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domenica 7 aprile 2013

Economia domestica e governance tra coinquilini

Il seguente post è stato classificato dall'Associazione Mondiale CFO come
 miglior tentativo ruba-soldi categoria emergenti. 


Avevamo toccato un tema simile in quest'analisi sulla gestione della cassa durante le vacanze estive. Oggi invece parliamo dell'amministrazione dell'abitazione condivisa con altri coinquilini. Un tema piuttosto spinoso, spesso caratterizzato da ripicche, liti e accuse. Piatti sporchi, asse del cesso putrida, roba lasciata in giro, spazzatura che non si può più buttare perché diventata ecosistema protetto da Greenpeace. Ma soprattutto,  infinite discussioni sulle spese in comune. 

Innanzitutto definiamo due livelli di complessità di spesa. Quella che definiamo amica della calcolatrice è tipicamente rappresentata dai costi per le utenze, il cui importo è difficilmente contestabile in quanto accertato da un documento comunicato da terzi (la bolletta) e facilmente ripartibile tra gli abitanti della casa. Il calcolo è:
Q=I/n

Dove I è l'importo totale, n il numero di abitanti e il rapporto Q il saldo a testa uguale per ciascuno di essi. La banalità di calcolo è evidente anche ad un orango.

Il secondo livello di complessità, anche detto "chi cazzo ha comprato i wurstel?", riguarda le spese ricorrenti a destinazione non proporzionale quali le spese per alimenti. In questo caso l'acquisto di diversi beni di consumo non necessariamente coinvolge tutti i coinquilini e l'importo sullo scontrino (sempre se quest'ultimo è stato conservato) può essere frutto della somma di prodotti destinati all'intera comunità, a un sottoinsieme di essa o a singoli elementi, i quali al supermercato, già che c'erano han visto bene di comprare  la birra che piace solo a loro, il mais per la loro insalata, il dentifricio alle erbe di Caltanissetta per le serate speciali. Per capire quali fattori determinano il grado di complessità dei due livelli, ipotizziamo il fattore § (carattere che finalmente ha trovato un motivo d'esistere sulle vostre tastiere) funzione di diverse variabili quali: 

§=f(U, C, K)

dove U è l'univocità dell'interpretazione del saldo finale e dei singoli importi (ovvero l'esistenza di un documento quale lo scontrino che renda i dati inconfutabili), C la disponibilità di una calcolatrice, K la complessità della ripartizione della spesa in beni per tutti o destinati ai singoli (variabile a sua volta dipendente dal numero di abitanti della casa). 

Proprio perché le spese ricorrenti sono anche le più complicate da dividere, è necessario fin da subito attrezzarsi di sistemi amministrativi e gestionali particolarmente avanzati. La soluzione di una cassa comune è piuttosto golosa ma necessita capacità notevoli di pianificazione e gestione della liquidità dei portafogli di ogni singolo individuo. Un'altra via è quella di istituire un sistema avanzato di cash pooling, che tuttavia prevede un software contabile di un certo spessore che sappia individuare le sole spese inerenti l'intero insieme abitativo, identificare chi ha pagato per tali spese, calcolare i saldi per persona e indicare a fine mese le singole posizioni di credito e debito. Un sistema di questo tipo chiede fatica ma deve essere sviluppato e implementato il più velocemente possibile al fine di evitare che gli scazzi si ripresentino a contabilità chiusa. 

A questo punto però la domanda conclusiva nonché il vero messaggio di questo post è: chi deve occuparsi di tutto ciò, il gruppo o un singolo individuo? La scelta efficace/efficiente vuole il controllo della contabilità nelle mani di una singola persona, che operi sul sistema e riferisca a fine mese. E' quindi necessario che solo lui sappia usare il foglio di calcolo, meglio ancora se è lui stesso ad averlo sviluppato. Potenziali conflitti d'interesse? Forse. Frodi finanziarie e doppi binari di contabilità? Possibile. Per questo motivo deve essere scelta una persona dall'alta integrità morale e dalle conclamate conoscenze in tale ambito. Il suo ruolo di burocrate dello scontrino, protocollatore delle bollette e algido reclamatore di debiti è pesantemente gravato da responsabilità atroci e per questo motivo dovrebbe essere premiato con una retribuzione che appunto remuneri la sua fatica e allo stesso tempo faccia da barriera al moral hazard; pensiamo per esempio una scontistica su quanto da egli dovuto, con il premio saldato dagli altri coinquilini, o un esenzione dai lavori domestici. 

E se i vostri coinquilini ingegneri, architetti, designer o umanisti sollevano perplessità, dite loro che è la base dell'economia di impresa, mica cazzi.

Dan Marinos



lunedì 3 settembre 2012

PD: Poveri Dentro (ovvero della mancanza di regole contabili per i partiti)



Se il Partito Democratico fosse una società per azioni, osserveremmo i suoi azionisti pendere da una trave come i salumi del reparto gastronomia; sulla scrivania nessun messaggio d’addio, soltanto il bilancio 2011 dell’associazione guidata da Bersani. E’ stata forse registrata una perdita clamorosa? No, anzi, il conto economico chiude in utile di 5 mln rispetto alla perdita di 43 mln del 2010. La causa è invece da ricercare nello stato patrimoniale, dove l’attivo è passato da 184 mln ad appena 33 mln, un crollo di più dell’80%; specularmente il patrimonio netto è sceso da 125 a 25 mln e i debiti da 61 a 6 mln. Dove diavolo sono finiti quattro quinti di partito? Sarà mica che Berlusconi – top player sul mercato dei parlamentari – ha comprato Bersani, Fassina, Renzi e D’Alema? Oppure è stata qualche casa farmaceutica a fare un takeover sui rottama tori, per poi testarli sui linfonodi di qualche roditore? No no, niente di tutto ciò! Semplicemente sono spariti tutti i crediti che il PD vantava nei confronti dello Stato per i contributi elettorali.

PD: Poveri Dentro! potrebbe titolare un quotidiano come Libero. Le cose ovviamente non stanno così e il partito, nonostante questa incredibile liposuzione, non è sul lastrico. Semplicemente il tesoriere, Antonio Misiani, ha deciso di cambiare le regole di contabilizzazione dei contributi. Ha fatto bene? Ha fatto male? Vediamo un po’ cos’è successo.

Sappiamo tutti che i rimborsi per le spese elettorali non sono calcolati sulla base di quanto effettivamente speso ma sui voti ottenuti, per cui nelle casse delle formazioni politiche entra sempre più denaro di quanto ne esca effettivamente. Per questo motivo sembra che quello fornito dallo Stato sia un vero e proprio finanziamento (che il referendum del 93 aveva abrogato). Ad ogni modo, secondo la vecchia legge 157/1999, i pagamenti per i rimborsi elettorali – che il Parlamento versa a rate annuali  –  dovevano interrompersi qualora la legislatura fosse finita in anticipo. Questa norma, che puntava a contenere i trasferimenti ai partiti, era assurda da un punto di vista concettuale: trattandosi di rimborsi, non si capisce infatti il perché dell’interruzione visto che il partito ha già subito tutte le uscite per la campagna elettorale. L’apparente nonsense può essere compreso solo se – di nuovo –  si considera il contributo come un finanziamento all’attività operativa; in questo caso il blocco dei pagamenti ha ragione d’esistere nel momento in cui cessa tale attività, ovvero la presenza delle liste in Parlamento.

Poi, nel 2006, la svolta. Con la legge n.56 è stato deciso che i pagamenti dovevano continuare anche a legislazione finita in anticipo. Questo è stato fondamentale per il PD che, non esistendo fino al 2008 , è potuto crescere soprattutto grazie ai soldi che La Margherita e i DS incassavano per la quindicesima legislatura (2006-2008). Nei bilanci queste entrate (essendo riferite alla copertura delle spese per la campagna elettorale) venivano correttamente considerate di competenza del primo anno della legislatura e in contropartita si generava un credito (free-risk) nei confronti dello Stato. A furia di elezioni politiche, regionali ed europee lo stato patrimoniale del PD si è, naturalmente e giustificatamente, gonfiato a dismisura.

Nell’estate del 2011 è però stata ripristinata la condizione imposta dalla 157/1999, e il tesoriere del PD si è trovato davanti a un bivio. Da una parte mantenere il principio di competenza, e tuttavia accettare che i crediti  soffrano il rischio “scioglimento Camere”; siccome ad ogni previsione di perdita nell’attivo si associa un fondo di copertura, si pone quindi il problema di come valutare tale rischio. Chi decide quanto sia instabile una legislatura, il partito stesso? No, non è oggettivo. Un esperto (come gli avvocati che giudicano le possibilità di sconfitta in un processo)? Non esiste. Dall’altra parte, come scelto dal PD e da altri partiti, si può cancellare tutti i crediti e passare al primitivo principio di cassa (segnare nei ricavi solo la rata incassata), con conseguente sgonfiamento del bilancio e perdita di informazioni per il lettore.

Io non ho alcuna facoltà di indicare la scelta migliore, ma certi punti fondamentali appaiono ovvi. Nessuno legge il bilancio dei partiti per farci degli investimenti, né tantomeno per trarre conclusioni politiche e decidere chi votare (sarebbe comico se si votasse a seconda della performance reddituale o della solidità finanziaria). Ciò però non significa che questi documenti siano inutili, e che possano quindi essere redatti scegliendo a piacere tra una lista di principi contabili lunga come il campionario Pantone. E’ anzi la totale assenza di regole e, in generale, una normativa ricca di ridondanze e lacune che trasforma erroneamente il bilancio un manifesto politico e che permette di dire, parafrasando i dittonghi primordiali di un noto dirigente politico, “che i partiti possono buttare i soldi dello Stato fuori dalla finestra”.

Dan Marinos

venerdì 17 agosto 2012

Gestire la cassa in vacanza - Proposta per nuovi modelli

Il calcolatore di Leibniz, che ebbe vita breve in quanto poco pratico come euroconvertitore.



La banalità è uno scontrino del ristorante dato allo studente di economia il quale, rispetto alla compagnia di ingegneri, medici e cazzeggianti, è ritenuto obbligato a saper fare meglio i conti. L’apice della banalità è invece scrivere questo esempio in un blog o in una pagina di Facebook. Ma la vita è fatta di molti momenti banali, cari lettori, quindi non solo ve l’ho scritto ma l’ho anche piazzato come inizio di questo post.

Asimov, in Nove volte sette, raccontava di un futuro lontano dove le strategie militari erano affidate interamente ai computer in quanto l’umanità, abituatasi all’intervento degli elaboratori elettronici, non era più in grado di eseguire le più elementari operazioni aritmetiche. Io, nel mio piccolo, non ho alcuna remora ad usare la calcolatrice per dividere numeri con più di tre cifre o per quozienti fuori dall’insieme [1-5; 10 e multipli di 10]. L’importante è infatti saper gestire i numeri più che saperli calcolare; nel caso dello scontrino di cui sopra la massima si traduce quindi in una maggiore importanza del saper gestire il denaro che del saper fare ripartizioni a mente. Un laureato in economia deve quindi padroneggiare il ciclo della cassa in tutte le sue applicazioni quotidiane. Il caso più ricorrente nel periodo estivo è quello della vacanza in compagnia. Andiamo dunque alla ricerca delle soluzioni possibili per un’efficace ed efficiente gestione del denaro in spiaggia.

Fondo democratico a supporto del benessere del popolo: non fatevi ingannare dalla terminologia sovietica, si tratta della banalissima cassa comune. E’ un metodo che funziona per importi piccoli su un numero di partecipanti elevato, soprattutto quando la spesa è destinata ad una gamma consolidata di prodotti/servizi. La sua applicazione classica è “la grigliata al canale”; guai invece ad usarla come fondo per periodi lunghi come una settimana al mare, i punti di scontro sono pressoché infiniti: quanto apportare? Cosa comprare? Chi deve conservare una così elevata quantità di denaro? Tutte questioni risolvibili forse con un semplice processo di voto, ma ci si rende presto conto che la maggioranza che ha deciso le quote è anche la stessa che sceglie quanto spendere, lasciando di conseguenza una parte del gruppo sempre in minoranza. Nonostante il patrimonio iniziale appaia elevato sarà sempre necessaria una dolorosa ricapitalizzazione quando si è ancora al 33% del periodo feriale, riscaldando i malumori e le tensioni sui mercati primari.

Il mercato dei depositi interbancari: paga chi c’ha i soldi e dopo si fanno i conti. Metodo pratico e snello, che dà ossigeno agli spinacini che non vogliono pagare subito ma preferiscono dilazionare il debito in rate future (per esempio offrendo birra per tre weekend di fila). Il problema è che un numero di persone superiore a 5 genera una rete di partite doppie che dovrebbe assolutamente essere contabilizzata con cura ma che invece viene quasi sempre "tenuta a mente". I rischi sono anche qui molteplici: saldi che non combaciano, schemi di compensazione multilaterali (A deve a B che deve a C che deve ad A), catene di leverage spaventose (A chiede i soldi a B il quale dice di prenderli da C che si rivolge a D che non ricorda di dovere quei soldi perché ha già pagato a F quando erano al ristorante.). E a quel punto non c’è Draghi che possa risolvere la crisi di liquidità.

Vacanze Formigonzi (per sfigati): “Alla fine del periodo di vacanza si fanno i conti e ognuno paga la sua quota […] uno si fa carico dei biglietti aerei, uno del ristorante, il terzo delle escursioni, alla fine si dice tu hai speso 10, tu hai speso 5 e compensiamo.” Potrebbe sembrare simile al metodo precedente, solo che questa volta, al rientro dalle ferie, i partecipanti devono dimenticare con chi hanno trascorso il periodo. Eventuali pagamenti non conguagliati vengono regolati solo dopo l’intervento della magistratura.

Libera scelta in libero Stato: vietato categoricamente pagare alla romana, qua si deve solo ciò che si è preso. Questo comporta l’apparente soddisfazione di tutti i viaggiatori, che fanno esattamente ciò che vogliono (e soprattutto ciò che possono permettersi). La frase: “facciamo una cosa tutti insieme” deve diventare “facciamo una cosa insieme, ma ognuno come cazzo gli pare”. Si va in spiaggia? Uno affitta il motorino, l’altro la bici, l’altro va a piedi e il quarto rimane a casa che ha sonno. Usciamo stasera? Due vanno in discoteca a caccia di figonze, due sul lungo mare a caccia di ragazze romantiche, uno a caccia di vodka nei bar e il quinto sta a casa che ha sonno (ma poi va a caccia di pornazzi sui canali locali). Individualismo finanziario fino al midollo. Domanda chiave nel viaggio di ritorno: “Ma tu cosa hai fatto di bello?”.

Agenzia La Margherita (per smaliziati): ci si candida volontari come tesorieri del gruppo: una responsabilità non da poco visto che bisogna andare in giro col contante di tutti. Si risolve il problema della sicurezza del contante col gesto brillante di pagare tutto con la propria carta di credito. Poi, da soli, ci si reca alla cassa e si fanno sparire gli scontrini non appena vengono battuti. A quel punto, quando i compagni chiedono quant’è, si arrotonda sempre l’importo per creste tra il 2.5% - 5%.

Dio vi ha dato la fede, Satana i soldi. A voi scegliere chi invitare ancora per la prossima vacanza.



Dan Marinos 

domenica 13 febbraio 2011

A San Valentino dillo con uno IAS

Per festeggiare San Valentino la redazione aveva steso una cosa piuttosto carina: purtroppo necessitava l'utilizzo di tabelle di Excel, e sembra che blogspot non digerisca molto quest'idea. Quindi bisognerà posporre la data della pubblicazione.
Mentre cerchiamo la soluzione, ci scusiamo con i nostri cari Lettori. A prestissimo.

Dan Marinos


domenica 28 novembre 2010

Rapporto Debito/Equity: come idealizzare il proprio grado di autostima.



Ci sono certi concetti, certe teorie chiave dell’economia, che ti rimangono conficcate nella testa già dal primo semestre del primo anno della laurea triennale, e non puoi più in alcun modo dimenticarle: se sei dottore in economia puoi scordarti, chennesò, di andare a prendere i figli a scuola, di togliere i liquidi dal bagaglio a mano, puoi perfino dimenticarti di pagare le tasse, ma non puoi in alcun modo avere vuoti di memoria riguardo a certi argomenti. Uno di questi è il rapporto di indebitamento, o leverage, cioè quanto di ciò che è stato investito nell’azienda proviene dalle tasche dei soci-azionisti e quanto dai creditori (mutui delle banche, soldi dovuti all’erario, stipendi non ancora pagati ai dipendenti, altri finanziamenti come un leasing…).
Il concetto infatti è molto semplice, ed è sintetizzabile dal classico schemino dello stato patrimoniale di una società:
Il lato destro, indicato con “passività” e composto da debito ed equità, rappresenta le fonti da cui proviene il denaro che abbiamo investito nelle “attività”, che abbiamo diviso in materiali ed immateriali (brevetti, marchi…). Queste attività, unite al lavoro dei dipendenti, generano flussi di cassa che – si spera – sono superiori a quelli di input, fornitici da creditori ed azionisti; costoro infatti si attendono di essere rimborsati con l’aggiunta di interessi (per quanto riguarda i debitori) oppure di essere premiati con una distribuzione di dividendi sostanziosa (lato equità). E’ fondamentale riuscire a combinare, anzi ad equilibrare l’utilizzo delle fonti dei finanziamenti. Se si è troppo indebitati si rischia di far fallire l’azienda, o comunque di essere sempre troppo vincolata al volere delle banche. Se si usa troppo equity si va a pagare un costo maggiore: gli azionisti sono coloro che sopportano maggiormente il rischio di fallimento (non è qua che biosgna discutere il perché si parla sempre di Kd e Ke e mai si è parlato di rischio dei dipendenti), per cui pretendono un rendimento maggiore rispetto a quello richiesto dalle banche.
Ora, se traducessimo equity e debito in “aspettative personali” ed “aspettative di altri nei nostri confronti”, scopriremmo che il rapporto di indebitamento si può adattare anche alle persone, giorno per giorno. Da un lato infatti ognuno di noi si attende da sé stesso un determinato (a breve o a lungo) appagamento, e dall’altro lato genitori, parenti, amici, mogli, suocere,  Dio, capi di reparto o di ufficio, tifosi... tutti si aspettano da noi prestazioni adeguate che ripaghino promesse implicite od esplicite che gli abbiamo fatto. Per chiarirci, prendiamo qualche caso.
Il megalomane:  ossessionato da fama, ricchezza e potere, questo individuo attrae di solito veramente poche persone, per cui le aspettative di terzi sono veramente poca cosa rispetto all’autostima dell’individuo in questione. Rapporto di indebitamento nettamente spostato verso il lato equity. Pro: nessun rischio di deludere gli altri. Contro: come si è detto, il costo del capitale proprio è molto elevato e se il megalomane non riesce a pagare gli elevati flussi che egli stesso pretende, il collasso nervoso e il forte selling delle azioni porta ad un valore della persona pari a quello di una nocciolina.
Luigi Di Biagio e Fabio Grosso: due calciatori che non verranno ricordati nella storia dello sport se non per i rigori decisivi in due sfide tra Italia e Francia (il primo ai quarti dei mondiali del 1998, il secondo nella finale del 2006). Prima dei due tornei non è che le aspettative della comunità calcistica fossero, nei loro confronti, asfissianti: al massimo si poteva dire che pareggiava, o era inferiore, con ciò che loro si attendevano da loro stessi, per cui il rapporto di indebitamento era ben equilibrato. Invece l’apporto al capitale di terzi è esploso enormemente nel giro dei pochi minuti, anzi secondi, passati tra loro che si avvicinano al dischetto palla in mano, mettono giù la palla, prendono la rincorsa, calciano e sbagliano/segnano. Grosso riesce a ripagare se stesso e tutta una nazione con il flusso di cassa più grande dai tempi in cui gli esploratori diedero in mano alla Spagna un continente intero fatto d’oro. Di Biagio invece ha fallito; conseguenza catastrofica, due anni d’inferno, fino a perdere – di nuovo – con la Francia nella finale europei 2000.
Il ritardatario: le prime 10 volte tutti si attendono che lui arrivi in orario per l’appuntamento (leverage equilibrato). All’undicesimo ritardo, tutti imparano e prendono le adeguate misure: o abbassano il capitale investito o chiedono forti garanzie. Gli amici usano la prima soluzione, la ragazza la seconda (ovvero garantisce, in caso di ritardo, un muso lungo da qui fino allo Utah). Incredibilmente il ritardatario mantiene un aspettativa su se stesso sempre costante, malgrado un debito ballerino.
Dio: allora, la situazione è questa. E’ difficile affermare che il triangolo con l’occhio sia soddisfatto del mondo che ha creato, mentre ogni giorno 6 miliardi di preghiere( debito per altro in forte crescita ) gli salgono alle orecchie. Cazzo, se il rapporto debito/equity rappresenta un grado che va dall’ autocompiacimento alla depressione, Dio è un Emo.

Ora che hai capito come funziona, puoi anche tu farti il tuo grado di leverage. Ma attento, per tagliare il debito, usa solo forbici dalla punta arrotondata!!!


Dan Marinos

sabato 20 novembre 2010

Impairment Test e IAS 36 per il Parlamento Italiano


Premessa: invito l'intero dipartimento di accounting dell'università a NON leggere ciò che è stato scritto in questo articolo. Almeno finchè non avrete corretto il mio esame di bilancio.


Tra gli l’International Accounting Standards ce n’è uno, il numero 36, il cui scopo è quello di impedire che si mantenga registrato nello stato patrimoniale di una società un’attività sopravvalutata o inesistente: ciò significa che sono presenti degli investimenti segnati per un valore sopravvalutato, ovvero maggiore al cosiddetto “valore recuperabile”. Questo è un principio valido in tutti gli aspetti della gestione societaria, e presente anche nella nostra vita quotidiana: a chi non è mai capitato di comprare una bella casa in campagna, e un bel giorno vi costruiscono accanto una fabbrica di sbudellamento di maiali con annesso inceneritore per i rifiuti organici? Potete anche essere i più ottimisti del mondo, ma non potrete mai rivendere la villetta per un prezzo uguale o maggiore a quanto l’avevate pagata: il valore recuperabile è diminuito, e voi dovete tenere conto di questa svalutazione.
Ora, lo IAS 36 recita anche che non sempre all’interno del bilancio esistono singole attività che operano in maniera del tutto indipendente dal resto dell’azienda, ma soltanto una macroclasse generica di assets che cooperano insieme per un unico fine. Si necessita dunque un raggruppamento di questi assets affinché vengano considerati elemento unico, autonomo nella produzione e indipendente nella gestione. Questi insiemi sono detti CGU (Cash Generating Units).

Abbiamo già detto che lo IAS 36 può essere applicato su molti contesti: noi in questo articolo lo useremo per ri-valutare il Parlamento italiano. Innanzitutto, questo importante organo di Stato è composto da molti elementi che soltanto considerati nel loro insieme possono produrre qualcosa ( in questo caso considereremo il numero di leggi prodotto all’anno ): stiamo dunque osservando una CGU a tutti gli effetti, composta in particolare da:
-numero 2  Immobili (Palazzo Madama e Montecitorio).
-numero 915 poltrone (nota: le poltrone sono assets; i parlamentari, essendo dipendenti dell’azienda, non sono capitalizzabili e dunque non sono assets).
-il goodwill (o avviamento), ovvero quel valore che coglie le sinergie intangibili che permettono alle attività materiali di fornirci un buon prodotto (più è elevato, più le sinergie sono preziose). Nel nostro caso, sarà proporzionale al numero di leggi generate nell’arco della legislatura, e dunque cattura la capacità e stabilità dei parlamentari.
Sommati i valori di questi 3 elementi, abbiamo il “prezzo” complessivo della CGU.

Cosa accade quando una CGU perde valore e dobbiamo registrare una svalutazione? Interviene l’impairment test (test di svalutazione): il primo elemento ad essere colpito è il Goodwill, perché vuol dire che non ci sono più le stesse sinergie di prima (i parlamentari che non lavorano litigano, si sputano addosso, tirano fuori la mortadella o lo spumante). Poi, se ciò non ha ripianato del tutto la perdita (ovvero se non è intervenuto qualcuno – il presidente della repubblica o del consiglio – a ristabilire l’ordine modificando l’assetto di governo e le alleanze, e dunque si procede allo scioglimento delle camere) dovremo intervenire al ribasso anche sugli altri componenti. Ma cosa toccare: immobili o sedie?
Lo IAS vorrebbe che si svalutassero le restanti parti della CGU in maniera equa o proporzionale, ma nel caso specifico è difficile pensare che due edifici storici in centro Roma perdano valore in maniera sensibile (anzi, se mai lo Stato dovesse dismetterli, sai quanto grano ci tiri su!). Piuttosto dovremmo intervenire sull’arredamento, cominciando ad abbassare il numero delle poltrone e dei tavoli, supponiamo per un valore proporzionale a 1) il rapporto tra il numero di leggi che si sarebbero dovute fare se non si interrompeva la legislatura e 2) i giorni di blocco prima delle nuove elezioni, il tutto corretto per alcuni coefficienti di aggravante, come la presenza di una crisi economica da risolvere velocemente, la mancanza di un sistema di rinnovo della classe politica e l’assenza del paese da qualsiasi top ten (dalla classifica dei paesi con libertà di stampa, al miglior rapporto pil/debito, dal miglior sistema educativo alla migliore competitività nel settore degli scaldabagni in ghisa).
Abbiamo bisogno di verificare quanto vale la CGU-Parlamento, e dobbiamo effettuare questo test costantemente, data l’instabilità politica italiana (per le legislature di destra, andrebbe affrontato più o meno una volta al mese, per quelle di sinistra ogni volta che si fa una cazzo di votazione). Se sta lavorando meno di quanto ci si attende, vuol dire che abbiamo sopravvalutato il goodwill: dobbiamo tagliarlo! Se addirittura vengono sciolte le camere prima del termine del mandato, vuol dire che la perdita è cosi grave da superare l’avviamento: mentre prima ci si aspettava che si generassero numero n leggi, ora non solo abbiamo annullato la produzione, ma addirittura dobbiamo registrare perdite incredibili dettate dal blocco delle attività in attesa di nuove elezioni.

E allora via, a mettere le sedie su Ebay! “Mi cala la produzione, devo tagliare i posti di lavoro” dice l’imprenditore brianzolo. “Mi cala la produzione, devo tagliare i posti a sedere” dicono gli elettori. E lo facciamo non per odio verso la classe politica, macchè: stiamo invece seguendo uno dei principi chiave del frame work degli IAS, cioè il principio di attendibilità/prudenza nelle valutazioni.
Quando poi torneremo a legislature altamente produttive (semmai esistessero) ripristineremo i valori fino al loro stato originario. Al limite, anziché poltrone, metteremo sgabelli, a monito della precarietà sul posto di lavoro.

Dan Marinos