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lunedì 15 aprile 2013

Di quella volta al Fuori Salone in cui pensai di morire (e delle mie riflessioni economiche da panico)

Giusto per capire di che cazzo di trappola stiamo parlando.


Tutti quelli che sabato sera sono andati al fuori salone di Via Tortona a Milano hanno certamente pensato: “Qua, su questo ponte, se succede qualcosa muoio”. Il ponte in questione è una passatoia di metallo verde che permette di scavalcare la ferrovia di Porta Genova e di arrivare appunto in Via Tortona evitando così di dover fare un giro piuttosto largo per Via Savona. A causa dell’evento ultra-mondano che ha coinvolto una folla impressionante si è formata una coda allucinante dal tardo pomeriggio fino alla notte, rendendo il passaggio meno praticabile della famigerata uscita di Roncobilaccio a ferragosto.

Notevole il fenomeno di massa altamente irrazionale che ha trasformato il ponte in una potenziale trappola della morte, degna di rientrare tra le stragi dell’Heysel e della Love Parade. Il passaggio infatti è largo abbastanza per far passare, contemporaneamente e piuttosto faticosamente, 4 file di persone. A seconda di quanti volevano andare verso o andare via dal fuori salone, le file si sarebbero dovute distribuire in maniera sensata. Per esempio, al cominciare della festa, mi sarei aspettato di vedere tre file di persone in entrata e una sola in uscita. Situazione opposta a tarda notte. Equilibrio 2vs2 a metà serata. Per tutto il tempo invece la società civile ha autonomamente creato il paradosso rappresentato dallo schema qui sotto (non si può parlare di flussi e sistemi senza un cazzo di flowchart).



 Su entrambe le estremità del ponte, tre file erano occupate da gente che voleva salirvi sopra, per andare da un punto all’altro. Essendo la folla alle due estremità numericamente equivalente, e non potendo mantenere questo doppio flusso d’entrata – salvo attraverso la creazione di portali spazio temporali, ma il Pisapia ci ha messo l’Area C pure su quelle – le file si stringevano reciprocamente raggiungendo un punto di efficienza ed equilibrio esattamente nel mezzo, quando due persone che andavano ne incrociavano due che venivano. Ironia, il punto centrale era di fatto il tappo che creava l’ingorgo, il punto di massimo attrito, nodo che costringeva un centinaio o più di persone ad impiegare dieci minuti per percorrere cento metri.

Ora non voglio tirare in piedi azzardati paragoni con gli stati e le mutazioni dei liberi mercati, né voler denunciare – un po’ alla Michele Serra – i mali di un macrosistema mondiale partendo dal vicino di casa irrispettoso che parcheggia in doppia fila. Ma io su quel cazzo di ponte ho davvero avuto paura di poter morire schiacciato dalla massa o, nel tentativo di svincolarmi dalla bolgia, precipitando sulle rotaie, e mentre il mio cervello non trovava vie d’uscita ho pensato che i mercati potevano fallire non solo perché le strutture – il ponte, la burocrazia, la lentezza dei tribunali – sono pericolose, ma perché il mercato stesso può non raggiungere nemmeno sul lungo termine un vero equilibrio.

A giudicare da quanti sgomitavano, da quanti spingevano e da quanti semplicemente scavalcavano i muri e attraversavano direttamente i binari, mi domando: quello accanto a me è un homo oeconomicus, un homo sociologicus o più semplicemente un homo mentecattus?


Dan Marinos

domenica 23 gennaio 2011

Amare riflessioni del bar "Italia".


Se credete di aver riconosciuto questo bar, vuol dire che questo articolo ha ragione: i locali italiani sono standardizzati, e fanno tutti cagare



Nel 1764 a Milano nasce la rivista "Il Caffè", uno dei simboli del pensiero illuminista galoppante in quel periodo: la rivista, fondata dal filosofo ed economista Pietro Verri, si fece carico della rivoluzione linguistica e culturale dell'epoca, desiderando aprire gli occhi di chi viveva nel dogmatismo e nella superstizione, proprio come la bevanda che impedisce di ricadere nel mondo dei sogni. Nel 1775 a Pisa viene fondato il Caffè dell'Ussero, che ospitò 60 anni dopo il Primo Congresso Italiano degli Scienziati. Nel 1780 a Torino apre il Caffè Fiorio, privilegiato luogo di incontro della politica ed aristocrazia piemontese pre e post Unità. A metà dell '800 al Caffè Michelangiolo di Firenze si trovarono diversi giovani artisti che diedero vita alla corrente artistica dei macchiaioli. Nel 1895 al Salon Indien du Grand Cafè, a Parigi, i fratelli Lumière tennero la prima proiezione pubblica di un cortometraggio. Nel 1920 Hitler tenne uno dei suoi primi discorsi presso la birreria Hofbräuhaus di Monaco di Baviera. E ancora i caffè sui navigli milanesi frequentati dagli scapigliati, il Bar Jamaica di Brera, l'Harry's Bar di Venezia dove si incontrava facilmente Hemingway, i ritrovi dei carbonari a Torino...
Oggi, nel 2011, al bar possiamo pagare il bollo dell'automobile, e l'Italia va a rotoli. Coincidenza? Non credo. Questo articolo vuole essere un grido, un appello a scendere per strada per chiedere bar (il plurale di bar è bars?) più "a misura d'uomo". Ma dico, come può un luogo che per secoli è stato punto di incontro di grandi intellettuali, culla di rivoluzioni culturali, svilirsi in questo modo e svilire così la Nazione intera? Non capite quale danno si perpetua nei confronti del Paese e di tutti i protagonisti dell'economia e della cultura permettendo a delle canaglie di inaugurare questi tristi mostri?
Quale grave danno nell'anima di milioni di lavoratori dovuto allo smarrimento provocato da questi postacci. Pensiamo, cari amici, al triste smarrimento che incorre l'impiegato di banca che si reca dopo lavoro a bere un aperitivo con gli amici e, giunto in coda alla cassa, vede persone davanti a lui pagare bollette della luce. Oppure al povero trader di borsa che passa tutti i giorni davanti ad un computer che sputa numeri su numeri: ebbene, osservate quale effetto di spersonalizzazione di fronte agli schermi piatti che snocciolano ogni minuto i numeri di WinforLife.
Altri Stati invece stanno uscendo dalla crisi grazie all'invidiabile ruolo di ammortizzatore sociale ricoperto dai locali pre e post serali. A Berlino non c'è bar uguale all'altro, ognuno offre un ambiente diverso e stimolante, funzionale ma al tempo stesso antropocentrico, e grazie a Dio le slot-machines sono tutte accatastate in locali appositi. Anche l'Inghilterra, pur rischiando molto nel scegliere di affidare i bar a poche multinazionali (Cafè Nero, Starbucks, Pret à Manger...), offre al popolo una qualità ricreatoria decisamente superiore: la musica di Starbucks per esempio è sublime, e le grandi poltrone da salotto rilassano i nervi tesi dell'operaio. Da noi risuonano soltanto RDS e Radio101. Mio Dio, quanta bassezza.
In una visione sintetica, il mercato della tazzina italiana è formato da una concorrenza elevatissima legata ad un numero pressochè infinito di competitors, i quali però non combattono nè differenziandosi, nè abbassando i prezzi, nè migliorando la qualità del servizio. E' una mentalità di impresa che prende il peggio di tutto: l'anacronistica standardizzazione forzata alla Ford Model T, la freddezza del realismo sovietico, l'amoralità del trash italiano ed infine la banalità violenta di un libro di Fabio Volo.
Questi bar, queste disgrazie sociali, con il loro trattamento disumano, schiavizzante nella sua monotonia, angosciante nella suo essere anestetico, antisettico e spinacio nel riempire le ciotoline di patatine stantite e olive aspre come l'accantonamento a fondi rischi/oneri. Ebbene tutto questo deve essere fermato: è tempo infatti che qualcuno faccia sentire la voce di protesta attraverso un articolo migliore del cesso che avete appena letto.

Dan Marinos