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domenica 27 gennaio 2013

Della fine del mondo e delle deducibili conseguenze economiche.




L'altra sera la mia ragazza ha scelto di guardare Melancholia, di Lars von Trier. A farmi accettare di buona voglia è stata l'idea alla base di un film, ovvero la minaccia di un pianeta che muove dritto verso la Terra lasciando senza speranze l'umanità. Insomma, un film psicologico che accontenta Lei con una base da disaster movie che accontenta Lui. Ed ecco infatti che la pellicola si apre con una serie di inquadrature stupende, tutte al rallentatore, con Kirsten Dunst tutta scombinata, un cavallo scombinato, un campo da golf scombinato e soprattutto un piccolo pianeta che collide con la Terra, con onde alte chilometri e una luce abbagliante che l'umanità per un attimo pensa: "toh, piove ma c'è il sole, pazzesco." e un microsecondo dopo muore. 

Al che ti viene da pensare. Innanzitutto a chi è andato corto in borsa, gabbando tutti quanti. Metti che tutti sappiano dell'arrivo del meteorite almeno un anno prima del previsto impatto, e che tutti gli scienziati siano d'accordo nel dire che no, non c'è un mezzo percento di possibilità di salvarsi. A quel punto chi ha venduto un contratto forward si trova a stappare lo spumante buono, quello che tiene lì da una vita in attesa che suo figlio si laurei o si sposi, e che ora vale la pena aprire tanto la Terra sta per esplodere e figurarsi se suo figlio trova una ragazza in un anno, sempre attaccato a fumetti e videogames. E, visto che andare corti significa assumere un debito, ne consegue che tutti i debitori benedirebbero il giorno del giudizio (a patto che il prestito scada oltre l'anno di vita utile).

D'altro canto mi vien pena a pensare a chi ha prestato il denaro, e che attende il rientro del capitale investito: dalle banche che offrono mutui per le case alla TIM che rateizza gli smartphone a 20€ al mese, quegli stessi smartphone che intaseranno la rete per un anno con foto instagram d'addio e frasi seguite da #perchèadesso e #ho17annieparcheggiarenonsaràmaiunproblemaperme. Certo il problema permane per i grossi debiti che scadono prima e non possono essere rinnovati: penso per esempio ai debiti sovrani, che ciclicamente vengono pagati con nuovo debito. Che farebbe lo Stato? Ripagherebbe tutto vendendo ai privati il Colosseo e licenziando i dipendenti pubblici, o defaulta mandando a cagare i creditori, che tuttavia sono in gran parte i suoi stessi cittadini? Un problema non banale, scoprire di non avere più i risparmi di una vita e dunque non poter spendere tutto quello che si possiede prima della fine del mondo. 

Tuttavia l'economia non è solo patrimonio, ma anche trasferimento di risorse e flussi di valore aggiunto. Il desiderio di scialacquare i propri averi sarà appunto il primo desiderio delle persone, che correranno in banca per ritirare tutto il contante (già, perché siamo nel 2012 ma le prostitute e i prostituti così come gli spacciatori, non svolgendo lavoro legale, non possono essere pagati né col bancomat né coi buoni pasto. L'Italia, Paese arretrato civilmente ancor prima che economicamente). A quel punto ci sarebbe una totale crisi monetaria, accompagnata tra l'altro da un'iperinflazione su alcuni prodotti per eccesso di domanda (su tutti mi viene in mente gli antidepressivi e le candele da chiesa, oltre al già citato mercato del sesso e della droga) e una deflazione esagerata su altri prodotti (i contratti assicurativi sulla vita, i diamanti e tutti gli altri beni che durano per sempre).

Mentre quindi la domanda varierà a seconda dei beni in questione, è interessante indagare sul lato dell'offerta. I film apocalittici insegnano che, a seguito di un disastro globale, lo scenario più attendibile è quello di un caos sociale, di piccole comunità che lottano per la sopravvivenza mentre gruppi di barbari, pirati e predoni nomadi compiono scorribande nelle periferie desolate. Ma questo è, appunto, un ragionamento ex-post; dal punto di vista ex-ante, i film non ci sono d'aiuto in quanto prevedono sempre la speranza di poter far esplodere il meteorite con una bomba atomica trivellata nel nucleo da un gruppo di operai alcolizzati del settore petrolifero. La domanda quindi è: di fronte alla totale assenza di speranza, si continuerà a produrre, a lavorare, ad investire (per lo meno sul breve)? E soprattutto, nel business delle previsioni (dal meteo all'oroscopo), ci sarà qualcuno che il giorno X-1 dirà: "domani previsto neve, ricordate le catene a bordo."?

Dan Marinos

Ps: Poi, dopo due ore e passa, mi sono svegliato. Che bella dormita ragazzi!



domenica 23 dicembre 2012

Il PIL mi violenta (ma forse è colpa mia)






Due settimane fa sono stato messo in crisi dalla rubrica Junior del Sole24Ore. Tutto per colpa di una semplice, secca domanda: “Cosa succede al PIL se un signore sposa la propria cuoca?”. Fabrizio Galimberti, autorevole giornalista economico (qui il pdf dell’articolo), spiega ai ragazzi che il prodotto interno lordo diminuisce se un lavoro, prima retribuito, diventa gratuito in quanto rientrante nella sfera delle mansioni casalinghe: “La ragione per cui il lavoro domestico svolto all’interno della famiglia viene escluso dal PIL è solo pratica: perché non c’è né un prezzo né un costo.” scrive Galimberti, continuando poi con un elenco di altri esempi che non ha fatto altro che aumentare la mia confusione: “Questo non è il solo ‘lavoro’ che viene escluso dal PIL. Anche tutta l’attività illegale, dai furti alle rapine in banca allo spaccio della droga alla prostituzione, viene esclusa dal calcolo del PIL. Anche qui per ragioni di convenienza: come si fa a calcolare le sette camicie che deve sudare il rapinatore per organizzare il colpo in banca?”. Leggendo queste frasi, la sensazione è stata quella di un vero e proprio mindfuck (l’Urban Dictionary descrive questa sensazione come: “il processo di stupro della propria intelligenza, mai anticipato da una pre-lubrificazione”), perché da un lato pensavo che il ragionamento avesse senso, e dall’altro ragionavo sulla diverse definizioni di PIL senza tuttavia trovare alcun supporto alla tesi di Galimberti. 

Prendiamo per esempio lo schema classico che i professori universitari utilizzano il primo giorno del corso di macroeconomia e adattiamolo alla domanda che mi ha tanto turbato; per fare questo, trasformeremo il nucleo familiare in una catena imprenditoriale con valore aggiunto. Supponiamo infatti che la titolare di una casa di piacere assuma un gigolò, che non sostiene alcun costo nel fornire il proprio servizio, essendo vitto e alloggio inclusi nello stipendio, che vale, per semplicità, 100€ l’anno (non ho intenzione di dibattere su questo dato, né di effettuare un indagine di mercato per rendere l’esempio più realistico). La matrona, grazie al servizio di questo suo uomo del piacere, riesce a fatturare 500€ l’anno. In uno scenario dove lo Stato non esiste, lo schema di creazione del valore diventerebbe così:



Veniamo ora alla triplice definizione di PIL, che può essere:

- il valore dei beni/servizi finali prodotti: 500€ ottenuti dal bordello.
-il valore del valore aggiunto generato: VA del gigolò + VA del bordello =(100€-0€)+(500€-100€)=500€
-il valore dei redditi generati nel processo: Y gigolò + Y matrona = 100€+400€=500€

Supponiamo ora che la matrona sposi il gigolò, il quale continua però a lavorare nel bordello (ipotesi realistica, visto il numero di pornodive sposate). La casa di piacere continua a guadagnare 500€, ma senza più alcun costo visto che la moglie non deve pagare uno stipendio al marito. Ma per questo motivo il PIL diminuisce? No, rimane invariato:

- il valore dei servizi finali offerti è sempre 500€
- il valore aggiunto è sempre 500€, stavolta generato in un processo con un solo step (500€-0)
-il valore dei redditi generati dal processo è sempre 500€ (al di là di come essi vengano distribuiti tra moglie e marito).

Galimberti offre poi un’ulteriore definizione di PIL, che poi non è altro che la solita formula della IS. Il PIL è uguale alla somma di consumi e investimenti, e forte di questa addizione sembra suggerire il seguente messaggio: “la matrona non consuma più per pagare l’avvenente tronchetto della felicità, dunque il PIL diminuisce”. Peccato che anche in questo caso il totem dell’amore penetri – senza carezze – tra i miei neuroni, i quali ricordavano che ciò che non si consuma viene risparmiato, e ciò che si risparmia diventa, per ipotesi, investimento (da cui l’acronimo “IS”), per cui sotto certe assumptions è indifferente quanto consumo o quanto risparmio: il PIL rimane uguale.

Data la semplicità di questi miei ragionamenti, che non tengono conto delle prospettive future, dei valori attesi, degli effetti sul mercato del lavoro né del livello dei prezzi, e soprattutto tenendo conto della mia insipienza macroeconomica, sono rimasto per giorni dubbioso sul fatto che fossi io a non capire, che fosse in qualche modo colpa mia. Insomma, mi sono sentito come una ragazza che "è andata a cercarsele vestendosi e truccandosi in modo così attraente, così da puttana". Per questo mi sono rivolto alla comunità (dei miei lettori), ponendo il dilemma sulla pagina di facebook. Le risposte pervenute sono state unanimi e confortanti:


David: “Dipende da cosa ne fai dei soldi risparmiati per pagare la domestica. Se lavori di meno (perché hai bisogno di meno soldi) allora, molto probabilmente, il PIL si abbasserà. Se, invece, continuerai a lavorare lo stesso ammontare di ore, l'andamento del PIL dipenderà da cosa farai con i soldi in più: se sposti denaro verso attività con un più alto valore aggiunto delle faccende domestiche (e ce ne sono molti, la quasi totalità) il PIL aumenterà. Tutto questo considerando i rapporti con l'estero invariati.”

Francesco:“ Il PIL forse no, il PNL sì (se la domestica non è italiana)! Ma la domanda seria è: che bevono al Sole per farsi certe domande?”

Luca: “oh mio dio che coglioni, ma non e' vero: che ci fa coi soldi che risparmia?”

Filippo: “Ha detto quasi tutto quello che c'era da dire David. Si può parlare poi del fatto che, se lavori e non paghi la colf, ma metti i soldi in banca, hai uno shift da C a I (ammesso e non concesso che S=I). Ma di questo si è già parlato altrove [...] L'economostro dovrebbe cambiare nome in "Forse-dovevo-fare-scienze-della-comunicazione....-mostro". Oppure l'Accountamonster, che è pure peggio.”


Se dunque la bellezza di una poesia non può rientrare nel PIL (alla faccia di Bob Kennedy) non si capisce perché non lo possa fare il lavoro domestico ma soprattutto, secondo Galimberti, lo spaccio di droga (che è a tutti gli effetti un processo imprenditoriale ed economico). A questo punto, l’unica ragione che mi viene in mente a supporto del giornalista è che i vari istituti di statistica non siano in grado o non vogliano deliberatamente misurare anche l’effetto sui redditi dell’importazione, distribuzione e consumo della cocaina. E’ perché il pusher o la prostituta non fatturano, né dichiarano il proprio reddito, né comunicano ai mercati il nuovo maxi-investimento in una raffineria d’oppio alle porte di Borgo Buzzone?
Possibile, ma a questo punto, se l’uomo sposa la propria domestica e la matrona il proprio gigolò, a calare non è il PIL esistente (per non dire “reale”, termine che confonde le idee) ma il PIL misurato.   



Dan Marinos

 
Invito chi ne sa più di me a partecipare alla discussione. In particolare invito i miei ex-professori, se mai avessi scritto stronzate, a non stracciarmi la laurea da poco conquistata. Inoltre, se mai si dovesse istituire un processo, si sappia che sono disposto a rendere noti alle autorità i cognomi di chi ha rilasciato le dichiarazioni sopra pubblicate.

lunedì 2 luglio 2012

Il discorso di Bob Kennedy è una cagata pazzesca!

Bob è felice, ha scoperto un modo per rafforzare la solidità dei valori familiari. E' tra le gambe della Monroe.


Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l'arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani... "Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea", scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l'anima e l'esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizzione: PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica al netto delle tasse + saldo import/export. 

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: "Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone". Ma l'errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull'inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. "Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l'obiettivo principale è la crescita (del PIL)?". Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; egli dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick. 


I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d'informazione, per l'emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull'onestà della pubblica amministrazione, sull'intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l'orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere. 

Dan Marinos

sabato 3 marzo 2012

A volte (pro) capita



Oggi parliamo di pro capite, che non vuol dire essere a favore del capitalismo. No, lo dico per evitare fraintendimenti, sennò poi va a finire che mi accusano di voler chiudere Famiglia Cristiana, di denigrare l’Alfa Mito e di voler usare le mie innocue centrali nucleari per bombardare Israele.
Dicevamo, pro capite: Wikipedia lo definisce in due righe come “una parola latina che significa per ogni testa. È usata nel campo statistico per indicare la media "per persona" di un certo aggregato ad es. reddito, consumo, ecc.”. Ovviamente l’economia è un settore che fa largo uso di questa misura, perché aiuta a confrontare valori assoluti come gli aggregati sopracitati: nel 2009, per esempio, il PIL del Lussemburgo era di circa 52 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti registravano 14 mila-miliardi. Yankees più ricchi dunque? La risposta è no (o “dipende”, ma in questo caso vuol dire che siete i soliti professori ignavi che fanno domande trabocchetto agli studenti).  Infatti gli abitanti del Lussemburgo sono solo 400mila, per cui nello spartirsi la torta-reddito ottengono delle fette decisamente abbondanti tanto da arrivare primi nella classifica dei migliori paesi per reddito-pro capite (con valori aggiustati tenendo conto della parità dei poteri d’acquisto); gli US invece rimangono indietro, alla sesta posizione. Questo nel 2009; nel 2010 incredibile sorpasso del Qatar, seguito da Lussemburgo, poi Singapore, Norvegia, Brunei…E l’Italia? Ventinovesima, tra Israele e Grecia. Eh insomma, italiani! Si può fare di meglio, non vi pare? Le soluzioni sono due: o produciamo di più e alziamo quindi il numeratore, o eliminiamo qualcuno dei 60.742.397 abitanti abbassando così il denominatore. Tipo, questi ultimi 397 qua: chi sono? Cosa fanno? Che squadra tifano? 
A dire la verità può anche capitare che un minor rapporto pro capite possa anche fare piacere. Il debito pubblico italiano è 1,9 mila miliardi di euro, cioè 32.230 euro a cranio (fonte: il contatore sulla home page di chicago-blog.it, quello con una mano anatomicamente non umana che ti punta il dito contro facendoti sentire una merda); a questo punto, in maniera opposta al caso di prima, per migliorare il rapporto il numeratore dovrebbe diminuire e/o il denominatore dovrebbe aumentare. Tuttavia, posto che avrei piacere nel veder calare ‘sti trentamila euro che devo a qualcuno, suppongo che suoni stonato sostenere che una maggiore natalità sia la giusta soluzione. 
Guardiamo un po’ nelle nostre tasche: non siamo solo debitori, qualche credito ce l’abbiamo. Per esempio, con il prestito da 130 miliardi di euro  la Grecia deve 266€ ad ogni singolo cittadino dell’Unione Europea, italiani compresi. E, da buon patriota della UE, mi sento di dire che i soldi della BCE sono pure soldi miei, per cui dei 530 miliardi di euro dati alle banche due giorni fa circa 1600 sono targati Dan Marinos (nb: ragionamento con fini puramente ludici, per favore non stracciatemi la laurea).
Ma non dobbiamo essere venali. Da sempre si dice che l’asso della manica della penisola è la cultura: attori, pittori, architetti... e scrittori. Pare che il fondo per l’editoria verrà rifinanziato per un ammontare di 120 milioni, cioè 2 euro pro capite. Bene: nel 2009 (ultimo dato disponibile negli archivi dell’Associazione Italiana Editori), sono stati pubblicati 57 mila titoli, tra cui Cotto e Mangiato della Parodi (classificatosi primo nel 2010) e Il tempo che vorrei di Fabio Volo (classificatosi 10mo). Ecco, io vorrei che quest’anno neanche un centesimo dei miei 2€ venisse buttato nel cesso; e siccome mi dicono che Fabio Volo ha registrato più di 5 milioni di copie vendute (numero medio di pagine secondo il mio calcolo in Excel: 236), rabbrividisco nello scoprire che il numero di pagine pro capite dei libri di Fabio Volo sia uguale a 20. E’ questa la cultura che dovrebbe portarci fuori dalla recessione? E’ questa l’arma che crediamo distingua l’Italia dal resto del mondo? Siamo il paese delle 8 pagine pro capite di Cotto e mangiato e dei soli 0,002 secondi pro capite di canzoni degli Elio e le Storie Tese. Vuol dire che ci vuole un paesino di 2800 persone per poter avere il sublime verso: “Perché Ok, sì, Gimmi Il Pedofilo…ma Il Pedofilo era il cognome!”.
Qualcuno potrebbe argomentare che il potere della cultura italiana sta nel mondo classico e rinascimentale. Beh, la Commedia di Dante è composta da 0,0002 versi pro capite o, assumendo una media di 11 sillabe per verso, 0,0025 sillabe per abitante: Firenze non sarebbe in grado di ottenere nemmeno un Canto.
Quante cose che ci insegna il nostro amico pro capite: il debito pro capite, il Pil pro capite, l’oro del Papa pro capite, i chilometri del TAV pro capite, il numero di notai, farmacisti e tassisti pro capite, i capelli di Sallusti pro capite… E’ un indice individualista, antropocentrico se volete, forse egoista nel tener conto delle singole persone, ma che meglio di tutti ci permette di capire noi stessi e che rende ogni cittadino uguale all’altro.
Pro capito?


Dan Marinos

domenica 8 maggio 2011

Mi piace usare paint


A me piace molto giochicchiare con le immagini. Dopo un ennesimo weekend senza idee, stanotte ho sognato queste 2 sequenze ( + una, ma non ho fatto in tempo a svilupparla). De-gustatele cliccandoci sopra!



Dan Marinos

domenica 19 dicembre 2010

Articoletto sportivo per far passare il tempo


AVVISO:
L'Economostro viene da una settimana veramente impegnativa, e fino a ieri non ha avuto alcun modo di pensare ad un argomento da trattare questa settimana: molte idee, alcune molto valide (ma richiedono giorni di preparazione per formulazioni di ipotesi, verifica statistica, pubblicazione e ritiro del Nobel), altre piuttosto sciatte ma veloci da scrivere; mettiamo quindi le mani avanti avvisando e giustificando la scialbezza del seguente articolo (promettendo però maggiori returns a breve; insomma un articolo proprio carino, giuro). A proposito, si dice scialbezza, scialbaggine o  va bene anche "interessante come un commento tecnico di Marino Bartoletti"?

Nella mia scoglionaggine meritata dopo settimane di duro lavoro mi sono messo a guardare un pezzo Inter-Mazembe: davanti allo schermo e mangiando un pò di caramelle di santa lucia il mio cervello ha avviato un'analisi degli sport nelle macroregioni mondiali confrontati con le economie delle stesse. Per esempio, conta di più la concorrenza o il monopolio? Conta di più l'innovazione o si punta verso settori tradizionali e maturi? Evitiamo tra l'altro di considerare gli sport praticati in maniera uniforme in tutto il globo (fra questi rientrano più o meno tutti gli sport individuali, come il tennis).

Per esempio, in europa dominano oligopolio, scarsa concorrenza interna nonostante l'alta mobilità della forza lavoro (o meglio, la difficoltà di mantenere un contratto costante e stabile tra lavoratore e società; insomma, il precariato sportivo) e bassa innovazione: cazzo, sembra la descrizione dell'Italia. In realtà è un modello economico che caratterizza tutta l'Europa continentale e (udite udite) anche quegli anglosassoni degli inglesi! Prendiamo il calcio, per dirne una: ci sono un piccolo numero di club considerati "grandi" ed imbattibili dalla concorrenza (la filosofia del too big too fail finchè non perdi in casa col Cesena o con lo Stoke City): una sorta di oligopolio, vuoi perchè sono società che escono dalla nazionalizzazione, vuoi perchè la tradizione familiare è troppo forte, vuoi perchè le barriere d'ingresso sono troppo forti (considerando l'introduzione dei tornelli poi...). I migliori vanno sempre e solo dalle più ricche, e questo dominio dei pochi sui molti viene accentuato da ingaggi sempre più stellari, eventualmente con ricche "buonuscite" Profum-ate. Ma guardiamo i lati positivi: se non c'è attaccamento dei dipendenti alla maglia, c'è l'attaccamento della società al territorio (federalismo e quartierismo sportivo che si esprime in "solo la nebbia, avete solo la nebbiaaaaaa", "O vesuvio lavali col fuoco, o vesuvio lavali col fuocooooo" o, il più classico "inter merda alè").

Gli Stati Uniti invece guardali li, con la loro concorrenza costantemente portata a livelli estenuanti, dove tutte le società sono ricche (ma tanto ma tanto ricche) uguali, e per mantenere questo equilibrio ad ogni pre-stagione viene fatto il draft, ovvero la serata dove l'ultima della classifica dell'anno precedente ha il diritto di prelazione sul miglior giocatore universitario che deve passare al professionismo (pazzesco, quando Cleveland selezionò il già fenomeno Lebron James, era come dire che il miglior studente della Bocconi veniva assunto da Banca Popolare di Spoleto o da Filatura di Pollone s.p.a). Certo che le squadre americane sono proprio delle puttanacce e puntano solo al profitto, tanto che il trasferimento di una società da una città ad un altra non è impossibile, anzi. Però si spendono tanto anche dal punto di vista etico, come no! Loro non si abbassano a mettere gli sponsors sulle magliette: trasferire la squadra da Springfield ad Alberquerque (giusto per citare un esempio realmente accaduto) va bene, initolare il nome dello stadio alla Gillete, o alla Heinz, o alla FedEx, ma la scritta sulla maglia mai! Comunque, forte concorrenza e normative che rimescolano i capitali (umani e non) permettono alle squadre, a turno, di vincere qualcosa. Tra l'altro non è vero che solo i cervelli fuggono dall'Italia: i muscoli di Bargnani e Gallinari (Bellinelli a te non ti considero) dove li mettiamo, in stiva? Resta il fatto che anche i cari States sono bloccati nella R&D: basket, football e baseball il loro core business; ogni tanto un pò di diversificazione ma niente di che.

Ma chi va veramente forte in quest'ultimo lato dell'economia sportiva sono gli asiatici. Ebbene si, coloro che ci dilettano con le loro sfide impossibili: togliersi la sigaretta con una frusta, lotta a bastonate con i neon, spaccarsi le gionocchia sui trampoli. Insomma, in Asia vince: l'imprenditorialità individuale, l'alto rischio d'impresa e la perdita sicura della dignità umana. MA la sola ricerca e sviluppo non porta al successo: se l'idea è buona, e anche ammettendo di essere in grado di realizzarla, servono i capitali per venderla sul serio, anche a clienti diversi da quel manicomio che è il Giappone. Forse un giorno smetteremo di guardare 22 ragazzi inseguire un pallone per buttarlo in rete, ma dubito che sostituiremo quest'attività con lo spettacolo di un elefante che trascina un mucchio di occhi a mandorla in un sentiero pieno di cocci, vetri, rami pungenti e siringhe infette (per quanto, nel suo piccolo, sia davvero qualcosa di commuovente).

Dan Marinos