in mano; non riusciranno a lasciarne giù neanche uno. Poi ci sono le leggende: giù a finanza si diceva di un ragazzo che era riuscito ad ottenere diversi colloqui con importanti banche e società di revisione, ma le leggende sono solo portatrici di false speranze. Non è mai esistito nessuno, ripeto, nessuno che abbia ottenuto uno stage al primo anno di università. Per le matricole il mio consiglio da sopravvissuto è lasciar perdere le armi e cercare di accalappiarsi in qualche modo i mezzi di sopravvivenza più noti come “gadgets”. Per esempio: le matite riciclate dai pezzi di compact disc di KPMG, gli ombrelli di Bloomberg, le magliette di BMW, le scatolette della Manzotin, le matite fenomenali della IGuzzini, le tazze delle investment banks. Su tutti: le immancabili caramelle alla menta di Mazars, nella loro pratica scatoletta di metallo.

Purtroppo il disinteresse continua anche negli anni a seguire. Le possibilità per uno stage al terzo anno di triennale ci sono, ma sono rare come uno scontrino fiscale. Per di più c'è gente che spreca energie preziose volando come falene verso lampade roventi: uno su tutti il desk di Abercrombie&Fitch, che per di più dà soltanto un misero e vuoto sacchettino di carta. Male, molto male. Meglio concentrarsi sulle grandi aziende che ogni anno assumono in stage così tanta gente che vanno bene pure quelli laureati in lettere. Occhio però: quando diventano troppo grosse cominciano a proporre i loro fottuti “graduate programs”, ovvero ulteriori lotte con candidati di altre università, il che è come inserire all'interno del sanguinoso combattimento di Hunger Games una sotto-sfida tipo Coppa Italia, tanto estenuante quanto demotivante.

Poi, dopo i piccoli e i mezzani, ci sono i grandicelli. Questi sono già iscritti alla laurea magistrale ma sono ancora al primo anno: il CV comincia a diventare interessante e sono abbastanza smaliziati per capire come muoversi. Tuttavia incontrano uno scoglio perfido ed inatteso, il “con fine assunzione”. Questo “con fine”, che scritto tutto attaccato fa venire in mente un burrone dove tutti prima o poi finiscono per cadere, è la clausola bastarda che caratterizza gli stage offerti dalle società presenti alla giornata d'incontri. Se tu sei ancora al primo anno di università non puoi ottenere uno stage perché il fine di questo è l'assunzione, e dunque al termine dell'esperienza tu devi essere già laureato! A quel punto, quando cinque responsabili delle risorse umane ti ripetono questo mantra, non ti rimane che dedicare la giornata a fregare creme per il viso della Unilever e biro della GE.

Ed ecco arrivati ai potenziali vincitori: i laureandi di specialistica. Questi hanno le carte in regola per portarsi a casa un colloquio: hanno quasi finito gli esami, il CV è ricco, si sono rotti le palle di studiare e vogliono – per questioni direi fisiologiche – entrare nel mondo del lavoro. Entrano gajardi nel salone, schifano i gadgets e con aria di chi la sa lunga bazzicano tra i banchetti lasciando che siano i responsabili delle risorse umane a cercarli. I fogli con scritta tutta la loro brillante vita vengono finalmente presi in considerazione, e giurerebbero di averli visti raccogliere in maniera educata a differenza di quanto avviene con i curricula delle matricole, accartocciati davanti ai loro occhi in lacrime e buttati in cartone con scritto “Carta da riciclare per le agendine di Goldman Sachs”. Ma qui, come in Hunger Games – SPOILER – scatta la trappola malefica, l'intervento esterno che cambia improvvisamente le regole del gioco, la mano invisibile del direttore di laurea! Egli, per sadici motivi tramutati in regole scritte ed accettate come naturali dal sottomesso giocatore dell'arena, decide che lo stage offerto non rientra nei parametri del corso di laurea, e per questo ne rifiuta il riconoscimento curriculare.

Dopo cinque anni di combattimenti, lo studente insanguinato che sperava di aver finalmente vinto viene colpito alle spalle dall'arbitro che è anche il manovratore dell'arena. Il più delle volte entra in un tunnel di follia, gettandosi nelle braccia del primo che capita, sia esso una società di revisione o il calzolaio di Via 30 Febbraio. Altri, più stoicamente, capiscono che era il loro destino e lo accettano, asciugandosi le lacrime con il biglietto da visita del tizio di Carrefour. Ma gli eletti, loro no. Loro prendono la loro roba e se ne vanno come se niente fosse, ma non prima di aver preso la loro annuale confezione di caramelle di Mazars. Che quest'anno, tra l'altro, facevano anche un po' schifo.


Dan Marinos

domenica 22 aprile 2012

Liberal-hipsters




Ora che raggiungendo la notorietà anche gli hipsters sono diventati mainstream, ci domandiamo quale genere, quale moda, quale passione sia ancora nascosta nell'underground e colpisca solo pochi ed elitari gruppi di giovani tra i venti e i trent'anni. E' presto detto: il liberismo.

E' certamente una filosofia di vita che colpisce i ragazzi e le ragazze a qualche anno dal loro ingresso in un corso di economia all'università; ripensando agli anni delle scuole superiori, a nessuno di noi verrebbe in mente un compagno di classe che inneggiava alla privatizzazione delle attività economiche statali. Qualche distinzione c'era: i comunisti con la Vespa, gli anticomunisti con la Fred Perry, i giovani padani che abitavano in cascina...Tuttavia tutti eravamo contro la riforma dell'articolo 18 del governo Berlusconi II, contro le multinazionali, contro le scuole private (a meno di non esserne già studenti) e tutti amavamo quel momento in cui i professori ci dettavano sul diario la triplice sigla "CGIL CISL e UIL".  

Poi succede che vai in un ateneo dove insegnano economia, incontri studenti più anziani, brutte frequentazioni, ti allungano un libro sbagliato o qualche paper galeotto e ti ritrovi ad urlare contro il terrorismo fiscale perpetrato dallo Stato. Ciò nonostante, questo cellule rivoltose rimangono da sempre nell'ombra, afflitte dal peso oramai storico - a parer degli stessi liberisti - di un popolo che non capisce un cazzo di niente di economia, e basta guardare la storia del Partito Liberale Italiano per farsene un'idea. A tirarlo in piedi furono personcine mica da ridere, tra le quali Benedetto Croce e Luigi "non esiste nessun De Nicola" Einaudi. Partito che appoggiò la prima DC, che fece opposizione ai tempi dei governi di centrosinistra, che propose la legge sul divorzio, che cullò un giovane Marco Pannella il quale poi si staccò per formare i Radicali rimanendo tuttavia spesse volte alleato col PLI. Insomma, un po' di caciara questo partito la fece ma, amici miei, con un record massimo del 7% alle elezioni del '63 non è che poteste pensare di fare granchè, abbiate pazienza. E così con lo scandalo tangentopoli e la discesa in campo del più grande uomo liberale di faccia e socialista di culo (il culo del popolo, s'intende) il PLI si sciolse definitivamente. 

Che cosa portò questo scioglimento? Facile: portò ai liberal-hipsters. Questi giovani che si ritrovano segretamente in aule poco bazzicate per poi migrare al calar del sole verso cene private dove i ragazzi deridono il discorso di Bob Kennedy contro il PIL a suon di rutti, e le ragazze scelgono il colore delle tende e dei divani in base all'ultimo completo di Oscar Giannino. Pensateci bene: gli hipsters, prima di passare agli occhiali spessi e quadrati alla Woody Allen, indossavano quegli stessi occhiali vintage tipo-Carrera che indossava Milton Friedman. E dunque come non omaggiare questi invisibili, questi esseri che organizzano - non sto scherzando - festicciole dove i prezzi dei drinks sono indicizzati alla borsa di New York, se non con una canzone che dedico loro. Tranquilli, cari amici degli speculatori e delle banche assassine, non si tratta de Il liberismo ha i giorni contati dei Baustelle, quelli oramai sono ultra-mainstream. Questa che vi dedico è Hipsteria de I Cani.

Qui il video, sotto il testo da cantare durante i vostri raid su Facebook e su NoiseFromAmerika. 



Le riforme che guardavi dall'alto ed osteggiavi,
 a fine aprile, velleità, davi del "commie" a Monti.
A casa poi scrivevi i tuoi commenti,
 sacrificavi le tue diottrie curvo sul profilo di Boldrin.


Il PIL. Il PLI. "Andrò a Chicago a studiare
 da Arnold Harberger, io ti assicuro che lo faccio,
o se non altro vado al parco e leggo la bio di J.P. Morgan."


Spietato e inesorabile è il saputo liberista, 
persino o soprattutto in un ateneo del centro.
Tu fumavi ed ostentavi una malinconiaa 
per Margaret Thatcher, che camminava sul carbone.
Le tasse. L'esprorio. Immagini che a te mettono ansia.
 Le finte ansie. "Giuro, non c'è posto nel mio cuore
 per un post in più su Facebook con quel Giannino alle nove del mattino."


"Mario Monti, tu mi odi e io lo so di non farci bella figura. 
Sono il primo a riconoscere che se 
solamente fossi stato più intransigente con lo spreco statalista,
 non avrei fatto finta di niente."


La Billa. Tagliar la spesa. "Andrò da Pinochet a lavorare o a studiare.
 Dirò ai miei genitori che è il mercato che mi vuole. Vedrai, vedrai, vedrai." 

Dan Marinos

sabato 28 gennaio 2012

Tra i leoni, l'aquila fascista


Repubblica.it, 24 gennaio 2012


Scrivo in uno stato di tensione insostenibile, ma non mi rimane altro che alimentare il mio tormento: riguarderò quella finestra di quel pensionato, nella squallida strada milanese, e scatterò un’altra foto. Tuttavia, io non sono un debole. Non sono un degenerato. Quando avrete finito di leggere quello che, tra i brividi della febbre, sto scrivendo, forse riuscirete a comprendere le mie ragioni.

Tutto cominciò mentre camminavo per le strade di Milano e riflettevo sulla mia carriera di giovane giornalista di Repubblica. Avevo bisogno del classico scoop sensazionale con cui farmi notare in redazione. Percorrevo assorto e senza direzione le vie già buie nel tardo pomeriggio invernale, senza badare né alla gente che mi camminava attorno né ai luoghi che stavo attraversando. Una giornata che si poteva chiudere in maniera banale (e solo ora capisco che la salvezza sta nella routine) se non fosse stato per un qualcosa, una sensazione, che mi fece alzare lo sguardo rivolgendomi alla parete di un grande edificio. Sembrava un incrocio tra un condominio e un palazzo pieno d’uffici: molte erano le finestre illuminate, ma solo una aveva le tapparelle sufficientemente alzate da permettere di vedere chiaramente l’interno della stanza, o per lo meno il muro laterale sinistro. Mi parve di vedere una figura muoversi al di là dei vetri: soltanto un profilo, apparso e scomparso nella stessa frazione di un battito di ciglio, ma che mi pareva di conoscere benissimo. Quando si allontanò, potei vedere appesa alla parete una bandiera italiana inquietantemente e terribilmente diversa dalle solite bandiere: aveva una grande aquila al centro, che teneva tra le zampe il fascio littorio. Era una bandiera fascista. Fermai un passante e chiesi: “Scusi, che edificio è quello?”. Lui mi rispose che era il pensionato degli studenti della Bocconi.

La Bocconi, l’università dei figli della borghesia, della autoproclamata classe dirigente del futuro. Era stato un anno in cui l’ateneo privato era salito sulle pagine dei giornali numerose volte, inizialmente perché uno studente omofobo aveva insultato alcuni membri del gruppo universitario vicino ai diritti degli omosessuali e imbrattando le locandine dell’associazione con scritte filonaziste. Poi l’elezione del Presidente della Bocconi a Primo Ministro italiano. Infine le manifestazioni dei collettivi degli istituti statali che tentarono o per lo meno dichiararono di voler assediare la Bocconi. Quella finestra e quella bandiera appesa erano lo scoop che cercavo. Purtroppo non avevo con me la macchina fotografica, e dovetti ritornare a casa. Il giorno dopo, alla stessa ora, ero di nuovo sotto il pensionato studentesco: le tapparelle erano ancora alzate, e la stanza illuminata. Puntai l’obbiettivo, guardai nel mirino e... vidi qualcosa di assurdo. Alla finestra, con il braccio destro alzato, c’era un uomo. In un primo momento speravo fosse lo studente; un secondo dopo invece riconobbi Benito Mussolini. Istintivamente scattai la fotografia e subito dopo provai a guardare direttamente con i miei occhi, ma potei solo vedere la sagoma allontanarsi dalla finestra. Ora, attraverso i vetri, appariva soltanto la bandiera. Controllai l’immagine che avevo scattato ed eccolo lì, Mussolini, che si sporgeva e salutava una folla inesistente. Rabbrividii di sconcerto; paralizzato e curioso, rimasi due ore sotto il pensionato, con la stanza che rimaneva illuminata, la bandiera e l’aquila fredde e immobili come un affresco. Non si affacciò nessuno. Tornai a casa e pensai a quella foto per tutta la sera: la guardavo e la riguardavo, e non capivo. Forse era uno scherzo, forse era solo una sagoma di cartone; forse colto di sorpresa credevo di averlo visto muovere e salutare. Valeva la pena ritornare il giorno dopo, alla stessa ora.

Ritornai l’indomani. Inquadrai di nuovo la finestra e vidi una testa sorridermi. La persona doveva essere piuttosto bassa, perché il volto arrivava a fatica al davanzale. Scattai e guardai lo schermo LCD: era la faccia di Silvio Berlusconi. Puntai di nuovo l’obbiettivo, ma non c’era più nessuno: solo la bandiera fascista. La testa mi stava per esplodere: volevo raccontare tutto in redazione, eppure avevo paura di non essere creduto. L’unica cosa da fare era tornare ancora una volta. Se possibile, la terza fotografia che scattai fu ancora più sconcertante di quelle precedenti: questa volta dalla finestra si agitava un pupazzo verde. Era Kermit la rana. Cazzo, non ci capivo più niente. Oramai era diventata un’ossessione. Ogni giorno tornavo e vedevo un personaggio nuovo e assurdo. Molti di loro non potevano nemmeno esistere, perché erano già morti. Ero distrutto psicologicamente e anche il corpo rimaneva trascurato; il mio aspetto era trasandato, tanto da sembrare uno di quei personaggi di Lovecraft. Scattai decine di foto, mentre in redazione mi facevo vedere poco. Un giorno il mio capo redattore mi convocò esigendo un articolo; avevo la fotocamera con me e trovai il coraggio di mostrargli le fotografie. Gli anticipai che riguardavano il pensionato della Bocconi, e quando vide la prima, rimase sorpreso: “Una bandiera fascista in Bocconi?! Pazzesco!”. Poi fece una carrellata delle altre foto e la sua espressione tornò neutrale: “Come mai così tante foto uguali?”. Chiesi di restituirmi la fotocamera e guardai le immagini con tutti quei personaggi impossibili: “Come uguali? Non vede chi si affaccia dalla finestra?”. Lui risposte di no. Balbettando, gli descrissi cosa vedevo io. Mi guardò come uno che si sente preso per il culo e chiamò un collega che stava passando di lì. Anche lui vedeva soltanto la finestra e la bandiera. Sbiancai. Il caporedattore mi disse di scrivere alla svelta l’articolo, dato che la foto era davvero eccezionale: “Aggiungi anche che in Bocconi sono già capitati episodi di stampo neonazista e omofobo. Mi raccomando però, non scrivere che il colpevole di quei fatti è già stato punito severamente, se no che articolo-scandalo è? Dai, che siamo pure a ridosso della giornata della memoria.” mi disse facendomi l’occhiolino. Io comunque continuavo a non capire. Ero diventato pazzo?

Uscii per strada e mi avviai verso il pensionato, verso la finestra, verso la bandiera fascista. Per strada fermai qualche passante per mostrargli le fotografie: tutti vedevano soltanto l’aquila e il tricolore. Corsi a perdifiato ed arrivai sotto quel luogo di follia. Inquadrai e quasi svenni: appoggiato coi gomiti al davanzale c’era Ezio Mauro, il direttore di Repubblica. A quel punto decisi di risolverla una volta per tutte: feci un rapido conto del piano dell’edificio e della posizione della camera ed entrai nel pensionato. Quando arrivai in corrispondenza dell’ala dove si doveva trovare la stanza, raggiunsi il punto di non ritorno: non c’era nulla, era soltanto un corridoio senza porte. Mi arresi alla follia. Scrissi l’articolo esattamente come il giornale si aspettava. Venne pubblicato su internet sia nell’edizione milanese che in quella nazionale; probabilmente anche su quella cartacea. La foto della finestra era lì, accanto alle quattro righe che riuscii a battere al computer.

Conservo tutte le fotografie in una cartella. Ogni giorno ne compare una con un personaggio nuovo. Ogni giorno mi reco sotto la finestra, per vedere cose che nessun’altro vede. Ogni giorno mi ripeto che forse sono diventato pazzo; ma un ultimo disperato tentativo lo voglio fare. Allego a questa lettera qualche mio scatto, sperando che nel mondo ci sia qualcuno altrettanto pazzo da vedere cose che non esistono.


  
 
Of course, questo che avete appena letto è un racconto di fantasia. Non è una confessione del giornalista che ha scritto il pezzo in questione, né una mail riservata né un manoscritto trovato in cantina da Manzoni. Tra l'altro Repubblica in questi giorni si è davvero scatenata in quanto ad articoli idioti (vedi qua un altro caso altrettanto imbarazzante). Libero e il Giornale hanno una nuova, temibile concorrente.

Dan Marinos

domenica 22 gennaio 2012

Career Service – Come candidarsi in maniera efficace


Il colloquio individuale


Tra qualche giorno diventerò un ometto. E’ infatti giunto il momento di entrare nel mondo del lavoro dopo 23 anni fantasticamente passati ad imparare il rendiconto finanziario e a colorare rimanendo negli spazi (non euclidei).  Un po’ di preparazione all’evento l’avevo già fatta negli ultimi 4 anni universitari, tra presentazioni d’azienda, seminari sulla preparazione del CV e del colloquio, testimonianze di studenti già in stage e leggende metropolitane varie. Forse i consigli più utili sono stati dati dal Career Service, ufficio che fa da ponte tra l’università e l’impresa: qua con me, ancora aperta, c’è la Career Guide che mi diedero in triennale, un libricino che descrive tutti i passi fondamentali per l’assunzione: la scelta, la ricerca, la selezione, l’inserimento professionale. 
Certe volte credo di aver allegramente infranto i principi esposti nella guida e nonostante questo l’altro ieri una voce al telefono mi comunicava l’esito positivo del colloquio (con la stessa verve dell’omino del meteo in un villaggio nel deserto del Sahara); credo valga dunque la pena scrivervi i miei errori affinché voi li ripetiate. Li raggrupperò secondo i capitoli della Career Guide, aiutandomi con i principi della stessa.

La scelta – Per definire e realizzare il tuo obiettivo professionale è importante partire dai tuoi interessi e capire le tue priorità, ma anche tener conto delle possibilità offerte dal mercato del lavoro.
Ho avuto 4 anni di tempo per capire esattamente cosa volessi fare nella vita: troppi, perché si cambia idea piuttosto facilmente. Solo con l’arrivo del secondo anno di specialistica, che comporta lo stage obbligatorio, arriva il momento di darsi una mossa e capire che cosa si vuole fare: io me la sono presa abbastanza comoda, anche perché negli ultimi quattro mesi ero occupato a litigarmi le banane con le scimmie in India. 
Appena tornato ho capito che era veramente il caso di sbrigarsi, con tutti i miei compagni già impegnati o in procinto di cominciare lo stage; sono andato a ripescare il mio CV e l’ho aggiornato. Nel frattempo ho cominciato a pensare seriamente a dove volessi candidarmi: salta fuori che il settore più idoneo ai miei interessi e priorità era quello che, più o meno, avevo sempre vituperato. Questa scoperta, unita al terrore di entrare in un mondo dove la parola “vacanza” è sostituita da “ferie”, genera uno scombussolamento psichico che porta ad avere insonnia ed incubi: sogno che un gruppo di ecoterroristi ha rapito un malvagio manager e che hanno scelto me come intermediario per il riscatto. Dicono che mi chiameranno alle sei del mattino per i dettagli dell’operazione: io (sempre nel sogno) mi sveglio alle dieci e perdo così la chiamata. Niente panico, han lasciato un messaggio in segreteria; purtroppo la voce è disturbata da un sottofondo di canzoni degli Area mentre mia madre continua a disturbarmi con notizie inutili mentre disperatamente cerco di prendere appunti. Poi mi richiamano, e appena rispondo sento un' esplosione correlata da un lampo accecante: è la sveglia, quella vera. Sono le sei del mattino di Giovedì e devo andare a Milano.

La ricerca – Il Career Service può esserti di supporto fornendoti indicazioni utili a soddisfare le tue specifiche esigenze [attraverso strumenti come:] monografie sulle professioni, studi di settore, rassegna stampa lavoro, percorsi di carriera, associazioni professionali, schede, repertori di aziende, job gate, siti e brochure.
Quel Giovedì mattina decido per sfizio di passare dall’ufficio del CS per far dare un’occhiata al mio CV, giusto perché avevo un paio di dubbi riguardo alla forma di alcune voci. La responsabile, gentilissima, mi indica gli errori e mi chiede in quale settore ero interessato. Sentendo la mia risposta, una vicina di scrivania si alza e dice: “La società ABC ci ha detto che sono avanzati dei posti e stanno cercando velocemente dei candidati per un colloquio, la settimana prossima!” Stavo ancora cercando di valutare gli eventuali messaggi reconditi nel mio incubo della sera prima quando dissi di inviare pure il mio CV fresco di revisione. 
Il primo contatto da parte dell’azienda, che spesso costituisce già un importante step di valutazione, avviene solitamente per telefono. Ciò significa che in quel momento nasce il primo scambio diretto con il candidato, quindi verrà data attenzione alla tua prontezza e alla modalità di relazione verbale. Alla sera incontro un’amica che mi dice: “Adesso stai attento a tenere sempre il cellulare sotto mano, che se non rispondi può essere che non ti chiamino più!”.
 Ha ragione, perfettamente ragione. Metto sottocarica il cellulare e metto la suoneria al massimo volume. La notte passa tranquilla, e già al primo mattino, quando l’orologio indica dieci e mezza, mi reco al bar ad incontrare un’amica. Faccio lo scontrino, mi siedo, bevo il caffè, sparo due vaccate e poi dico: “Caspita, adesso devo tenermi il cellulare sottomano perché magari mi chiamano”. Prendo il Nokia in mano e…chiamata senza risposta. Imprecazioni. E’ un numero fisso sconosciuto, di Milano. Eresie a bassa voce. Chiamo, numero occupato/staccato tipo centralini che non puoi chiamare. La Madonnina in Duomo sgrana gli occhi come dire: “ho sentito bene?!”.
Ma la fortuna è dalla mia: un’ora dopo risponde una responsabile del HR che mi fissa la data del test di gruppo: il Martedì successivo, alle nove del mattino. Passo un weekend piuttosto tranquillo, con il cellulare legato con scotch industriale al mio orecchio; Lunedì pomeriggio mi chiamano per fissare l’appuntamento del colloquio individuale e io rispondo prontamente, con una nonchalance magistrale. Poi metto il telefono metto sottocarica. Dopo qualche ora, mentre cazzeggio per casa lo vedo con la coda dell’occhio illuminarsi: per un motivo misterioso quando è sottocarica il mio Nokia non suona. E difatti ecco una chiamata senza risposta: sono di nuovo loro. La Madonnina annuisce e pensa: “Eh si, ho sentito proprio bene”. Li richiamo, mi rispondono, non era nulla di importante, è tutto risolto. Notevole dose di culo, aggiungo sul CV.

La selezione - Le modalità di selezione possono avere caratteristiche diverse. E’ possibile individuare alcuni strumenti che ogni realtà sceglie di combinare secondi l proprio stile e l’obiettivo della specifica ricerca
E’ Martedi mattina, mi reco al colloquio di gruppo. Siamo una ventina, credo quasi tutti provenienti dalla stessa università; molte facce conosciute, dunque. Dopo una breve presentazione dell’azienda comincia il test, al computer. Esso si compone in tre parti:
  1. 120 domande “psicologiche”, dove viene presentata una frase tipo: “mi piace conoscere persone nuove”, “sono ordinato”, “amo la tranquillità”, le quali vanno associate a voti di accordo/disaccordo. Tra tutte, adorabili le affermazioni: “Non scherzo mai”, “Commisero i senzatetto” e “Mi piacciono i fiori”.
  2. 80 domande di inglese. Bisogna scrivere il verbo indicato all’interno della frase al tempo corretto. Credo di essere un gaggio e invece il punteggio finale è un misero 48/80. Frase di ricordo: “Italy _____ a monarchy (to be)”.
  3. 35 domande tecniche, non particolarmente difficili.

E’ ora di pranzo, con due ragazzi anche loro a colloquio mi reco a pranzo in un bar. Per smorzare la tensione cominciamo a raccontare grandi cavolate, tra cui storie di grandi bevute e conseguenti imbarazzanti avventure. Osservo tuttavia un gruppo di uomini e donne seduti al tavolo accanto, a mezzo metro da me, che stavano parlando di “assunzioni” ma che si erano zittiti durante i nostri discorsi alcolici, fissandoci in maniera evidente: “Bella Marinos” penso: “Hai appena fatto il colloquio con le risorse umane! E che bel colloquio, @#[^$£!”.

L’inizio e la fine
E invece no, non erano loro. I colloqui sono andati piuttosto bene, nonostante conclusioni circa il mio carattere non sempre veritiere (“A chi hai dato dell’introverso scusa?”). Ora si comincia a lavorare, ma ancora non mi sento pronto per questo grande passo, sento che mi manca ancora qualcosa, di avere una lacuna educativa che potrebbe rivelarsi fatale. Sarà una sindrome di Peter Pan, ma di queste cose lascio parlare Fabio Volo. Comunque c’è poco da girarci intorno, tutti noi che stiamo per dire addio alla scuola ce ne andiamo senza aver imparato tutto quello che dovremmo e vorremmo sapere. Si insomma: non so ritagliare con le forbici seguendo le linee.



Dan Marinos


Ps: nonostante io abbia scritto "Italy is not a monarchy", la risposta esatta è "Italy was a monarchy" perchè nella parentesi c'è scritto (to be) anzichè (not to be). Sconcertante.

martedì 17 gennaio 2012

La vita finanziaria dei poeti





Ho appena finito di leggere La vita finanziaria dei poeti, di tale Jesse Walter. Giudizio: è’ un libro OK. Chiaramente i commenti pubblicati sul retro del libro inneggiano al genio, mentre sulla fascetta rossa Nick Hornby si lascia andare ad un: “è il romanzo che più mi ha divertito nell’ultimo anno”. Ecco, la presenza di Nick Hornby era l’unica ragione che mi faceva desistere alla lettura.
Trama stuzzichevole:  un giornalista economico rischia di perdere casa e famiglia per via della crisi dei mutui subprime. Anzi, un ex-giornalista economico; Matt Prior, il protagonista, ha infatti lasciato il lavoro poco prima dell’inizio della crisi per dedicarsi completamente al suo sito internet di consigli finanziari scritti sottoforma di poesie: poetfolio.com. Insomma, c’è in ballo una difficoltà finanziaria dell’eroe (come con Nick Hornby, CTRL+C), un rapporto di coppia in crisi (CTRL+V), il rapporto un po’ difficile con il padre (CTRL+V), una scrittura simpaticissima e piena di termini usati da noi giovani (CTRL+V). Tuttavia la soluzione trovata dal protagonista per risolvere i problemi economici è originale: spacciare erba. E qui il romanzo prende tutta un’altra piega e diventa, come dicevo, un libro OK.
La droga non sarà né una soluzione né una cosa necessaria per scrivere poesie, però pensate a Verga e a come avrebbe potuto chiudere con classe i Malavoglia se anziché lupini, Bastianazzo avesse trasportato cinque chili di roba dal Marocco. E Mazzarò? Quanto stile nel morire fumandosi tutto un magazzeno di pachistano nero: di certo non sarebbe andato in giro a tirare calci ai tacchini. E l’incendio nel palazzo dei Trao? Mai addormentarsi con la sigaretta accesa. Il fumo, il fumo, il fumo. Anche il buon Zeno l’aveva capito; e se Svevo gli avesse fatto fare trading di canapa anziché di solfato di rame, di sicuro non avrebbe mandato la società di commercio all’aria. Ma di Verga e Svevo già avevamo letto e detto nei romanzi cartolarizzati; ritorniamo invece agli economisti-poeti. Ora, di gente laureata in Economia e Commercio che si mette poi a scrivere di cose del tutto diverse, “più elevate” diciamo, ce n’è una marea. Oggi voglio rendere onore invece a chi invece rimane nel mondo dell’economia e tuttavia, tra un’attualizzazione e una rendicontazione, spara qualche perla assoluta che non sarà in versi ma di certo è poesia. E’ il caso di piccole frasi scritte su tomi noiosi e affermazioni improvvise durante lezioni soporifere: non faciliteranno il duro studio dello studente, ma almeno lo decorano.
Prendo come esempio (e mi ricollego tra l’altro al discorso della droga) il ben noto Katz-Rosen, manuale di Microeconomia, il quale nel terzo capitolo definisce i beni sostituti aiutandosi con il seguente esempio: “un aumento del prezzo dell’eroina determina un incremento della quantità domandata di metadone. Beni come l’eroina e il metadone, tali che un aumento del prezzo dell’uno determini un incremento della quantità domandata dell’altro, vengono definiti sostituti.”. E via poi di esercizi: “Secondo van Ours (1995) l’elasticità della domanda di oppio è 0.7, nel breve periodo e 1 nel lungo periodo. Spiegate perché l’elasticità della domanda di oppio dovrebbe essere maggiore nel lungo anziché nel breve periodo, e in base alla risposta spiegate l’influenza dell’aumento di prezzo dell’oppio sui crimini legati al consumo della droga”. D’altro canto un manuale che ad ogni capitolo cita gente come Mick Jagger, Che Guevara, il film Casablanca, Emily Dickinson e il proverbio: “Ci sono diversi modi per scuoiare un gatto”, beh, non deve essere stato scritto da contabili privi di sentimento.
A proposito di contabili che provano sentimenti: esistono? Probabilmente no, ma qualcuno sicuramente è dotato di ironia: “La Superstore Doors Srl opera nel settore della vendita di strumenti musicali. Nel corso del 200X+1 si manifestano i seguenti accadimenti: 1) si acquistano 5 bassi “MusicMan Sing-Ray five strings” pagandoli 1.200€ ognuno 2) si vendono 3 bassi di tale modello a 1.950 € ognuno 3) un commando di fanatici nemici della musica rock assalta il centro vendita causando la distruzione irrimediabile di 1 basso; tale evento non fruisce di alcuna copertura assicurativa”. Così Maurizio Pini sceglie di spiegare le rimanenze di magazzino in Basic FinancialAccounting: è evidente che in questo caso il Pini si è fatto sopraffare da una reminescenza anni settanta (se stia dalla parte del venditore di strumenti musicali o dalla parte del commando anti-rock, non ci è dato saperlo). Inutile il tentativo di ritorno alla normalità con la questione della  copertura assicurativa: lo spirito poetico si è manifestato indelebilmente.
Più le cose si fanno complicate, più si rasentano gli apici della genialità. Le matricole bocconiane infatti sbrodolano dicendo che Lorenzo Peccati è seriamente candidato a vincere il nobel per la matematica; il fatto che il professore venga nominato ogni anno per un premio che non esiste la dice lunga sulla sua figura leggendaria. La quale tuttavia non sarebbe nulla senza l’appoggio di Erio Castagnoli. I due si scatenano letteralmente sui testi di Matematica in Azienda, ironizzando allegramente tra di loro (si veda l’introduzione: “E’ stato riscritto da L.Peccati il miglior capitolo […]che era dovuto a E. Castagnoli: ora dovrebbe essere comprensibile” o il capitolo 2.3: “L’ APV fu proposto da Myers nel 1973 e riproposto, in versione generalizzata, dal più peloso dei due autori”), polemizzando con i linguisti (per esempio, alla nota di pagina 4: “I vocabolari della lingua italiana riportano tre significati di tasso: (i) pianta delle conifere, (ii) mammifero, (iii) incudine senza punte . Ciò che usualmente è detto tasso si dovrebbe invece chiamare propriamente saggio. Seppur a malincuore , ci pieghiamo all’uso corrente”) e filosofeggiando sull’assurdo (a pagina 8: “un BOT che rende il 7 (per cento) non è come il tram della linea 7. Se saliamo sul 7 e scendiamo dal 7 abbiamo viaggiato sul 7 (inteso come tram). Se saliamo sul 7 e scendiamo dal 7 (inteso come tasso) possiamo aver viaggiato sul 6).
Attenzione però: essere poeti non significa essere belli, simpatici e gentili. Come il buon Verlaine sparava a Rimbaud, sono altrettanto leggendarie (e dunque non necessariamente vere) le esecuzioni di schiere di studenti caduti sotto i colpi del Peccati e del Pini. Eliminati ad esami orali da sentenze storiche quali: “Questo problema è difficile: la soluzione la sappiamo soltanto io e Dio”. Sarà: nel frattempo chiudo con una delle poesie più belle. Probabilmente fu uno strafalcione,  ma le parole rimasero impresse nei i miei appunti. Per mia scelta l'autore rimarrà sconosciuto e sempre per mia scelta il titolo è: Incentivazione.

Tiragli il cappello
dall'altra parte della siepe
e chiedigli di riprenderlo.
E non che poi gli altri no,
e devi tornare indietro.

Dan Marinos

venerdì 18 novembre 2011

L'orgoglio dei leoni



Ieri abbiamo assistito alla solita inutile manifestazione. Non ha portato a nessun risultato, tutto è esattamente come prima; forse ce ne dimenticheremo già la settimana prossima. L'unica novità è stato l'obbiettivo della protesta: la Bocconi, come primo luogo-simbolo del neo Presidente del Consiglio Monti.
Quando ho saputo della notizia mi sono gasato un sacco e ho anche sogghignato di fronte a cotanta ignoranza: mai vista una cosa simile in 5 anni, salvo quella bomba che ha avuto un effetto pari ad una cena a base di legumi. Sono corso ad iscrivermi all'evento su Facebook creato dai collettivi studenteschi che hanno pianificato l'assedio, giusto per farmi due risate e leggere le panzane che scrivevano: sorprendentemente la maggiorparte dei commenti erano scritti da bocconiani. Frasi ironiche, come chi faceva notare ai promotori de "La cultura contro la crisi" l'errore grammaticale nella frase  "Nè con Monti, nè con Tremonti". Risposte educate che spiegavano la falsità dello stereotipo del bocconiano ricco e privilegiato (buoni esempi su Wordpress e Facebook, altrettanti interessanti i commenti agli stessi). Tentativi infine di instaurare un dibattito con la controparte. E poi, tutto questo (è solo una piccola raccolta, ed evito volutamente i caps lock) :

"Vaffanculo a tutti quelli che creano problemi."
"Fate ridere merde."
"Andate a studiare."
"Siete e rimarrete solo un branco di ignoranti fannulloni!!!!"
"Andate a lavorare."
"Mi sento in ogni caso ragionevolmente rassicurato nel sapere che entro cinque anni voi poveri sottoprodotti del welfare state sarete letteralmente dipendenti dalle mie tasse."
"Scusate ma quanto siete ignoranti? :) E' evidente che non avete una minima idea di cosa è l'economia, la finanza e persino la Bocconi.[...] Comunque concludo dicendo: don't worry per il vostro futuro! Tanto ci saremo sempre noi a lavorare e a pagarvi il wellfare (sottolinatura mia) con le nostre tasse"
E improvvisamente ho smesso di ridere.

Tutte frasi ridicole, imbarazzanti. Come: Sono uno studente, lasciatemi studiare. Scommetto che poi diventerà: Sono un lavoratore di JP Morgan, lasciatemi lavorare. Va bene, vorrà dire che il giorno in cui verrai licenziato e non potrai pagare il mutuo della casa ti dirò: Sei un mendicante, ti lascio mendicare.
O ancora: Andate a lavorare merde! Difficile, quando il tasso di disoccupazione giovanile è al 29%.
Ma la peggiore rimane: Andate a studiare, non sapete un cazzo di economia!
E' vero, ed ecco il punto cruciale: il non sapere cosa ha causato un problema vieta alle persone di manifestare contro quello stesso problema?  Ovviamente no, per lo stesso motivo per cui gente che non capisce un cazzo di architettura si è lamentata del ponte di Calatrava a Venezia e gente che non ha studiato teologia o giurisprudenza si è flagellata davanti alla rimozione dei crocifissi nelle aule dei tribunali. Tuttavia, la protesta senza la conoscenza è un'azione che pur essendo legittima risulta essere totalmente sterile, perchè ha ben chiaro il danno ma non la causa. E allora, amico Wellfare, rivelaci come hai fatto a ottenere il Sapere: forse che i bocconiani nascono già economisti? Oppure a 14 anni ai tuoi genitori anzichè il motorino hai chiesto un'abbonamento (sottolineatura di una lettrice bocconiana orgogliosa) a Milano Finanza? Direi di no, è più probabile che tutto ti sia stato insegnato all'Università. Pensate a cosa sognavate di diventare quando avevate 14 o 16 anni, prima di passare il test d'ammissione alla Bocconi, e chiedetevi: "Se fossi diventato medico o designer, sarei stato in grado di capire il contratto del mutuo per la casa? Avrei saputo come quando e quanto sarebbe stata la mia pensione? Mi sarei incazzato nel sapere che lo Stato finanzia in parte le scuole private mentre la mia università pubblica fa cagare?" Probabilmente non saremmo in grado di rispondere adeguatamente nemmeno adesso, con una laurea in mano.
Oh, ecco la chiave: com'è possibile sperare di tirare avanti un paese dove l'unico modo per conoscere dei concetti base di economia o diritto è iscriversi a facoltà specifiche? Com'è si può sperare di crescere non solo economicamente ma anche culturalmente se un diciottenne crede (ed è legittimanto a crederlo, perchè nessuno gliel'ha insegnato al liceo) che una s.p.a è una società quotata controllata da un privato, come dimostrato dalle numerose interviste pre-referendum. Quello stesso diciottenne che per andare a studiare arte o fisica quantistica a Milano sale su un treno, perennemente in ritardo, gestito da una s.p.a che guarda caso non è quotata ed è controllata dallo Stato. Come puoi pensare di avere una stabilità politica se lo stesso elettore che ritiene di aver tatuata nel cuore la carta costituzionale, è convinto che il Governo venga eletto dal popolo?
Ed è questo ciò che mi fa incazzare da matti dei manifestanti, siano essi studenti o lavoratori: perchè non chiedono di introdurre lezioni di diritto ed economia nelle scuole superiori (vedi il Progetto Brocca, implementato in pochi casi dove queste materie sono impartite solo i primi due anni per due ore a settimana)? Perchè? Sarebbe ridicolo il terrore che la propaganda del capitalismo si infiltri nelle aule scolastiche per la stessa ragione per cui i libri di storia non sono scritti dai comunisti.
Questo è il primo problema dei manifestanti, e non è sarebbe stato troppo difficile fermarsi dall'invadere la Bocconi, fare un' inversione a U e andare manifestare al Ministero per ottenere un'istruzione adeguata.
E quelli che sono già usciti dal liceo? Quelli che stanno studiando medicina, letteratura, architettura; quelli che ancora si ricordano latino e la legge di Archimede, ma proprio di economia non ne hanno mai sentito parlare. Ecco la risposta del bocconiano: Andate a studiare merde!
Mai una sorpresa, mai un po' di coraggio, mai qualcosa di incredibilmente bello e clamoroso. Rimaniamo chiusi in Via Sarfatti 25, orgogliosi (anche giustamente) di appartenere al miglior ateneo italiano in fatto di economia. Siamo quelli della filosofia schifosa del "con tutto quello che pago...", splendidamente spiegata in questo commento: 

Dico solo che tutto ha un prezzo, giusto o sbagliato che sia. Magari un giorno, e lo spero davvero, non sarà più necessario mandare i propri figli alla Bocconi. Oggi offre un servizio migliore, non si puó negare: se non vuoi/puoi pagarlo almeno stai zitto e non rompere i coglioni a chi lo fa perché il mondo è ingiusto, bella scoperta!

Ma se qualcuno dice che siamo un'élite, ah! ci buttiamo per terra urlando: Siamo studenti come voi, lasciateci in pace! Lasciateci in pace un cazzo! Apriamole ste porte, facciamoli entrare in Università, apriamo un dialogo, mettiamoci in discussione. Facciamogli vedere come sono le lezioni, quali sono i nostri punti forti e dove invece vorremmo migliorare. Dove sono i tre pseudopartiti degli studenti, quelli del mojito e dei tornei di poker? Perchè non li ho mai visti organizzare un dibattito con i ragazzi della statale e della cattolica?

La gloria di Monti non discende a noi solo perchè abbiamo un badge con scritto "Bocconi".

Dan Marinos

domenica 14 agosto 2011

Dedicato a Voi lettori



Qualche sera fa ad una cena di famiglia mio zio mi ha chiesto un parere sulla specifica crisi di questi giorni: "Finalmente", ho pensato: "dopo 4 anni di economia e finanza posso dibattere a pari livello con i capostipiti dei Marinos". Quale errore, cari lettori, quale errore! Dopo poco che avevo cominciato la mia trattazione degna del miglior tutor di macroeconomia sono stato interrotto da un fiume di domande: "E le agenzie di rating che fanno il bello e il cattivo tempo? Perchè non sono state incriminate quando dicevano che Lehman Brothers era sicura? Perchè le banche ci vendono i titoli anche se sanno che fanno schifo? E poi perchè lo Stato le salva, con i nostri soldi? E i correntisti?". E-OOOOOO!!!! Fermi un secondo, lasciatemi parlare!
Mettiamo in pausa il video. Questa che avete visto è la sindrome del neolaureato. Si manifesta in famiglia, di fronte ai rispettati uomini-sentenza che ci hanno cresciuto e che giustamente dicono sempre la loro, qualsiasi sia l'argomento in discussione. Causa di questa sindrome è il fatto che il giovine si sia abituato a pratiche malsane, ovvero sia diventato aduso a parlare di temi economici con i propri compagni di classe, al massimo con i propri professori, senza mai un confronto con il mondo esterno e nient'affatto asettico. Per di più egli, il giovine, compie l'errore di tornare a casa, di loggarsi su facebook e di postare un bell'articolo del WSJ o un pessimo articolo di Repubblica (non prima di aver detto la sua con velenosa ironia nei confronti del editorialista di turno), aspettando che altri suoi colleghi di banco piombino come avvoltoi e tiranneggino sul link. A casa le vittime sentono tranquille: i 23-24 anni sulla carta d'identità permettono loro una certa nonchalance nel spiegare a mamma e papà le loro ragioni, eppure non è detto che questi poi seguano i consigli dei loro pargoli, e questo è un primo sintomo della malattia, che come detto si manifesta in situazioni di netta inferiorità numerica familiare.
Avere ragione e non poterla ottenere: questo è il contrappasso a cui Voi lettori rischiate di andare incontro ogni volta che vi sedete a tavola. Ma cosa succede se davvero tutti gli economisti soffrono di questa sindrome? Semplice: si lascia la parola a chi non sa le cose ma sa farsi capire. Il giornalista.
Ieri sera l'ennesima manovra economica è stata presentata in diretta su La7 e Rai3. A commentare le parole di Tremonti c'erano Mentana, Telese, la Costamagna, Mario Giordano, Mussi del PD, Corsaro del PDL e altri politici via telefono. Non un fottuto economista. Oggi su Repubblica  l'articolo di fondo è scritto da Massimo Giannini. Su Corriere.it risuona l'eco di Sergio Rizzo (colui che disse, e le mie orecchie si sciolsero, qualcosa come: "La vendita allo scoperto è un fenomeno speculativo presente solo in Italia"). E nonostante tutto i lettori si appassionano e li citano nelle conversazioni al bar, per strada, sui tram.
Agli economisti rimangono i piccoli blog, Radio 24, qualche trasmissione su Radio 3 e circa due o tre articoli a settimana sulle maggiori testate. Ripetiamo che la sindrome non è crisi di fiducia della gente verso gli accademici, ma è una seria difficoltà a comprendere ciò che dicono. E così succede che il pubblico oltrepassi il punto abàrico dei due palcoscenici, economia e giornalismo, a favore di quest'ultimo. Così come tra le mura di casa i dialoghi bloccati soffrono di abasia, sui media popolari si assiste all'abbacchiaménto della saggezza sostituita con la retorica. Purtroppo però sembra che i luminari del mercato non si rendano conto del loro diventare sempre più anodini: "Siamo chiusi nel nostro solipsismo autoreferenziale. E perdonateci la tautologia." sembra la scusa di chi non si è accorto di essere entrato in un loop diabolico ed ab aeterno secondo cui per chi lo ascolta egli soffre di alalìa, mentre lui ritiene che sia la platea a soffrire di  ageusia per le sue parole. D'altro canto si può giustificare un poco l'economista, il quale non può tenere una lezione avanzata, se il pubblico non conosce la base della materia. In altre parole non è possibile che i detentori di un diploma di maturità escano dai licei senza sapere cosa sia un titolo azionario o che una s.p.a non necessariamente è quotata e/o è controllata da soggetti privati (della serie: chiedetelo ai promotori del referendum sull'acqua). L'assenza del Diritto e dell'Economia tra gli insegnamenti delle scuole superiori credo sia un abominio incredibile dato che trattano di argomenti quotidiani e vitali (dal sapere come funziona il sistema pensionistico alla struttura dello Stato).
Insomma, questa abalietà tra il narcisismo degli oratori laureati e l'adustezza del senso civico degli spettatori ha lasciato le porte aperte all'egemonia di chi non ha la minima idea di quello che sta dicendo ma apre la bocca lo stesso. Finito di leggere, spegnete il computer e mettetevi alla prova: convocate una cena di famiglia e all'improvviso, in attesa della seconda portata, lanciate la bomba: "Secondo me quelli che i giornali chiamano speculatori hanno invece fatto del bene, costringendo lo Stato a tirare fuori una volta per tutte il discorso sul debito e la spesa.". Se fallirete nel placare la tempesta che avrete scatenato sarà un brutto segno perchè di questo passo vedremo Alberoni commentare la politica economica italiana. E a quel punto sarà la fine del mondo come noi lo conosciamo.

Dan Marinos

Ps: per qualsiasi dubbio, riferirsi a Il dizionario della lingua italiana, Devoto-Oli, lettera A.