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domenica 20 gennaio 2013

Casomai ci fossimo dimenticati dei bilanci dei partiti





Qualche settimana fa Salvini, consigliere comunale a Milano ed europarlamentare della Lega, affermava ai microfoni del TG3 che parlare dell'ennesimo scandalo di senatori corrotti era parlare del nulla. L'esponente maggiore della Lega in Lombardia argomentava tale nullità spiegando che il bilancio del Carroccio era stato certificato da una società di revisione di alta reputazione (per altro americana, quindi non legata alle trame di un partito italiano) e che nulla di sbagliato, o illegale, era emerso dai controlli. Ovviamente l'intervista si chiudeva con la solita tesi della bomba ad orologeria date le elezioni imminenti.
Ora, che tale argomentazione sia sbagliata in tutti i sostantivi, verbi e aggettivi utilizzati da Salvini, non stupisce ma fa comunque girare le palle: 1) PricewaterhouseCoopers ha effettuato una revisione parziale, limitata ad alcune voci del bilancio del partito, in accordo con la Lega stessa. 2) La revisione contabile non certifica alcunché, né garantisce la correttezza di bilancio. 3) La revisione parziale ha interessato il bilancio di partito, non dei gruppi parlamentari, regionali o altre sezioni locali. 4) Altro che correttezza, la relazione di PwC ha fatto emergere "criticità nella gestione pregressa". 5) A parte il fatto che PwC è inglese e non americana, ad effettuare la revisione non è stato certamente l'ufficio di Londra bensì uno italiano, di Milano o Roma.

Questo è un ulteriore esempio di quanto prendere per il culo gli elettori sia uno sport praticato a livello professionistico da molti politici italiani. Un'attività che prevede fasi di riscaldamento nei momenti a basso livello d'attenzione mediatica, come nel caso dell'intervista di Salvini, per poi scatenarsi in veri campionati nazionali della panzana, nei giorni in cui le prime pagine vomitano scandali e gli opinionisti si stracciano le vesti. E' qua che si vedono i fuoriclasse che sanno destreggiarsi egregiamente tra investimenti in Tanzania e grandi feste nelle periferie romane. 

Oggi viviamo in un periodo di calma, per cui le notizie circa i rendiconti dei partiti e dei gruppi parlamentari o regionali passano in secondo piano. E' quasi per culo infatti, visto che evito la sezione "Norme e tributi" del Sole 24 Ore manco fosse un esame alla prostata, se ho letto questo articolo, dove il giornalista informa i lettori dell'evoluzione legislativa a seguito degli scandali autunnali in Lazio e Lombardia. In sintesi, dal 2013 il controllo sui rendiconti dei gruppi consiliari nelle varie Regioni spetterà alla Corte dei Conti, mentre l'introduzione di revisione esterna è a discrezione della singola Regione. E' il caso per esempio del Piemonte, che nel legge 16/2012 obbliga i partiti a presentare entro il 20 febbraio al Presidente del Consiglio Regionale la nota di rendicontazione, correlata dall'opinion di un revisore dei conti non scelto ma assegnato a sorteggio. A proposito del rendiconto, questo è standard per tutte le regioni, e si trova a questo link: notare che la sezione di Gatteo a Mare del Club Alpino Italiano predispone un bilancio dotato quasi della stessa "complessità": ancora più imbarazzante è notare la somiglianza con quello che la legge imponeva ai partiti nazionali nel 1974, e che fallì miseramente il proprio compito di trasparenza ed accountability. Posto comunque che è comprensibile la scelta di contabilizzare tutto per cassa e non per competenza, fa  rabbrividire il pensiero che su un foglietto striminzito, senza alcuna spiegazione integrativa, possano passare le centinaia di migliaia di euro che i gruppi si trovano in mano; e per quanto sia apprezzabile il divieto di trasmissione di denaro tra gruppi consiliari e partiti politici, fa ridere l'elenco di spese accettabili, soprattutto quelle per "attività istituzionale", laddove non esiste alcuna definizione stringente che spieghi cosa sia e cosa non sia un'attività istituzionale. 

Siamo sempre al solito punto, che non verrà mai risolto da questa classe politica: introdurranno nuovi formulari, più o meno dettagliati, colorati, disponibili su internet, firmati dal revisore o dal Papa, ma sempre privi di principi contabili severi e inderogabili che rendano tali documenti migliori della carta con cui vengono avvolte le caldarroste del baracchino in Piazza Duomo (castagne tra l'altro che potremo mangiare soltanto nell'inverno del 2014, visto che le leggi si applicheranno ai rendiconti del 2013; quelli dell'anno passato, così carico di scandali e illeciti, sono infatti esentati dal nuovo e presunto migliore controllo contabile).

Ma tranquilli, non crediate che l'anno appena iniziato non sarà ricco di scontrini a tre zeri per cene istituzionali, festini culturali e prestazioni sessuali di rappresentanza. Anzi, facciamo una scommessa: chi sarà il prossimo che urlerà alla classica bomba ad orologeria?

Dan Marinos 

domenica 2 dicembre 2012

E allora guerra sia.


I revisori sono passati; gli impiegati dell'Ufficio amministrativo possono tornare alle loro postazioni. Nonostante la paura e l'incertezza del domani, la ricerca della normalità è comune a tutte le popolazioni colpite dalla tragedia



Non è bello, mentre ben organizzato lavori tranquillo ad una revisione per il 31 dicembre, sentirti battere sulla spalla da una voce che ti sussurra all'orecchio: "Dovreste fare anche una revisione speciale per il 30 giugno. Scorso.".
Finito di raccogliere le carte che si sono sparse dopo che hai ribaltato la scrivania, fai un piano di battaglia super-aggressivo. Ti dipingi di nero sotto gli occhi, come i giocatori di football. Poi però ti accorgi che nero-tempera su nero-occhiaia non si nota, e allora semplicemente prendi la cravatta imbevuta di inchiostro rosso e ne fai una fascia per capelli. Poi prendi in mano il laptop, carichi la penna USB e ti alzi verso l'ufficio amministrativo mormorando: "E' ora di portar fuori la spazzatura...".


Nel frattempo, gli impiegati dell'ufficio amministrativo, a cui è giunta voce che i revisori dovranno rimanere altre due o tre settimane, e dovranno chiedere altri documenti, molti dei quali probabilmente erano già stati predisposti l'anno prima ma sono andati persi, si fanno prendere dallo sconforto più totale. Alcuni ingoiano pillole di cianuro, non prima di aver avvelenato i pesci dell'acquario affinché non vedano le scene crudeli dai vetri della vasca. Altri scappano sulle montagne di carta da riciclare, in attesa di preparare il contrattacco per una guerra di tipo non-convenzionale, fatta di silenzi, "non lo so" e "ancora qua state?!". Altri, semplicemente, si arrendono all'evidenza dei fatti, e cercano di fare il possibile per i colleghi pur rimanendo seduti alla loro postazione. Ingenuamente, forse, credono che l'invasione durerà poco, e tutto si risolverà in breve tempo e senza troppe perdite. Ma poi, per tutti, finisce allo stesso modo: il conflitto è totale, e bisogna venire a patti con la propria personalità, i cui tratti più celati e terribili emergono in un contesto non più civile, non più umano. Solo poche tracce rimangono a testimonianza della crudeltà del destino.


Da una stampa dimenticata nel vassoio della fotocopiatrice:


Prima di tutti, vennero a prendere le fatture e fui contento perché non le avevo predisposte io.
Poi vennero a prendere le note credito e stetti zitto perché quel giorno ero in ferie.
Poi vennero a prendere gli estratti conto e fui sollevato perché pensavo di averla scampata.
Poi vennero a prendere il registro IVA ed io non dissi niente perché non avevo tempo da perdere.
Un giorno vennero da me e non c'era più nessuno a cui potessi delegare.




Dan Marinos

sabato 22 settembre 2012

Controllo sui rendiconti dei gruppi parlamentari: ma di cosa stiamo parlando?





Mi ero ripromesso di non scrivere per un po’ sui bilanci dei partiti, visto che la tesi l’ho finita e durante la sua stesura il blog ne ha risentito parecchio, venendo in parte trascurato e in parte monopolizzato dall’argomento. Poi però è accaduto qualcosa che mi ha fatto andare il sangue negli occhi ed eccomi qua a rinnegare quanto mi ero imposto.

Camera, stop ai controlli esterni sui bilancio, così titolava il Corriere quattro giorni fa. Leggendo la notizia, ho pensato in un primo momento di sacrificare me stesso a Montezuma, che il giorno prima avevo giusto giusto consegnato in maniera irrevocabile la mia tesi sull’audit esterno ai partiti. Poi, già col pugnale in mano, mi sono accorto che l’articolo faceva riferimento al bilancio dei gruppi parlamentari, che sono cosa ben diversa dai partiti. Purtroppo, proprio mentre mi accingevo a spegnere la sacra pira dove avrei dovuto lanciarmi per suggellare il sacrifizio, su internet e sui giornali divampavano altri roghi alimentati un po’ dal solito qualunquismo becero, un po’ dall’innocenza del non conoscere la normativa in materia (visto per esempio che della nuova legge 96/2012 quasi nessun giornale ne ha parlato). Risultato: il caos e la rabbia cieca hanno impedito di riflettere su quanto veniva proposto in Parlamento, e in particolare non sono stati analizzati adeguatamente due punti particolari: i soggetti coinvolti e l’esatto funzionamento degli strumenti di controllo tanto richiesti. Vediamo di chiarire le cose, cominciando dai primi.

I proiettili vaganti dell’indignazione han colpito due categorie di forze politiche: i partiti (divisi in sede nazionale e sezioni regionali) e i gruppi (parlamentari o regionali). I primi sono associazioni non riconosciute la cui contabilità è regolata da una legge ordinaria; l’ultima è la già citata 96/2012, che tra l’altro impone il controllo esterno sui bilanci delle sole sedi nazionali. I secondi invece sono elementi funzionali degli organi legislativi dello Stato, ovvero il Parlamento e il Consiglio regionale; generalmente rappresentano l’unione dei membri appartenenti al medesimo partito politico (definizione comunque non completamente corretta, vista l’esistenza del Gruppo Misto). Essendo parte del sistema legislativo, essi devono sottostare ai regolamenti dell’organo di appartenenza e non alle leggi “normali”, così come gli uffici interni di un’impresa si comportano nel rispetto delle regole aziendali. Esistono dunque differenze evidenti tra partiti e gruppi: da un lato ci sono enti autonomi determinati innanzitutto dal codice civile, dall’altro ci sono alcuni componenti di diritto pubblico che, assieme ad altre parti complementari (per esempio i Presidenti delle Camere, le Commissioni, le Segreterie, gli uscieri e i portaborse...), sono ritenute necessarie al funzionamento di un determinato organo statale.

Per quanto riguarda il secondo punto, ovvero la revisione contabile esterna, bisogna subito definire l’obbiettivo della stessa. Ebbene, NON è compito degli auditors quello di trovare le frodi né quello di evidenziare uno spreco di denaro. A loro spetta invece verificare che i bilanci siano stati scritti nel rispetto dei principi contabili stabiliti dalla legge. Da questo punto di vista, sarà già difficile effettuare controlli al massimo dell’efficienza sui bilanci dei partiti (o meglio, delle loro sedi nazionali), visto che i principi contabili loro imposti sono pochi e nient’affatto stringenti. I dubbi aumentano ancor di più riguardo al lavoro da svolgere sui rendiconti dei gruppi parlamentari, i cui principi contabili non esistono ancora e che, come per i partiti, non saranno dettati da enti professionali come l’OIC ma dagli Uffici di Presidenza delle Camere (art. 15-ter del potenziale nuovo regolamento).

La domanda principale è se sia davvero utile in questo caso il controllo esterno. E’ per esempio necessaria la presenza di un auditor affinché alcune parti della macchina statale non buttino nel cesso i soldi che sono stati dati loro per le loro attività caratteristiche? A mio parere no, perché se così fosse allora si dovrebbero applicare le stesse misure sui rendiconti di altri organi come la Presidenza della Repubblica, il Consiglio dei Ministri, la Corte dei Conti e il CSM. Si tenga in considerazione poi il fatto che i gruppi sono parte di un’istituzione, il Parlamento,  e che quindi sarebbe più sensato una revisione sul bilancio di quest’ultimo, così come l’audit viene fatto sulla totalità di un’azienda e non solo sull’ufficio riparazioni/ricambi.

Un’altra domanda importante è se i gruppi debbano ricevere soldi dal Parlamento o dalla Regione. Questo discorso esula dal dibattito tra finanziamento pubblico o privato, ma deriva dalla constatazione che per svolgere l’attività di competenza dei gruppi è probabile che bastino gli uffici, i servizi e il personale dipendente che gli organi statali rendono già loro disponibili gratuitamente. Se mai fosse necessario denaro liquido, dovrebbe a quel punto essere il partito di appartenenza a trasferire risorse, e non lo Stato. Ed è qui che serve il controllo esterno, che non può limitarsi alle sedi nazionali ma deve estendersi anche alle sezioni regionali, dove si annidano pericoli ben più gravi del peculato (come nel caso di Penati).

Dan Marinos   

lunedì 4 giugno 2012

I bilanci dei partiti politici

I bilanci dei partiti politici in attesa del timbro del revisore.

Siete a favore del finanziamento pubblico ai partiti o preferite che questi ricorrano esclusivamente a donazioni private? Temete il rischio che il primo ministro diventi suddito di una grande impresa o aborrite l’idea che i politici sperperino a nostre spese per fini prettamente personali? Io non sapevo prendere posizione su questi punti, e non sapendo da che parte stare procrastinavo. Finché venni illuminato: in economia (ma si può applicare la cosa anche in altri campi) quasi tutti i problemi provengono da difetti d’informazione. L’asimmetria informativa non è una cosa che insegnano per raccontare storie divertenti tra manager truffaldini e coccolosi azionisti di minoranza: è una cosa che distingue i costi che si paga volentieri per ottenere un valore aggiunto (un bene come il computer o un servizio come il trasporto aereo) da quei costi che si farebbe volentieri a meno di pagare ma che, alla fine, si pagano sempre. Lo si fa perché c'è bisogno di qualcuno che ci dia quelle informazioni in più necessarie per prendere decisioni, o che almeno certifichi la verità di quei dati e dichiarazioni che abbiamo in mano. E in realtà quel ciuccia-cicuta di Socrate, che si gasava di non sapere, ci aveva visto giusto: finché non sappiamo, come possiamo prendere decisioni? Da questo punto di vista, è quasi meglio continuare a procrastinare. Ritornando alla domanda sul finanziamento ai partiti, perché dibattere sulla questione quando, in entrambi i casi, si otterrebbe la soluzione sbagliata? Questo perché non si hanno informazioni affidabili su come i partiti utilizzino tali soldi, su come vivano, su come operino: i bilanci ci sono, è vero, ma non si può sapere se siano fogli utili per la scrivania o per il gabinetto. E una via di mezzo - com'è la situazione ad oggi - non è ammissibile.
   
Partiamo dal principio: cosa sono i partiti. Giuridicamente si tratta di associazioni non riconosciute, terminologia che include entità piccine come il Club dei Pescatori del Fosso dietro Casa Mia e giganti come la CGIL. La disciplina dei partiti era dunque innanzitutto affidata a qualche generico articolo del Codice Civile, dopodiché si è provato ad arricchire la normativa aggiungendo una manciata di leggi, approvate nel 1974, nel 1981, nel 1993, nel 1997 e infine nel 1999 (salvo piccole modifiche e referendum vari, ma tanto contano poco o un cazzo). Si noti come prima cosa che la disciplina sui bilanci era ed è soltanto un corollario al tema principale, cioè il finanziamento pubblico, anziché essere una condizione a priori (tanto che la legge si rivolge ai partiti "che beneficiano dei sussidi previsti": cosa accadrebbe dunque ad un partito che rifiutasse tale favore?). Di regole alla contabilità poi, giusto un pizzico: è vero, le voci di conto economico e stato patrimoniale sono specificate dalla legge, ed è richiesta una nota integrativa e la relazione della gestione. Tuttavia ogni partito è libero di scriverli come meglio ritiene, e non sto parlando solo di come vengono valutate per esempio le partecipazioni (fosse solo quello, leccherei una tigre infuriata) ma addirittura di quale principio contabile debba essere usato: di cassa o di competenza, la scelta è lasciata agli amministratori, che la possono cambiare di anno in anno alla faccia della chiarezza di bilancio.
Si capisce che una piccola lista come “Cristianamente riprendiamo a parlare”, vincitrice alle amministrative nel comune Tricarico, possa anche evitare di usare il principio di competenza economica per via della pochezza dei propri numeri. Ma una soglia che discrimini chi debba seguire quale principio potrebbe aprire più dilemmi che soluzioni definitive (ne dico una: nessun partito si candiderebbe alle amministrative ma userebbero piccole liste civiche mascherate, che tanto ora vanno di moda). E' allora evidente che c’è bisogno di un sistema di controlli serio e affidabile, che sappia capire il perché il PDL ha un patrimonio netto negativo di 7.5 milioni di euro. Oggi i controlli sui conti dei partiti sono di due livelli, uno interno e uno esterno. Quello interno è affidato ad una specie di collegio sindacale, composto da tre revisori scelti dal partito. Nessun problema, il fatto che i controllori siano nominati dal controllato avviene anche nelle società commerciali: peccato che questi dovrebbero essere minimamente indipendenti, e non segretari di alcune sedi locali del medesimo partito. Siccome che, in assenza di revisione esterna obbligatoria, la responsabilità nella regolarità cade sul collegio, ci sarebbe da sperare che assieme a Belsito siano indagati anche i sindaci della Lega Nord. E invece le comiche: pare che l’amministrazione del Carroccio abbia falsificato le loro firme da anni!
Ma passiamo al secondo livello di controllo, quello rappresentato da un comitato di revisori nominato dal Presidente della Camera. A loro spetta il compito di verificare che i bilanci pubblicati siano formalmente corretti, ovvero che tutto sia indicato come negli schemi previsti da legge. Questo vuol dire che non possono né devono verificare la correttezza dei numeri, anche perché solo l’anno scorso sono stati depositati a occhio e croce una cinquantina di rendiconti (vedi qua).  Una piccola perla poi, che ancora non so se è stata risolta o se è rimasta (ma scommetterei di no): nonostante ogni base logica, i bilanci dovrebbero essere pubblicati entro il 31 Gennaio, e depositati alla commissione entro il 28 Febbraio. Ditemi in quale altro settore un documento viene reso disponibile prima del controllo: nemmeno per gli articoli del peggior giornalino pastorale si usa questa prassi. In questi giorni in Parlamento si discute (e in parte, si è approvato) un progetto di riforma dei finanziamenti ai partiti; pare che l’audit passerà dalle mani della commissione attuali al triumvirato dei presidenti di  Corte dei Conti, Consiglio di Stato e Cassazione. E’ lampante che questi tre possono – legittimamente – non sapere nulla di revisione contabile, per cui mi aspetto di veder nascere una nuova inutile commissione.

Perché allora non usare i servizi di una società esterna di revisione? Sono competenti, sono indipendenti se disciplinate a dovere, sono dotate di risorse umane e materiali che permettono di investire tempo e denaro in controlli di sostanza. Qualcuna di loro ha già avuto a che fare con i partiti e i loro bilanci: KPMG ha aiutato le indagini nello scandalo Lusi e PwC revisiona da tre anni il bilancio del PD. Ma ad oggi l’opinion di un revisore esterno vale ben poco, perché la frase standard “il bilancio è stato redatto in conformità ai principi imposti dalla legge” non ha alcun significato dal momento che per i partiti non ci sono veri principi contabili. Di conseguenza il revisore chiamato su base volontaria si alleggerisce del tutto di una responsabilità che è già comunque un pelo minore rispetto a caso della revisione legale. 

Conclusione: sapete chi ha i bilanci pubblicati sul sito del Parlamento (pagina web a prova di idiota) anzichè su numeri sconosciuti della Gazzetta Ufficiale, tutti revisionati da società/revisori esterni sulla base di principi contabili chiari?
La Germania, guarda un po’.
Dan Marinos

Nota: il post che avete letto è la versione integrale dell'introduzione alla mia tesi di laurea. Dovrebbe essere anche quella definitva, salvo che il mio relatore non chieda più parolacce e meno tecnicismi.

Nota2: ho già depositato il titolo, carissimi, quindi niente furberie.