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domenica 6 maggio 2012

La balena è un pesce. E con l'euro costa di più.




Nel capitolo XXXII di Moby Dick il protagonista del romanzo, Ismaele, ci regala una sua personale classificazione e descrizione degli animali che egli ritiene rientrino sotto il termine generico di “balena”. Già in altri capitoli del libro il marinaio narratore fa riflessioni critiche su argomenti non prettamente di sua competenza citando fonti, autori ed opere che stonano con l’immagine di base che il lettore ha di un semplice mozzo del diciannovesimo secolo; sarà la cultura di Melville a riflettersi sul suo personaggio? Può darsi, ma alcuni ritengono che Ismaele sia comunque abbastanza indipendente dall’autore. Ad ogni modo, che sia Ismaele o l’autore a parlare, il capitolo in questione ci regala una perla di alta comicità popolare, una metafora della distanza tra professionista e opinione pubblica che è valida tutt’ora. Ad un certo punto infatti il marinaio dice:

Nel suo Sistema della natura (1766) Linneo dichiara: “Io qui separo le balene dai pesci” […] Linneo espone come segue i motivi in base ai quali vorrebbe bandire le balene dalle acque: “Per il cuore caldo e biloculare, i polmoni, le palpebre mobili, gli orecchi cavi, il penem intratem feminam mammis lactantem” (per il pene che entra nella femmina, che allatta con le mammelle n.d.t.), e per finire “ex lege naturae jure meritoque” (per legge di natura giustamente e  a buon merito n.d.t)”.

Pare dunque una spiegazione seria, motivata e scientifica di cosa siano le balene. Ismaele invece la pensa così:

Ho sottoposto tutto questo ai miei amici Simeon Macey e Charley Coffin di Nantucket, miei compagni di mensa in un certo viaggio, ed entrambi si sono trovati d’accordo nel dire che le ragioni elencate erano del tutto insufficienti. Charley ha pure ipotizzato, da profano, che erano tutte sciocchezze. Sia noto che, astenendomi da qualsiasi discussione, io sostengo il buon vecchio assunto che la balena è un pesce, e chiedo al santo Giona di appoggiarmi. […] Per dirla in due parole, una balena è un pesce che sfiata e ha la coda orizzontale.

Ismaele, ascoltami. Linneo non è un pirla. Lo conosco, è uno che ha studiato,  uno che meriterebbe il nobel retroattivo, per intenderci. Ho capito che tu e Simeon Macey e Charley Coffin avete viaggiato e visto più balene di lui, però a lui è bastata vederne una o due per vederci giusto. Dovete arrendervi all’evidenza dei dati scientifici che voi stessi avete davanti agli occhi ma che decidete comunque di ignorare. Un po’ come con l’inflazione.

Chiedete a qualsiasi persona sufficientemente vecchia da aver vissuto attivamente il passaggio dalla lira all’euro, quale fu l’effetto sui prezzi di tale cambiamento. Molto probabilmente vi risponderà che i prezzi aumentarono tantissimo, tanto da riassumere il concetto in “1 € = 1.000 lire”. Eppure non può essere davvero andata così: l’inflazione misurata fu relativamente bassa e i tassi d’interesse erano ben diversi da  quelli degli anni ’70. Del resto l’obbiettivo principe della Banca Centrale Europea è un tasso d’inflazione prossimo al 2%. Chi ha ragione dunque? L’opinione pubblica o l’ISTAT? Una ricerca molto interessante di Del Giovane e Sabbatini, contenuta nel libretto “L’euro e l’inflazione”, spiega i motivi della divergenza tra il tasso d’inflazione misurato e quello percepito dall’opinione pubblica italiana. Le cause sono riassunte in:
1)      Andamento prezzi
a.       Frequenza acquisti. I prezzi dei beni e servizi acquistati più frequentemente (ma per importi relativamente bassi) hanno subito un significativo rialzo tra il 2000 e il 2003, a fronte di un tasso di inflazione sostanzialmente stabile o decrescente per quei beni che vengono comprati con bassa frequenza ma che pesano maggiormente nel paniere dell’ISTAT.
b.      Distribuzione della variazione di prezzo. Un numero sempre più elevato di beni ha subito variazioni di prezzo estreme e tuttavia di segno opposto, finendo per compensarsi in un livello medio stabile. Se le famiglie assegnano un peso maggiore agli incrementi e percepiscono in maniera minore le riduzioni, succede che a parità di inflazione media quella percepita aumenta.
c.       Paniere medio e panieri individuali. Il paniere costruito dall’ISTAT è più o meno significativamente diverso da quello specifico di ogni famiglia. Un caso in cui la divaricazione tra i due panieri può essere molto forte riguarda beni o servizi che sono molto rilevanti per gli individui che li acquistano, ma gli individui stessi sono una percentuale comunque bassa all’interno degli “standard” dell’ISTAT e incidono in misura modesta sull’inflazione media (per es. i canoni di locazione con il 20% delle famiglie vive in affitto, un peso nel paniere pari a 3,1%, e un aumento dei prezzi medio del 14% tra 2002 e 2000).
2)      Condizione economica individuale. I consumatori confondono le cause di un impoverimento del potere d’acquisto. Le differenze negli andamenti dei redditi familiari negli anni recenti si sono riflesse sull’incidenza della povertà relativa per le varie categorie di lavoratori.
3)      Un’ assidua attenzione al fenomeno da parte dei media. Su questo punto sono stati analizzati gli articoli pubblicati dal Sole24Ore e dal La Stampa. Gli articoli si sono caratterizzati per un certo sensazionalismo e soprattutto “nell’enfasi assegnata alle critiche delle metodologie seguite dall’ISTAT e alle stime dell’inflazione di altra fonte”. Tuttavia il rapporto causa-effetto tra l’attenzione posta dai media e la percezione sull’inflazione può essere bidirezionale, con i due elementi che si alimentano vicendevolmente.
4)      Arrotondamenti e memoria dei prezzi in lire. “In Italia i prezzi in euro sarebbero stati valutati convertendoli mentalmente in lire a un cambio di 2.000 lire per euro, comportando un arrotondamento del 3.2% che, aggiunto all’inflazione misurata, implicherebbe per il 2002 un’inflazione percepita più che doppia rispetto a quella misurata”.

Di fronte a questi punti, arricchiti di dati e tabelle, credete forse di poter convincere i vostri intervistati che i prezzi, in media, non sono aumentati così tanto? Scordatevelo. L’opinione pubblica è uno zoccolo duro che i professionisti a fatica scalfiscono. E questo vale non solo per l’economia, ma anche per le scienze naturali e a volte perfino nell’arte e nella letteratura. La percezione sensoriale domina (del resto Draghi “non è mai andato a fare la spesa e non sa quanto costa un litro di latte”), tanto più se alimentata da megafoni mediatici, politici o antipolitici che siano: la parola non passa più all’esperto, rimane ai conduttori. Al massimo, gli unici commentatori tecnici accettati sono quelli che fomentano il pubblico, per esempio accusando i fantomatici speculatori del crollo di un listino azionario; come se Pizzul, di fronte ad un goal palesemente in fuorigioco e per questo motivo annullato dicesse che i difensori si sono comportati antisportivamente – anzi, illegalmente – tenendo la linea alta contro la volontà del tifoso del “giuoco calcio bene comune”.

Concludiamo belli ottimisti però. Nonostante tutto oggi sappiamo che la balena è un fottuto mammifero, che la Terra è rotonda e che il Sole sta al centro. Forse verrà il giorno in cui sapremo la verità anche in campo economico; probabilmente avverrà tra secoli, ma non importa. Per ora non possiamo far altro che borbottare in mezzo ad un’ opinione pubblica antipolitica che continua a credere che la balena è un pesce e contro una politica che, proprio perché sa che è un mammifero, tenta ogni giorno di farla camminare a terra.

 Dan Marinos

domenica 23 gennaio 2011

Amare riflessioni del bar "Italia".


Se credete di aver riconosciuto questo bar, vuol dire che questo articolo ha ragione: i locali italiani sono standardizzati, e fanno tutti cagare



Nel 1764 a Milano nasce la rivista "Il Caffè", uno dei simboli del pensiero illuminista galoppante in quel periodo: la rivista, fondata dal filosofo ed economista Pietro Verri, si fece carico della rivoluzione linguistica e culturale dell'epoca, desiderando aprire gli occhi di chi viveva nel dogmatismo e nella superstizione, proprio come la bevanda che impedisce di ricadere nel mondo dei sogni. Nel 1775 a Pisa viene fondato il Caffè dell'Ussero, che ospitò 60 anni dopo il Primo Congresso Italiano degli Scienziati. Nel 1780 a Torino apre il Caffè Fiorio, privilegiato luogo di incontro della politica ed aristocrazia piemontese pre e post Unità. A metà dell '800 al Caffè Michelangiolo di Firenze si trovarono diversi giovani artisti che diedero vita alla corrente artistica dei macchiaioli. Nel 1895 al Salon Indien du Grand Cafè, a Parigi, i fratelli Lumière tennero la prima proiezione pubblica di un cortometraggio. Nel 1920 Hitler tenne uno dei suoi primi discorsi presso la birreria Hofbräuhaus di Monaco di Baviera. E ancora i caffè sui navigli milanesi frequentati dagli scapigliati, il Bar Jamaica di Brera, l'Harry's Bar di Venezia dove si incontrava facilmente Hemingway, i ritrovi dei carbonari a Torino...
Oggi, nel 2011, al bar possiamo pagare il bollo dell'automobile, e l'Italia va a rotoli. Coincidenza? Non credo. Questo articolo vuole essere un grido, un appello a scendere per strada per chiedere bar (il plurale di bar è bars?) più "a misura d'uomo". Ma dico, come può un luogo che per secoli è stato punto di incontro di grandi intellettuali, culla di rivoluzioni culturali, svilirsi in questo modo e svilire così la Nazione intera? Non capite quale danno si perpetua nei confronti del Paese e di tutti i protagonisti dell'economia e della cultura permettendo a delle canaglie di inaugurare questi tristi mostri?
Quale grave danno nell'anima di milioni di lavoratori dovuto allo smarrimento provocato da questi postacci. Pensiamo, cari amici, al triste smarrimento che incorre l'impiegato di banca che si reca dopo lavoro a bere un aperitivo con gli amici e, giunto in coda alla cassa, vede persone davanti a lui pagare bollette della luce. Oppure al povero trader di borsa che passa tutti i giorni davanti ad un computer che sputa numeri su numeri: ebbene, osservate quale effetto di spersonalizzazione di fronte agli schermi piatti che snocciolano ogni minuto i numeri di WinforLife.
Altri Stati invece stanno uscendo dalla crisi grazie all'invidiabile ruolo di ammortizzatore sociale ricoperto dai locali pre e post serali. A Berlino non c'è bar uguale all'altro, ognuno offre un ambiente diverso e stimolante, funzionale ma al tempo stesso antropocentrico, e grazie a Dio le slot-machines sono tutte accatastate in locali appositi. Anche l'Inghilterra, pur rischiando molto nel scegliere di affidare i bar a poche multinazionali (Cafè Nero, Starbucks, Pret à Manger...), offre al popolo una qualità ricreatoria decisamente superiore: la musica di Starbucks per esempio è sublime, e le grandi poltrone da salotto rilassano i nervi tesi dell'operaio. Da noi risuonano soltanto RDS e Radio101. Mio Dio, quanta bassezza.
In una visione sintetica, il mercato della tazzina italiana è formato da una concorrenza elevatissima legata ad un numero pressochè infinito di competitors, i quali però non combattono nè differenziandosi, nè abbassando i prezzi, nè migliorando la qualità del servizio. E' una mentalità di impresa che prende il peggio di tutto: l'anacronistica standardizzazione forzata alla Ford Model T, la freddezza del realismo sovietico, l'amoralità del trash italiano ed infine la banalità violenta di un libro di Fabio Volo.
Questi bar, queste disgrazie sociali, con il loro trattamento disumano, schiavizzante nella sua monotonia, angosciante nella suo essere anestetico, antisettico e spinacio nel riempire le ciotoline di patatine stantite e olive aspre come l'accantonamento a fondi rischi/oneri. Ebbene tutto questo deve essere fermato: è tempo infatti che qualcuno faccia sentire la voce di protesta attraverso un articolo migliore del cesso che avete appena letto.

Dan Marinos

sabato 30 ottobre 2010

Economia monetaria da oratorio: il ritorno al goleador standard


1971: Richard Sexy Nixon chiudeva l'era del Gold Standard, quella politica monetaria rinnovata con gli accordi di Bretton Woods (1944) ma già conosciuta fin dalla drammatica scomparsa del baratto. Politica non molto complicata del resto: uno yankee si sarà alzato e avrà detto: "Jamme bell, facimm' che leghiamo o' valore dell'oro al dollaro. Di conseguenza, o' valore delle altre monete (marco, lira, sterlina, paperdollari...) verranno a loro volta calcolate sempre in base alla moneta americana, ya!". Insomma, anche il più schifoso quarto di dollaro aveva un suo equivalente in oro.
1988-2002: ho vissuto 14 anni della mia vita sapendo che, cascasse il mondo, se avevo 50 lire in tasca potevo andare in qualsiasi bar e comprarmi una Goleador. Ero parte integrante ed inconsapevole del Goleador Standard, che fissava il valore della Lira a queste caramelle dal triplice gusto (liquerizia, coca, e finta-frutta). Non esisteva qualcosa di valore inferiore alla Goleador dato che il suo equivalente monetario, cioè la moneta argentea con l'omino che si tira una martellata sul cacchio, era il più "povero" in circolazione.
2002-oggi: LA DUPLICE APOCALISSE: 1) arriva l'euro, e ci fa dono di monetine puzzolenti e caccolose da uno e due centesimi. 2) un inspiegabile balzo dell'inflazione, interamente localizzato nelle adorate Goleador, fa salire il prezzo dei bon bon da 50lire (=0.0259 €) a 0.10€: incremento del 286%: inflation targeting stuprato e la Banca Centrale Europea omertosa meretrice (per non parlare di certi mercati neri - il bar dell'Università Bocconi - che le vendono a 0.20€).
Risultato, i portafogli si gonfiano di ramini e le caramelle rimangono sui banconi: il primo problema legato alla presenza di una moneta che non può essere convertita autonomamente in un bene reale e che dunque non ha senso d'esistere; il secondo legato ad un aumento dei prezzi che rende la Goleador un prodotto sconveniente, la cui classe nobile in quanto proletaria (unico punto di uguaglianza tra gli oratori cattolici e i circolini comunisti) viene denigrata ed accomunata ad un volgare pacchetto di Tic Tac.

Non posso credere che in Europa esista un Paese che vende un bene ad un centesimo, non ci credo!
Quali possibili soluzioni?
1) abolire gli uno e due cents, raccoglierli, fonderli e farci un'enorme statua di bronzo fallica;
2) mantenere i cinque cents, ma dividere il pacchetto di goleador in due pezzi, vendendo singole barrette: lo so, permettere il divorzio di una coppia storica è blasfemia e va contro il concetto naturale di famiglia (fonte CEI), ma siamo in tempi di crisi;
3) in sostituzione alla separazione del punto 2), nazionalizzare (anzi, europizzare) la produzione di Goleador affinchè si crei un monopolio che abbassi i prezzi del pacchetto di gommose a 5 cents. E fanculo il debito pubblico;
4) se proprio volete mantenere anche gli uno e i due cents, allora proponetemi un bene dello stesso valore, ma che sia gustoso, pratico, ed immediato.

Caro Trichet, sono pronto a sottoscrivere tutte queste proposte (tranne, forse, la statua fallica), ma, per il bene dell' Unione Europea, dobbiamo agire alla svelta!

dan_marinos