venerdì 17 agosto 2012

Gestire la cassa in vacanza - Proposta per nuovi modelli

Il calcolatore di Leibniz, che ebbe vita breve in quanto poco pratico come euroconvertitore.



La banalità è uno scontrino del ristorante dato allo studente di economia il quale, rispetto alla compagnia di ingegneri, medici e cazzeggianti, è ritenuto obbligato a saper fare meglio i conti. L’apice della banalità è invece scrivere questo esempio in un blog o in una pagina di Facebook. Ma la vita è fatta di molti momenti banali, cari lettori, quindi non solo ve l’ho scritto ma l’ho anche piazzato come inizio di questo post.

Asimov, in Nove volte sette, raccontava di un futuro lontano dove le strategie militari erano affidate interamente ai computer in quanto l’umanità, abituatasi all’intervento degli elaboratori elettronici, non era più in grado di eseguire le più elementari operazioni aritmetiche. Io, nel mio piccolo, non ho alcuna remora ad usare la calcolatrice per dividere numeri con più di tre cifre o per quozienti fuori dall’insieme [1-5; 10 e multipli di 10]. L’importante è infatti saper gestire i numeri più che saperli calcolare; nel caso dello scontrino di cui sopra la massima si traduce quindi in una maggiore importanza del saper gestire il denaro che del saper fare ripartizioni a mente. Un laureato in economia deve quindi padroneggiare il ciclo della cassa in tutte le sue applicazioni quotidiane. Il caso più ricorrente nel periodo estivo è quello della vacanza in compagnia. Andiamo dunque alla ricerca delle soluzioni possibili per un’efficace ed efficiente gestione del denaro in spiaggia.

Fondo democratico a supporto del benessere del popolo: non fatevi ingannare dalla terminologia sovietica, si tratta della banalissima cassa comune. E’ un metodo che funziona per importi piccoli su un numero di partecipanti elevato, soprattutto quando la spesa è destinata ad una gamma consolidata di prodotti/servizi. La sua applicazione classica è “la grigliata al canale”; guai invece ad usarla come fondo per periodi lunghi come una settimana al mare, i punti di scontro sono pressoché infiniti: quanto apportare? Cosa comprare? Chi deve conservare una così elevata quantità di denaro? Tutte questioni risolvibili forse con un semplice processo di voto, ma ci si rende presto conto che la maggioranza che ha deciso le quote è anche la stessa che sceglie quanto spendere, lasciando di conseguenza una parte del gruppo sempre in minoranza. Nonostante il patrimonio iniziale appaia elevato sarà sempre necessaria una dolorosa ricapitalizzazione quando si è ancora al 33% del periodo feriale, riscaldando i malumori e le tensioni sui mercati primari.

Il mercato dei depositi interbancari: paga chi c’ha i soldi e dopo si fanno i conti. Metodo pratico e snello, che dà ossigeno agli spinacini che non vogliono pagare subito ma preferiscono dilazionare il debito in rate future (per esempio offrendo birra per tre weekend di fila). Il problema è che un numero di persone superiore a 5 genera una rete di partite doppie che dovrebbe assolutamente essere contabilizzata con cura ma che invece viene quasi sempre "tenuta a mente". I rischi sono anche qui molteplici: saldi che non combaciano, schemi di compensazione multilaterali (A deve a B che deve a C che deve ad A), catene di leverage spaventose (A chiede i soldi a B il quale dice di prenderli da C che si rivolge a D che non ricorda di dovere quei soldi perché ha già pagato a F quando erano al ristorante.). E a quel punto non c’è Draghi che possa risolvere la crisi di liquidità.

Vacanze Formigonzi (per sfigati): “Alla fine del periodo di vacanza si fanno i conti e ognuno paga la sua quota […] uno si fa carico dei biglietti aerei, uno del ristorante, il terzo delle escursioni, alla fine si dice tu hai speso 10, tu hai speso 5 e compensiamo.” Potrebbe sembrare simile al metodo precedente, solo che questa volta, al rientro dalle ferie, i partecipanti devono dimenticare con chi hanno trascorso il periodo. Eventuali pagamenti non conguagliati vengono regolati solo dopo l’intervento della magistratura.

Libera scelta in libero Stato: vietato categoricamente pagare alla romana, qua si deve solo ciò che si è preso. Questo comporta l’apparente soddisfazione di tutti i viaggiatori, che fanno esattamente ciò che vogliono (e soprattutto ciò che possono permettersi). La frase: “facciamo una cosa tutti insieme” deve diventare “facciamo una cosa insieme, ma ognuno come cazzo gli pare”. Si va in spiaggia? Uno affitta il motorino, l’altro la bici, l’altro va a piedi e il quarto rimane a casa che ha sonno. Usciamo stasera? Due vanno in discoteca a caccia di figonze, due sul lungo mare a caccia di ragazze romantiche, uno a caccia di vodka nei bar e il quinto sta a casa che ha sonno (ma poi va a caccia di pornazzi sui canali locali). Individualismo finanziario fino al midollo. Domanda chiave nel viaggio di ritorno: “Ma tu cosa hai fatto di bello?”.

Agenzia La Margherita (per smaliziati): ci si candida volontari come tesorieri del gruppo: una responsabilità non da poco visto che bisogna andare in giro col contante di tutti. Si risolve il problema della sicurezza del contante col gesto brillante di pagare tutto con la propria carta di credito. Poi, da soli, ci si reca alla cassa e si fanno sparire gli scontrini non appena vengono battuti. A quel punto, quando i compagni chiedono quant’è, si arrotonda sempre l’importo per creste tra il 2.5% - 5%.

Dio vi ha dato la fede, Satana i soldi. A voi scegliere chi invitare ancora per la prossima vacanza.



Dan Marinos 

lunedì 6 agosto 2012

Voja da laurà saltem ados (che ma sa scànse)

 LA_O_A_E  FA  CA_A_E



Un Agosto in preallarme. L’aria comincia a puzzare come l’ingresso dei Pirati a Gardaland. Alcune cose vengono a galla, ma sono solo le verruche di un mostro marino di dimensioni dinosauriche. Non parlo del potenziale progetto politico di Giannino, e nemmeno delle prime sparate giudiziarie su Conte. Sto parlando di qualcosa di ancora più catastrofico: l’avvicinarsi del mio primo vero impiego. Mancano ancora due mesi, è vero, ma provate voi ad andare dal Presidente degli Stati Uniti e dirgli: “Un asteroide punta dritto verso la Terra! La cattiva notizia è che praticamente non possiamo farci nulla. Quella buona è che ci colpirà tra due mesi.”. Non avrò nemmeno la squadra di trivellatori buzzurri a potermi salvare dalla fine degli studi. Segni di disagio mentale da lavoratore cominciano ad affiorare in questa ultima estate per l’ultima volta lunga un trimestre; la frase-tipo non è più “Quanta gente c’era a fare il bagno al fiume” ma “Quanta gente c’era a fare benza all’Agip”. Da lì è un passo dire: “La familiare non sarà bella da vedere ma alla fine è la macchina più comoda”.

Su tutte e senza ombra di dubbio la parola che più fa accapponare la pelle è “ferie”. Cosa vuol dire? È una nuova malattia pandemonica, visto che sta colpendo quasi tutti i miei amici? Di sicuro è un terrificante segno del tempo, un evento di completa rottura col passato. Bisogna stringere i denti e accettare la dura verità come quando da piccoli si andava dal dentista: ebbene, il 2 Gennaio si lavora. Il passaggio vacanze-ferie è re incontrastato di altri fenomeni che in questi mesi avvisano l’inarrestabile corsa verso il precipizio: dallo scoprire un nuovo atleta o calciatore nato negli anni ’90 al notare come il piccolo blocco di economisti e giornalisti stia rafforzandosi tra le mie amicizie di Facebook. Bei tempi quando ci si gasava per l’ingresso in campo di un nato nel 1988 e copiose lacrime di nostalgia al pensiero del primo gruppo a cui mi iscrissi sul social network: “Piselliamoci Ilaria D’Amico”.

Intanto con due amici mi sono messo alla ricerca di una casa a Milano, ma con la stessa metodologia con cui si cercano gli appartamenti per le vacanze: lungi da me pensare di starci per degli anni. La società che mi ha assunto mi ha riempito di domande difficili, riguardanti sigle tipo INPS, TFR e 730, e le uniche cose che mi vengono in mente sono certe scene di Fantozzi, solo che non sono ancora vecchio come lui, per cui prima della stagione del dipendente sulla soglia della pensione dovrò passare per l’era del trentenne disperato alla Ultimo Bacio, film che mi avevano fatto vedere in prima superiore e credevo fosse una storia di fantasia come Fantaghirò e la prima ruga. Di fatto l’ansia e la preoccupazione non mi permette di distinguere tra realtà e incubo. L’altro giorno mi sono lavato la faccia e ho visto allo specchio la morte de Il Settimo Sigillo, solo che anziché una lama teneva in mano un Gillette: “Tagliamo anche le basette vero?” ha detto, ridendo maligna. Ieri sera invece ho aperto il cassetto per cercare i calzini e ho visto le cravatte: “Che nodo ci facciamo?” ha chiesto un boia incappucciato toccandomi la spalla.

Insomma, prospettive drammatiche. E per fortuna che non sono quel tipo di persona a cui prima o poi viene la menopausa.

Dan Marinos

venerdì 13 luglio 2012

La nuova legge sui partiti che i giornali (mi) hanno taciuto


Una sfida tra me e loro. 



PREMESSA

Capita più o meno ad ogni laureando di passare dei momenti orribili durante la scrittura della tesi. Mi sto riferendo in particolare a singoli eventi che accadono quando il lavoro è già inoltrato e la struttura d’indagine già decisa e che minano le basi su cui si è costruito tutto, minacciando la distruzione e il conseguente rifacimento di tutte le analisi già fatte e di tutte le pagine già scritte. In campo economico, tali accadimenti sono classificabili in due categorie:

1.       Vengono scoperti paper, tesi e ricerche che sono identiche al quel modello che si era ideato credendo fosse originale e clamorosamente geniale. Ovviamente la scoperta avviene quasi per sbaglio e quando la ricerca bibliografica è già stata completata;
2.       Succedono cambiamenti in corso d’opera della normativa che regola tutta l’area d’indagine, e che quindi sputtanano tutte le considerazioni e i commenti fatti su una situazione che si credeva corrente e che invece è obsoleta.

Il secondo punto riguarda il mio caso. Non che mi voglia lagnare: come detto, queste cose capitano a  tutti, e il mio è soltanto un esempio che credo valga la pena raccontare.

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Ieri ero felice perché stavo mettendo il punto finale alla prima metà della mia tesi di laurea. Forse vi ricorderete, ne avevo già parlato qui: per chi non si ricordasse o non avesse letto l’articolo precedente, dirò semplicemente che il titolo – già depositato – è: La revisione contabile dei bilanci dei partiti politici. Avevo scritto già un bel pezzo: l’introduzione, il percorso storico legge per legge, l’analisi comparativa  con le normative europee e le critiche maggiori al sistema, che credevo si fosse fermato con la legge n.2 del 1997. Tutte le pagine, dalla prima all’ultima, erano scritte in modo che fosse evidente la scandalosa situazione in cui ci trovavamo, buttando inoltre qua e là qualche indizio sulla soluzione ottimale, tipo Pollicino che semina sassolini per trovare la via di casa. Erano suggerimenti importanti, anche perché avrebbero aperto le porte a tutta la seconda metà del lavoro: in particolare, veniva mostrata la necessità di far intervenire le società di revisione nel controllo contabile dei partiti.

Lo ammetto: sapevo che in Parlamento si stava già discutendo di questa soluzione. Sapevo anche che nella proposta firmata Alfano – Bersani – Casini veniva richiesto a chiare lettere l’obbligo ai partiti di affidarsi ai grandi auditors del registro CONSOB. Lo sapevo, ma ero certo che i parlamentari italiani avrebbero impiegato millenni prima di formulare il testo definitivo, così da arrivare ad Ottobre, periodo di laurea, senza problemi: male che andava, la legge sarebbe stata emanata poco tempo dopo concedendomi così lo status di Messia; not bad. “Ad ogni modo” pensavo, “l’argomento in questione è di primaria importanza visto che oltre che il controllo viene riformato il finanziamento pubblico ai partiti, tema caldo per l’opinione pubblica. Se succede qualcosa, i giornali ne parleranno sicuramente”.

Giovedì 5 Luglio 2012 il Senato ha approvato definitivamente il disegno di legge a.c. 3321. Lunedì 9 Luglio la Gazzetta Ufficiale è stata lieta di pubblicare la nuova legge 96/2012 che riforma completamente la materia in questione. E sono piovute bestemmie. Ho controllato gli archivi del Corriere.it: il nulla. Il Giornale, Libero, l’Unità: zero. Il post.it, mio adorato zibaldone di notizie: vuoto. Rintraccio la notizia nell’archivio di Repubblica (del cui sito normalmente guardo i video buffissimi sulla destra, e basta): chi l’ha scritto si è concentrato quasi esclusivamente sul fatto che i fondi tagliati finiranno alle zone terremotate, e soltanto 15 stronzi l’hanno condiviso su Facebook. La cosa più divertente? Scoprire che la soluzione ottimale che proponevo nella tesi è scritta nero su bianco all’art.9 della nuova legge, bruciando completamente tutti i miei suggerimenti: finalmente i bilanci dei partiti saranno controllati da società di revisione iscritte al registro CONSOB. Esatto, proprio E&Y, PwC, KPMG, Deloitte, eccetera!

Ora, dopo aver cambiato completamente la prospettiva delle pagine già scritte, mi trovo nella situazione di dover effettuare un’analisi senza alcun supporto bibliografico: in altre parole, il destino ha lasciato un povero stronzo laureando in amministrazione, finanza aziendale e controllo, totalmente libero di dire quello che pensa di questa nuova legge. E allora scateniamoci.

Il testo è particolarmente lungo, e forse per questo verrà analizzato su questo blog a puntate. C’è la parte sul contributo pubblico, che è stato dimezzato per davvero (da adesso ammonta ad un totale di 91mln annui) e che finalmente viene chiamato, anche se solo per il 30%, con il termine di cofinanziamento (il restante 70% rimane un falso “rimborso delle spese”). I partiti vengono resi un pelo più uniformi, con l’obbligo di dotarsi di un atto costitutivo e di uno statuto redatti in forma di atto pubblico. Poi c’è la parte dei controlli: una volta avevamo 4 organismi inutili, ora dovremmo averne 5, di cui 3 uguali a quelli di prima, 1 riformato (ma che mantiene la sua quasi-inutilità) e l’ultimo, composto dalle società di revisione, che potrebbe rivelarci delle sorprese. Per quanto riguarda i rendiconti non è stato fatto nulla, nessun principio contabile è stato aggiunto a quei pochi che già c’erano.

Vedo che ho scritto già abbastanza, ma non vi voglio lasciare andare così, senza nulla di preciso sulla nuova legge (che magari vi siete letti tutto ingannati da un titolo sensazionale). Allora stringete i denti e parliamo della trasparenza: i bilanci dei partiti saranno finalmente accessibili a tutti! Mentre prima venivano pubblicati solo sulla Gazzetta Ufficiale e su qualche quotidiano nazionale, ora i partiti sono obbligati a renderli disponibili sul proprio sito internet. Potremo vedere finalmente qualcosa anche noi poveri sfigati che manteniamo i partiti, i movimenti e le fondazioni attraverso i fondi pubblici! Solo un’avvertenza però: prendete il calendario in mano. La legge impone che i rendiconti siano chiusi al 31/12 (ipotizziamo dell’anno X); questi vanno consegnati – compresa l’opinion delle società di revisione – entro il 15/6/X+1 alla Commissione per la trasparenza e il controllo dei partiti (quell’ente riformato e semi-inutile di cui vi accennavo). Questa effettua tutti i suoi controlli ed entro il 15/2/X+2 avvisa i partiti se ci sono state irregolarità; in caso affermativo, vanno corrette entro il 31/3/X+2. A questo punto vediamo cosa dice la legge riguardo la pubblicazione dei bilanci: “Nei siti internet dei partiti e dei movimenti politici, entro il 10 luglio di ogni anno, nonché in un’apposita sezione del sito internet della Camera dei deputati, dopo la verifica di cui al comma 5 (cioè i controlli della Commissione di cui sopra), sono pubblicati […] il rendiconto e i relativi allegati”. Dunque, visto che come detto al comma 5 si fa riferimento come scadenza al 15/2/X+2, le interpretazioni possibili sono due: o i bilanci vengono pubblicati il 10 Luglio X+1 senza però essere stati controllati della Commissione e dunque potenzialmente contenenti errori, o vengono pubblicati assieme alla relazione della Commissione il 10 Luglio X+2, praticamente un fottuto anno e mezzo dopo la chiusura di bilancio.

Cazzo, tra la chiusura delle scritture contabili e la pubblicazione dei bilanci passa abbastanza tempo da far confluire Rutelli in un nuovo partito di destra.

Dan Marinos

domenica 8 luglio 2012

Più che un taglio vorrei una piega




Sono andato a farmi tagliare i capelli, e per quest’estate dovrei essere apposto. Sono contento perché ho pagato solo 10€ per un taglio ben fatto; considerando che a Crema si paga tra i 18€ e i 20€, direi che si tratta di una di quelle mitologiche riforme a costo zero o quasi. Devo ammettere però che c’è stato da litigare tra me e il barbiere; tutto è iniziato quando mi è stato chiesto che tipo di acconciatura volessi. Io ho detto che una sistemata sarebbe bastata, giusto per non patire il caldo estivo.
– L’importante è che non sia un taglio da prete.
– Va bene, ho capito – ha detto l’uomo: –Tagliamo il 20% dei superiori e il 10% di quelli base.
Io mi sono girato, che non credevo di aver capito bene. Lui prontamente mi ha aggiunto:
– E se vuoi mandiamo quelli vecchi in mobilità.
Continuavo a non capire, quindi gli ho semplicemente detto che bastava che me li accorciasse un po’, senza inventarsi delle cose strane. Lui mi ha guardato come se avessi detto qualcosa di estremamente offensivo, quasi ad insultare la sua onestà intellettuale di parrucchiere:
– No – ha sibilato digrignando i denti: –Stavolta sarà un taglio importante, storico.
A quel punto mi sono seriamente spaventato delle sue intenzioni, perché non avevo intenzione di andare in giro con la testa che sembrava il culo di un matto. Ho fatto per alzarmi dalla poltroncina ma sono stato bloccato dall’assistente, una donna con una fessura tipo salvadanaio incisa tra le sopracciglia:
– Sono troppi! Troppi! Guardali, sono più della media europea. Addirittura quelli sulla nuca sono di più che quelli in Inghilterra!
Nel frattempo il barbiere mi ha annusato i capelli:
– E senti qua, profumo di balsamo e shampoo! Che spreco di fringe benefits, tutto ciò altro non fa che consumare la base, il cuoio capelluto, minacciando la crescita del lungo termine. Cosa vogliamo diventare, pelati?!
Lo ammetto, le loro argomentazioni erano piuttosto convincenti e stavo per cedere volentieri la mia chioma alla loro rivoluzionaria hair review. Tuttavia, per curiosità, ho chiesto quale fosse la loro strategia per bloccare la crescita dei capelli e mantenere per sempre con il modello ottimale. Il barbiere, che aveva già le forbici in mano, mi ha guardato sicuro di sé:
– Te l’ho detto, tagliamo il 20% di qua e il 10% di là. Poi sistemiamo questa parte con un po’ di mobilità e al massimo accorpiamo quelli dislocati unendoli con un po’ di gel.
– Ho capito che me li tagli, ma non basta. Sono capelli, sono destinati a crescere comunque. Servono azioni sul sistema vero e proprio. Perché crescono? Come vengono assunti? Chi li assume? E perché qua sotto continuano a crescere peli superflui, mentre la stempiatura avanza paurosamente? Insomma, lo facciamo un bell’intervento anche sulle politiche d’inserimento e sulla governance dell’amministrazione? Altrimenti il taglio non serve a un cazzo e a Settembre sono di nuovo qua.
– Politiche? Governance?...Questi tagli ti faranno risparmiare un sacco, otterrai l’efficienza desiderata. E’ un taglio che è stato imposto dalla moda europea.
– Ma quale moda europea! In Grecia hanno tosato un sacco di persone per poi trovarsi altri 70.000 capelli coltivati di nascosto da qualche irresponsabile pro-Crescina in cerca di consensi. Senti, dell’efficienza che dura un mese non me ne faccio niente, più che un taglio voglio una bella piega, di quelle che portano davvero l’efficienza, sia sul corto estivo che sul lungo invernale. Ce l’hai un’alternativa da propormi?
Mi ha guardato con uno sguardo mezzo triste mezzo vuoto e a sussurrato:
– Beh…Oddio…ci sarebbe il taglio da prete.
– Ancora? Vabbè dai, vada per il taglio da prete. Che cazzo però eh, finisce sempre così! 

Dan Marinos

lunedì 2 luglio 2012

Il discorso di Bob Kennedy è una cagata pazzesca!

Bob è felice, ha scoperto un modo per rafforzare la solidità dei valori familiari. E' tra le gambe della Monroe.


Circa un mese fa Corrado Augias introdusse una puntata del suo programma su Rai Tre con l'arcinoto discorso di Bob Kennedy sul prodotto interno lordo:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell'ammassare senza fine beni terreni.
Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell'indice Dow-Jones, nè i successi del paese sulla base del Prodotto Interno Lordo.  
Il PIL comprende anche l'inquinamento dell'aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l'intelligenza del nostro dibattere o l'onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell'equità nei rapporti fra di noi. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta.
Può dirci tutto sull'America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Augias è un gigante della cultura, e non mi sento di non perdonargli il brillio di soddisfazione nei suoi occhi alla fine del discorso. Ma tutti gli altri esseri umani... "Discorsi del genere dovrebbero farli ascoltare dal primo giorno delle elementari fino al giorno della seduta di laurea", scrive MrBorghes su Youtube. Addirittura, durante lo stage in revisione, ho trovato una copia del discorso incollata dentro un armadio che conteneva le fatture: avrei preferito trovarci un calendario di Brigitte Bardot in versione contemporanea. Kennedy ha generato un incredibile esempio di allucinazione collettiva ottenuta attraverso un discorso manipolatorio che dovrebbe essere incorniciato nel capitolo principale del manuale della cattiva retorica. Basterebbe conoscere il concetto di PIL, la sua triplice natura, la sua composizione in formula. Non stiamo parlando di definizioni filosofiche sulla sostanza, l'anima e l'esistenza di Dio: il PIL è il totale dei redditi/del valore aggiunto generato/della produzione finale di una nazione. Non stiamo parlando di integrali e arcotangenti, ma di una semplicissima addizzione: PIL = consumi + investimenti + spesa pubblica al netto delle tasse + saldo import/export. 

Chi osanna questo discorso percepisce un messaggio di questo tipo: "Il PIL è sbagliato perchè il suo perseguimento nasconde i veri bisogni e obiettivi delle persone". Ma l'errore sta nel vedere il PIL (e la sua crescita) come target, mentre invece è un semplice strumento di misura. I meteorologi, quando usano i termometri, non si prefiggono di modificare il clima: quello, al massimo, è il mestiere di chi ha il potere per impattare sull'inquinamento. Come il PIL non misura la bellezza della poesia (posto che chiunque intenda misurare la bellezza della poesia o la gioia dei momenti di svago è un pirla), il termometro non misura il calore umano nei rapporti intrapersonali: non è quello il suo scopo. "Ma cosa scrivi, che su tutti i giornali dicono che l'obiettivo principale è la crescita (del PIL)?". Certamente, ma di nuovo, il PIL è soltanto uno strumento di misura, e non un manuale di politica economica; egli dice che per farlo crescere basta intervenire su uno di quegli addendi (o sulle loro aspettative, ma non complichiamo le cose), ma non ci dice come intervenire. La spesa pubblica può aumentare sia pagando gli stipendi di centomila soldati che combattono una guerra sbagliata, sia sussidiando centomila disoccupati (tranquilli amici liberali, era solo un esempio). Tocca alle persone che hanno in mano il joystick scegliere come giocare affinchè il gioco duri il più possibile, e non al joystick. 


I Bob-allucinati sostengono comunque che cercare soltanto la crescita economica è sbagliato e miope. Essendo il PIL uguale al reddito di una nazione, è una versione alternativa del motto: i soldi non danno la felicità. Sarà anche vero, ma di certo sono due cose altamente correlate. Prendiamo le classifiche dei Paesi per reddito pro capite, e confrontiamole con quelle per i diritti umani, per la libertà di stampa, per la qualità d'informazione, per l'emancipazione femminile. Scommetto che troveremo più o meno gli stessi paesi al vertice, a metà e alla fine di ogni classifica; evidentemente si cresce economicamente intervenendo sull'onestà della pubblica amministrazione, sull'intelligenza dei dibattiti, sulla giustizia dei tribunali. Altrimenti arrendiamoci ad essere inutili come le squadre che non puntano né alla vittoria né alla salvezza; avremo l'orgoglio delle muffe, e il PIL continuerà a dirci tutto di noi. E noi continueremo a non saperlo leggere. 

Dan Marinos

lunedì 18 giugno 2012

Pucciare il biscotto (Sara Tommasi, la nazionale e la CSR)



Prendete un biscotto. Non importa quale: un golosissimo Pan di Stelle, un arido Oro Saiwa, un tristissimo Taralluccio o un Bucaneve molto vintage. Pucciatelo nel latte e distraetevi leggendo il giornale. Si spezzerà, e il disappunto sarà estremo.

Forse anche Sara Tommasi mangia biscotti per colazione prima di cominciare un’altra estenuante giornata. Fino a poco tempo fa la odiavo, la Tommasi; bocconiana e troia, e mi si concederà l’appellativo di bocconiana. All’inizio soffrivo vedendo il nome della mia università sputtanato da una poveraccia che si diletta nel denudarsi davanti ai bancomat nella speranza che qualche fotografo protragga la sua fama testimoniando il suo ennesimo, strategico delirio. Poi però mi sono posto qualche domanda circa la sua presunta ignoranza e la sua assenza di scrupoli. Mi sono chiesto, per esempio, quanto un bocconiano medio sappia di signoraggio bancario e quante persone che conosco (me compreso) siano in grado di rispondere senza errori – e senza macchie – alla diva tutta pelle e niente pelo. Risposta: pochissimi. Certo, il signoraggio bancario “non è in programma”, e Dio mi è testimone di quante volte mi sono compiaciuto di queste parole mentre eliminavo capitoli interi dai testi d’esame. Tuttavia ho come la sensazione di poter ottenere lo stesso imbarazzante silenzio anche di fronte agli argomenti inclusi nei syllabus.

Tranquilli, non sto sostenendo che la maggioranza dei laureati in Bocconi siano delle capre; primo perché lo stesso discorso vale per studenti di altre università e secondo perché ritengo legittimo non ricordare tutto ciò che viene insegnato. Ma con questa seconda conclusione non posso neppure dimostrare che Sara Tommasi, quella stupida puttana, sia davvero stupida. Il prossimo passo quindi è eliminare il significato negativo al termine “puttana”. Non c’è bisogno che vi spieghi qui la mia opinione secondo la quale la prostituzione dovrebbe essere equiparata ad un mestiere qualsiasi, e che uno col proprio corpo può fare quello che vuole, dal tatuarsi all’eutanasarsi (finché ciò avviene secondo la propria coscienza). Ciò che voglio invece analizzare è questo fatto: se Sara Tommasi ottiene benefici nel fare quello che fa è perché è il suo multi-stakeholder approach ad imporglielo. Di certo nel suo caso non si può parlare di individualismo, di ricerca del profitto a scapito della responsabilità sociale; tutte le sue azioni sono fatte considerando le richieste di consumatori, fornitori ed altri portatori d’interesse. E’ la società civile ad implorarle di denudarsi, e questo signori miei è certamente una cosa raccapricciante perché sarà anche vero che è nella natura dell’essere umano desiderare la volgarità (e le tette e i muscoli sudati), ma non è assolutamente naturale che questo desiderio prevalga su altre prime necessità e venga richiesto fino a strapparsi i capelli. Qualcuno ritiene di aver visto la fine della cultura nell’insurrezione popolare dopo l’oscuramentodi Mediaset negli anni ‘80. Può darsi; ciò che è certo è che di fronte all’immenso album informatico sulla Minetti consultabile su Corriere.it o Repubblica.it, non si può che confermare la dittatura della sottocultura.

E dunque, per quale motivo la Tommasi dovrebbe smettere di ricordarci la sua laurea in Bocconi mentre ingoia l’ennesimo microfono, quando tutti i suoi stakeholders sono appagati e ripagati? Semplice: perché la Corporate Social Responsibility funziona sul lungo termine, e nessun manager sano di mente penserebbe mai di applicare una strategia di questo tipo per massimizzare il valore individuale e collettivo soltanto sul breve. Eppure la strategia di Sara Tommasi e delle altre donne (e uomini) con attività body-intensive è così, e tra qualche anno sarà troppo vecchia per soddisfare i desideri altrui. A quel punto i casi sono tre: 1) muore giovane e ricca, 2) muore vecchia e sconosciuta, 3) muore vecchia e felice. E’ evidente che la migliore delle ipotesi è la terza, ma per ottenerla la Tommasi deve cambiare completamente l’orizzonte temporale e la prospettiva della propria strategia: da una CSR per il breve termine ad uno shareholder’s value di lungo termine. Accademicamente clamoroso, oserei dire.

Il biscotto, nel frattempo, è già stato pucciato. Anche quello di Buffon, di Iniesta e di Modrić. Quali saranno stati i loro pensieri stamattina, prima delle partite che potrebbero decretare la loro eliminazione dall’Europeo? I croati e gli spagnoli avranno comparato i benefici tra una strategia incentrata sui loro singoli desideri (pareggiare e passare con certezza al turno successivo) e una che invece comprende anche gli altri portatori d’interesse (i tifosi di calcio e, più in generale, il rispetto per l’etica sportiva). Ma a noi italiani questo non deve interessare, perché sebbene anche noi siamo appassionati di calcio, i nostri interessi sono inferiori e per certi versi contrastanti con quelli di spagnoli e croati; in altre parole, se le furie rosse dovessero seguire una pecking-order theory per decidere quali stakeholders soddisfare, noi saremmo certamente gli ultimi della lista. Mi pare che questo sia chiaro a tutti (ma solo perché, in fondo, nessuno di noi crede davvero nel 2-2). La nostra insoddisfazione deve focalizzarsi sempre e solo sul comportamento della nostra nazionale; è per questo motivo che una class action dei tifosi dell’Atalanta nei confronti di Cristiano Doni è sensata, mentre i malumori verso un pareggio slavo-ispanico sono semplicemente ridicoli.
Concludendo, ricapitoliamo che cosa abbiamo imparato oggi: 1) se gli stakeholders hanno interesse solo sul breve termine, allora conviene seguire una strategia volta a massimizzare l’interesse individuale sul lungo periodo; 2) bisogna fare ordine tra gli stakeholders, distinguendo i portatori d’interesse diretti (esempio: gli spagnoli per la nazionale spagnola in quanto spagnoli,) da quelli indiretti (gli italiani per la nazionale spagnola in quanto tifosi di calcio). Le richieste dei primi sono importanti e vanno salvaguardate, quelle dei secondi sono soltanto fastidiosi biscotti sul fondo della tazza.


Dan Marinos

domenica 10 giugno 2012

Le aspettative saranno razionali ma poi rivelano i finali dei film agli amici




In questi giorni sto guardando la serie televisiva Game of Thrones. Per chi non l’avesse mai visto, si tratta di un prodotto che sta riscuotendo un notevole successo quasi da far pensare ad un potenziale erede di Lost. La storia parla degli intrighi e delle lotte di potere tra nobili famiglie in un mondo medievale immaginario, dove non mancano piccole tracce di elementi magici, seppur il 99% della serie si basi su personaggi umani. La serie (per ora 2 stagioni da 10 puntate l’una) è abbastanza avvincente, con il classico colpo di scena messo sempre alla fine di ogni episodio; ogni due o tre poi c’è quell’evento shockante che piega il percorso della trama e che lascia lo spettatore basito e gasato. Tuttavia qualche idea su come proseguirà e si concluderà la storia ce l’ho, o credo di averla. Ho infatti delle aspettative che si sono create e rafforzate col tempo sulla base di alcuni punti fermi: 1) come detto, so che c’è un colpo di scena ad ogni fine puntata (quale sia esattamente non posso tuttavia saperlo); 2) arrivati alla seconda stagione i personaggi hanno mostrato quasi a pieno le loro personalità, per cui so cosa attendermi da chi; 3) sono un individuo razionale.

Questi tre punti mi fanno venire in mente le pagine sulle aspettative nei libri di macroeconomia e negli appunti di economia monetaria. Ho provato a riprendere in mano quest’ultimi: detto tra noi, mi sono chiesto se davvero avessi scritto io tutte quelle formule e come diavolo abbia potuto passare l’esame. Ho aperto il quaderno a caso e mi sono imbattuto nel modello che unisce la curva di Phillips (l’inflazione di domani è uguale all’inflazione attesa più il differenziale inatteso della produzione futura dal suo livello naturale) e la monetary policy rule (la banca centrale massimizza la propria funzione di utilità – o minimizza la propria funzione di perdita – la quale si basa sulla deviazione dell’inflazione dal suo target e sulla deviazione dell’output gap dal livello desiderato). Fuse insieme le due funzioni generano una cosa chiamata Politica Ottimale, ovvero – e qui cito me stesso di quattro anni fa: “il livello di inflazione ottimale per la banca centrale dato un target di output gap e la conoscenza delle aspettative di inflazione”. Dunque le aspettative sono importanti e differiscono dalla realtà futura quando la produzione devia dal suo livello naturale (mediamente mai, puntualmente sempre). Tramite processi matematici che mi rifiuto di ripercorrere di nuovo si può dimostrare come, secondo la PO, se ci si aspetta inflazione pari a zero allora la banca centrale troverà ottimale puntare ad un inflazione positiva. Questo ragionamento vale per altro se la banca centrale non è completamente indipendente e desideri un output gap positivo (livello di produzione/reddito maggiore rispetto a quello naturale).

Approcciandomi per la prima volta a Game of Thrones mi aspettavo un grado di apprezzamento praticamente nullo, visto che il genere fantasy non sia proprio tra i miei preferiti. I produttori della serie invece non hanno rispettato le mie ipotesi, inanellando una serie di trovate intriganti da farmi urlare: “BAM! Giù nel canestro!”, e così il punto ottimale tra io che mi diverto e loro che fanno soldi arriva puntuale come un litigio Bersani-Di Pietro. Ma forse dovrei utilizzare il condizionale: il punto ottimale sarebbe arrivato se… non mi fossi spoilerato non una ma due volte i colpi di scena più succulenti! Maledetto sia internet, dove uno non può cercare il nome di un’attrice che subito compare l’immagine di lei con un personaggio che non poteva essere ancora in vita. Dio ti abbia in gloria, utente che postando tale fotografia hai generato in me uno shock che nessuna teoria economica può descrivere.

Le sorprese in economia sono infatti una scoperta del vero, della realtà, uno squarcio nel velo di Maya (e sì che la su’ mamma l’aveva ben rattoppato). Sono il momento in cui vengono scoperte le carte, quando gli attori in gioco dicono: “Vi avevamo promesso questo, voi ci avete creduto, ma ora noi non siamo in grado di mantenerlo e dobbiamo intervenire repentinamente se vogliamo ritornare alla normalità”. E via con un’operazione di politica monetaria espansiva fatta prima che si entri in trappola di liquidità. E via con la presa di coscienza che non si può più far leva sulla spesa pubblica perché il debito è più grosso del capo ultrà dell’Atalanta (detto anche il Bocia, e a vederlo sembra davvero un personaggio fantasy). 

Attenzione però: una volta che arriva lo shock economico, noi abbiamo gli strumenti che aiutano per lo meno a capire come si è arrivati a quel punto (ovviamente 5mila anni di storia dimostrano che “imparare” non vuol dire “impedire che ricapiti di nuovo”). Capita anche nella vita quotidiana di capire cosa non è andato e di aver l’occasione di correre ai ripari, come quando da bambini si impara a non far la pipì a letto. Tuttavia con gli shock da spoiler non sempre si può capire come si svolgerà la trama fino a quel momento rivelato, tanto che siamo comunque costretti a proseguire la visione o la lettura. Vi porto ad esempio quanto mi capitò quando, per abitudine infantile, lessi le ultime parole di un giallo spettacolare di Camilleri. Ebbene, mi odiai profondamente perché proprio l’ultima pagina urlava a chiare lettere quella che apparentemente era la soluzione; eppure andai avanti a leggere, quasi per autopunirmi, e basando così la lettura sulla certezza di qualcosa che invece era – per volontà dell’autore – un falso. Fui doppiamente sorpreso e compiaciuto.

Portiamo inoltre avanti il confronto delle aspettative economiche con le aspettative della vita reale. Che dire delle gufate, per esempio? “Vai tranquillo che lo passi facile, l’esame!” oppure “Dai che quest’anno lo vincete ancora voi lo scudetto!”; questi sono gli esempi di frase che fan desiderare la morte istantanea di chi le ha pronunciate. Ma cosa accadrebbe ai mercati se Marchionne dicesse: “Volkswagen? E’ chiaro che l’anno prossimo raddoppia gli utili”, o se Obama affermasse: “La Merkel è troppo una grande, si vede che ha studiato, non può far fallire l’Euro.”. In questi casi poi, quale Politica Ottimale sarebbe uguale ad una toccata di maroni? Quale strumento finanziario equivarrebbe al cornetto napoletano?
Tutte domande a cui non so ovviamente dare risposta. Non so nemmeno come ho fatto ad arrivare qui in fondo.

Perché il protagonista di questa storia, alla fine… muore!

Dan Marinos