venerdì 23 settembre 2011

Scorreranno lacrime e scartoffie



Maggio 2011: entusiasta della sua ammissione presso l'Indian Institute of Management di Ahmedabad, Dan Marinos acquista i biglietti dell'aereo per l'India; partenza il primo settembre, ritorno il 30 dicembre. Metaforicamente egli tende una mano in segno di amicizia a tutti gli indiani.
Una settimana prima di partire, l'università informa tutti gli studenti exchange che, a seguito di una nuova normativa di cui solo ora è venuta a conoscenza, dovranno lasciare il suolo indiano pochi giorni dopo la fine degli esami, diciamo il 10 Dicembre, rovinando i piani preventivati, ovvero di viaggiare e faccio-cose-vedo-gente. Praticamente anche la burocrazia indiana ha dato la mano a Dan, solo che prima ci ha starnutito sopra, facendolo proprio davanti agli occhi dello sventurato.
Comunque, fiducioso di poter sistemare la cosa con un po' di buon senso e gentilezza e con la prova scritta di essere già in possesso del biglietto di ritorno, Dan Marinos parte nell'illusione che tutto si sistemerà. Ciò che è certo è che dovrà recarsi presso l'ufficio di polizia per ottenere il permesso di residenza, obbligatorio per tutti quelli con un visto superiore i 180 giorni (il visto del nostro protagonista dura esattamente 185 giorni, nonostante dal 1 Settembre al 30 Dicembre ne intercorrono solo 120. La scelta è stata del consolato a Milano, non sua.).
Arrivato ad Ahmedabad, l'ufficio exchange students gli consegna un dossier con la copertina verde fatta con una carta talmente inconsistente che dopo meno di 5 giorni è già praticamente strappata lungo il bordo. Bisogna compilare la richiesta di permesso di soggiorno, quattro formulari uno identico all'altro e tutti incollati al dossier verde, richiedere dall'ufficio degli studenti la certificazione di residenza nel campus, inserire la lettera originale d'ammissione allo scambio, la fotocopia a colori di tutte le pagine non-vuote del passaporto, il passaporto originale e 8 fototessere scattate recentemente.
Non è un problema. Avete delle regole veramente toste, ma non è un problema. Recupera tutto il necessario e lo consegna all'ufficio exchange student affinchèvenga spedito alla centrale di polizia.
Dopo qualche giorno, viene comunicato dall'ufficio che la pula vuole che gli studenti vadano loro stessi a consegnare il dossier. E va bene, si vadi.
In una sala affollatisisma, tra mille scrivanie, un televisore con le pubblicità che scorrono e mille scartoffie accatastate e bollate negli armadi o contro i muri, un gruppetto di studenti francesi, italiani e tedeschi attende che qualcuno li chiami. Dopo un'oretta circa vengono ricevuti, ma giunti alla domanda cruciale: "Possiamo ottenere un allungamento del permesso di residenza?" la risposta è: "Mai nella vita (e nemmeno in quella futura, secondo i canoni indù)". 
Momento veramente tragico. Dan Marinos e gli altri ragazzi sono veramente pissed off: cosa possono fare?

1) Chiamare l'ambasciata per sapere se è possibile ottenere un visto turistico. Risposta: non è possibile. La prossima volta fatevi fare un visto che duri meno di 180 gg.
2) Implorare l'università di dichiarare che le lezioni terminano più avanti. Risposta: al massimo vi concediamo due giorni in più.
3) Chiamare l'amica indiana dei tuoi genitori, quella che a fatto loro da guida circa sette anni fa nel Rajastan o come cazzo si scrive, che magari ne sa qualcosa. Non risponde al telefono.
4) Guardare i voli per la Thailandia o la Cambogia, cercando di mantenere comunque il biglietto Delhi-Milano per il ritorno così da non spendere altri soldi. 

Dan Marinos è veramente triste, incazzato nero e impreca contro l'India, questo paesaccio schifoso che cazzo cresce economicamente solo perchè sono un miliardo ma voglio vedere quando cominceranno a chiedere anche loro i diritti, e intanto fanno i fighi dicendo che gli animali sono sacri e vanno lasciati liberi e intanto però buttano l'immondizia ovunque e quei sacri animali non oso immaginare quante volte muoiono avvelenati: ah, ma vediamo quanto resistete in un ambiente così!
Nel frattempo è pure arrivata la pioggia, e Dan Marinos la guarda tristemente e scatta qualche foto alle grondaie del campus che vomitano acqua. Un indiano dietro di lui, un signore (poi magari ha trent'anni e li porta da cani), si avvicina e dice sornione: "Don't you have water in your country?". 
E si raggiunge il momento più basso. Da qui in avanti si può solo risalire.

Dan Marinos si ricompone, si sistema il vestito e dice: "E' ora di portar fuori la spazzatura". 
Si reca così dal suo professore di Corporate Finance e gli spiega il problema dell'estensione del permesso di soggiorno. Afferma che l'ultima soluzione rimasta è quella di scrivere una lettera in cui il professore dichiari che ogni studente del suo corso dovrà scrivere un research paper (vero) che verrà discusso alla fine di Dicembre, diciamo il 30 (clamorosamente falso). 
Il giorno dopo il Marinos corre con la lettera del professore all'ufficio exchange students: la macchina burocratica indiana, convinta di aver eliminato una volta per tutte il nostro eroe, viene colta di sorpresa. Tuttavia è ancora troppo forte, e dispone di una serie infinita di ostacoli e trappole nelle quali il Marinos può cadere fatalmente ad ogni passo. Infatti, come prima cosa gli viene chiesto di scrivere una lettera identica nel contenuto a quella del professore (anzi, la frase è: "scrivi le stesse frasi cambiando il soggetto, dal professore a te") che testimoni il fatto che il Marinos stesso ha chiesto al Professore una lettera che certificasse la questione del research paper. Suona complicato ed assurdo: infatti lo è. Una volta scritta, verrà consegnata dall'exchange office al Post Graduate Programme office, per una terza lettera (ancora, identica nelle parole ma con il cambio del soggetto, questa volta il direttore del PGP) che dichiari che l'ufficio PGP approva il research paper. Egli, il Marinos, la scrive, e per stamparla viene aiutato dal suo fido dorm-mate. Tuttavia il tempo è strettissimo: se entro il giorno dopo egli non si recherà alla polizia a consegnare il dossier verde arricchito con la sua lettera, quella del prof. e quella del PGP office, scadranno i 14 giorni entro i quali fare domanda per il permesso di residenza: altrimenti, multa di 1000 rupie (15 euri) e altra burocrazia, tipo scrivere il perchè del ritardo. L'exchange office dice: non è un problema, passa domani mattina alle 10.30.

Il mattino dell'ultimo giorno il Marinos si presenta alle 9.45. E fa bene. La terza lettera, quella del PGP, è pronta ma non è stata firmata. "Torna nel pomeriggio" dicono loro. "Fatemela ora" dice lui. Alle 10.15 il Marinos è a bordo di un taxi direzione ufficio di polizia. Poco prima di salire sul mezzo, quando raccoglieva i documenti in camera, si era accorto che mancavo un documento (la lettera di accettazione dell'università), che era stato recentemente fotocopiato per ottenere una fottuta SIM card (che egli già possedeva, ma non aveva firmato in tutti gli spazi e quindi aveva dovuto fare di nuovo la procedura per l'attivazione della SIM, che necessitava: fototessera, copia della lettera d'accettazione, copia del passaporto, form da compilare. Ma questa è un'altra storia burocratica). 
Comunque alla fine il foglio salta fuori, e come detto il Marrinz parte per l'ufficio della pula.
Qua aspetta un'oretta, poi finalmente gli viene raccolto il dossier verde, gli viene fatta qualche domanda sul research paper e bon, appuntamento per l"'interrogatorio" (in inglese "interview" suona meglio)  alla settimana prossima, alle 11.00 (massimo 11.30, non più tardi se no non si fa nulla). 

La settimana dopo alle 11.00 egli è di nuovo lì. Ha saltato una lezione importante ma è lì, cazzo. Sempre con altri ragazzi, carichi come lui. Alle 11.30 l'ennesimo attacco della burocrazia malefica: il boss è in runione, arriva all'una, una e trenta. "Allora siete delle merde." pensano i ragazzi: "Ma tanto non ci fate paura. Ce ne andiamo al ristorante per pranzo, toh!". 
Una e trenta: il boss non c'è. Ci dispiace arriva alle due. Actually, alle due e un quarto. Ci fa entrare uno alla volta, è un militare pelato e baffuto. Il Marinos saluta, lui non dice niente. Lui tira fuori il dossier del Marinos e il Marinos gli da il passaporto. Accanto a lui c'è il suo vice, che prende il passaporto, lo apre e lo porge al boss (che nel frattempo era stato chiamato Vikram Antonino da parte di Mikael, il ragazzo francese). Il boss scarabocchia sui fogli (il Marinos può vedere tra i documenti le tre famose lettere che forse lo salveranno) e poi chiama il prossimo. Non è finita, attendete qua che dobbiamo andare dal boss dei boss: Varun Corleone.
Alle due e mezza il super capo della pula ci accoglie nel suo ufficio. Sta firmando degli articoli di giornale graffettati in un dossier. Censura, forse? Comunque mette via il dossier degli articoli, lasciandolo semplicemente cadere per terra con la gestualità di uno che crede davvero nell'esistenza dei comodini invisibili.
"Sei spagnola?" 
Marta: "Si!"
"Ok puoi andare. Sei francese?"
Mikel: "Si!"
"Ok puoi andare. Sei italiano?"
Marinos: "Si!"
Lo sai che l'Italia è stata downgradata?
Si, ma non era una sorpresa (sorriso di cortesia)
Ma qual'è il vostro problema, con l'economia?
Eh, è lunga da spiegare...ci vuole un'ora almeno.
No, ma in una riga sola...è per via del vostro leader vero? (sorride beffardo)
Beh, veramente non è il mio leader. E' il leader dell'Italia, ma non degli italiani.
Come non degli italiani? L'avete votato. Siete una democrazia no? Perchè non lo detronate?
Eh...ma tanto manca poco, mi creda.
Ma insomma, ne va del tuo futuro. Vivrai ancora per 50, 60 anni in Italia!
Eh, magari emigro. (testa di cazzo pensa al tuo di paese).

Bene, potete andare. Il Marinos si reca di nuovo nel solito ufficio traboccante di scartoffie, dove gli viene consegnato il dossier verde con su scritto: "permesso di residenza fino al 30 Dicembre." 
EGLI HA VINTO.
Gli viene dato un foglio su cui scrive: "Confermo di aver ricevuto l' R.P (residential permit). Dan Marinos"
EGLI HA VINTO, SEGNANDO ALL'ULTIMO MINUTO DEL SECONDO TEMPO SUPPLEMENTARE. MANCA SOLO IL TRIPLICE FISCHIO DELL'ARBITRO.



Dan - don't mess with me - Marinos





"Aspetta, devi prendere anche questo foglio, è la richiesta di permesso per lasciare l'India. Devi portarcela qualche giorno prima che tu parta per l'Italia." "Un momento"-penso io-"ma dopo il 10 di Dicembre, finiti gli esami, col cazzo che ci torno ad Ahmedabad. Sto foglio come diavolo faccio a consegnarglielo a mano qualche giorno prima del volo?!"

FOTTUTA BUROCRAZIA INDIANA

domenica 11 settembre 2011

Prime dall'India


Carissimi, finalmente torno a scrivere. E' da una settimana e poco più che mi trovo presso l'Indian Institute of Management di Ahmedabad ma soltanto ora ho trovato qualche minuto per scrivere un articolo. A rubarmi il tempo non sono state (al momento) le lezioni ma le novità infinite che si sono susseguite da Venerdì scorso, quando sono atterrato: da allora, "faccio cose - vedo gente".
In questo momento mi trovo nella mia stanzina, la quale necessiterebbe dell'intervento di Paola Marella per darle un po' più di colore e Amnesty International per un po' più di umanità. Ma non stiamo qua a cincischiare: vediamo di cominciare a snocciolare un po' di cose che ho potuto notare in questi giorni; probabilmente alcune verranno smentite categoricamente nel giro di un mese o di un minuto, e per questo motivo verrete aggiornati nel caso dovessi smentire quello che sto per scrivere. Anzi, nel caso dovessi farvi notare che avete interpretato male le mie parole.
Partiamo con un'affermazione che mi è stata detta più volte prima della partenza e che si è rivelata una bufala colossale: "Siccome erano sotto il potere britannico, gli indiani sanno parlare inglese." Niente di più falso: gli strati sociali che vanno dal medio-bassi  in giù non sanno mettere giù due parole in croce. Inizialmente pensavo che fosse un trucco per rendere la negoziazione del prezzo piuttosto ostica, portando la controparte all'arrendevolezza, irresistibile arrendevolezza. Invece no, perchè lo stesso capita anche nelle occasioni in cui non 'è proprio nulla da contrattare. Da questo punto di vista in Italia siamo messi molto meglio: borbottiamo parole ma ci aiutiamo con le mani con una gestualità univoca e incontrovertibile, a differenza di quella indiana che è totalmente fuori dagli standart ISO 9000. Andate per esempio ad assistere ad una lezione dove il professore fa domande agli studenti, e provate a rispondere: se mentre parlate il suo sguardo si spegne e la sua testa ciondola a destra e a sinistra come dire: "Non è del tutto esatto, anzi..." non vi preoccupate: è il loro modo di annuire!
Il luogo comune sul costo della vita bassissimo invece è vero e quindi non vale la pena parlarne a lungo. E' tuttavia interessante notare come questo ci metta in difficoltà durante le transazioni cash: certamente la figura dell'omino che dall'elicottero scaraventa banconote in cerca di una manovra espansiva è qui del tutto sconosciuta, visto che 1) i tassi d'interesse della Reserve Bank sono saliti in poco più di un anno dal 5% all' 8%  e 2) che ogni volta che vai a ritirare cento fottuti euro la macchinetta non ha mai abbastanza banconote e quindi annulla la transazione. Senza contare che se per caso volete pagare un pranzo di 100 rupie (diciamo 1 euro e mezzo) con una banconota da 500 (=7.5 euro), vigliacco se non fanno storie perchè non hanno il resto.
Altro mito che per ora rimane ancora senza risposta è la presunta capacità infinitamente superiore degli studenti indiani nel calcolo e conseguentemente nella finanza. Ora, magari ho beccato l'eccezione, però per un lavoro di gruppo mi è arrivato un forecast di conto economico con assumptions senza nè capo nè coda...Ho il sospetto invece che la loro qualità/debolezza sia la velocità e il fatto che stiano poco ad scervellarsi su quello che fanno, ma questo è appunto soltanto un' ipotesi che verrà convalidata o respinta stasera, al momento del mio primo vero workgroup. Tra l'altro vorrei vedere diversi bocconiani dalla protesta facile alle prese con un lavoro di gruppo assegnato alla domenica pomeriggio da portare il Lunedi mattino seguente; certo, è evidente che la mole di lavoro non sia mastodontica, però intanto c'è da preparare delle pagine e una presentazione; d'altro canto non esiste nemmeno la figura del rappresentante di classe, per cui i diritti degli studenti (sempre che esistano) sono tutelati solo dal buon senso del docente stesso. Comunque credo che questo succeda in quasi tutte le università del globo.
Giusto adesso mi vengono a riferire che ho un altro assignment (il quarto) da preparare per mercoledì sera: fortunatamente (o forse no) mi è stato affidato dal boss del mio dorm (il campus ha una ventina di dorms con le camere degli studenti, ed ogni dorm ha il proprio capo). Praticamente devo raccontare agli abitanti del mio alveare una storia erotica non necessariamente riguardante me stesso, e alla fine di questa storia mi verrà assegnato il dormname, il soprannome che tutti qui hanno. Pare tuttavia che si durante la serata verranno praticate varie forme di nonnismo, per cui se risintonizzate il digitale terrestre potreste anche sentire le mie bestemmie mercoledì sera.

Direi che per ora è tutto, spero la settimana prossima di riuscire a scrivere un po' di più.

Dan Marinos


mercoledì 31 agosto 2011

Risposta alle Tute Blu + Nuovo Economostro in redazione




In redazione è giunta una lettera in risposta all'ultimo articolo, quello sullo "sciopero" dei calciatori, da parte di un nostro lettore. Egli ha discusso l'argomento in maniera così approfondita ed ironica che merita 1) di vedersi la lettera pubblicata e 2) di essere ammesso ufficialmente in redazione, diventando così la nuova firma sul blog. Speriamo che a lui si aggiungano altri: siamo sempre aperti ai mostri.

Caro Economostro 
ti scrivo, c'è poco da essere contenti hai ragione. Prima di scendere nei tecnicismi del caso è triste dover constatare come non ci sia comunicabilità tra gli organi di competenze, tra le Società e tra i calciatori. L'amara realtà secondo me è che alberga una notevole recidività tra le parti (che già altre volte si erano trovate in questa situazione). Citi, giustamente, il Cagliari e io che purtroppo sto preparando un esame di econometria e di metodi quantitativi penso agli outlier e alla loro epurazione. Il Cagliari di Riva non è che un outlier e come tale va estirpato dal campionato (= modello di regressione) perchè altrimenti ne condizionerebbe i risultati. Borussia Dortmund, Ajax, Atalanta, River Plate, Boca Jrs., Sao Paulo, Santos...quanti outlier...se per gioco provassimo a ricondurre i giocatori esplosi in queste squadre il Real, lo United, la Juve, ecc...bè avrebbero vinto ben poco. Allora perchè non valorizzarli? Perchè non ristrutturare questo stanco sistema che genera imperfezioni del calibro di rose con 40 giocatori? Al Cesena hanno portato via Giaccherini, la Juve non risolverà i suoi mille problemi con lui, mentre il Cesena si ritroverà inguaiato senza la "Pulce di Talla". 
Nella Repubblica, Platone sosteneva che le cose funzionano solo e soltanto quando ciascuno è al proprio posto. Amauri, Floccari, Borriello, Gilardino, ecc...giocatori che tolti dal proprio contesto non hanno mai reso (distruggendo ricchezza) e andando ad ingrassare rose che di fatto hanno generato un surplus di giocatori "fuori rosa". Contratti collettivi insostenibili? In economia uno dei più grossi snodi si gioca intorno alla distribuzione della ricchezza. Ci era arrivato Ricardo, con tutti i suoi limiti ma ci era arrivato. Nel calcio vale lo stesso sistema. Equal playing field. Chi gioca in casa veramente? Prendersela con i giocatori pluri pagati è una duplice assurdità: 1) molto spesso chi li critica è lo stesso abbonato a sky, mediaset, ecc...che contribuisce a fare allineare le curve di domanda-offerta in un punto più elevato del piano cartesiano; 2) perchè non hanno fatto anche loro i calciatori?
Ridistribuire è cosa buona e giusta, farsi condizionare dall'ipocrisia e dall'invidia no. Se davvero sta gente è così furibonda, che smetta di guardare il calcio, la tv ecc...Non sto coi calciatori, non sto nemmeno con le società, ma mi rattrista pensare come episodi come questo, anzichè fornire spunti utili per migliorare, alimentino solo sterili polemiche. Ti amo campionato diceva Elio, eppure il vero danno che queste persone provocano è molto più sottile (ma non per questo meno grave) di quanto non pensino: impedire a dei ragazzi di trovarsi, magari mangiando una pizza e dicendo minchiate guardando una palla che rotola, un colpo a effetto, una spizzicata di testa. Si vince e si perde solo se si gioca.
Bell'articolo, come sempre!

Aristocle

venerdì 26 agosto 2011

Le nuove Tute Blu vestono Puma



Non sono contento. Prima di espatriare volevo godermi la prima di campionato, un bel Milan-Cagliari con gli amici. E invece no; i calciatori scioperano e le partite sono rimandate. 
Che cazzo. 
1969-1970: il Cagliari vinceva il suo unico scudetto mentre i lavoratori delle grandi aziende statali, a causa degli scioperi per il contratto nazionale dei metalmeccanici, persero in totale 208 ore di lavoro a testa (praticamente nessuna settimana lavorativa si salvò da qualche interruzione). Come detto le vittime maggiori di questi scioperi furono le imprese che rientravani nell' IRI tanto che il sindacato della stessa, l'Intersind, collassò l'anno successivo mentre la sua guida unica Glisenti accusava i sindacati di non voler in alcun modo essere responsabilizzati, ovvero di voler più potere rifiutando contemporaneamente l'incarico di co-gestore delle aziende. Insomma, le tute blu erano davvero incazzate, e se non ci si può facilmente esprimere circa la loro forza costruttiva-propositiva di sicuro ebbero notevoli capacità distruttive: Glisenti, quattro mesi dopo aver rilasciato quelle affermazioni, presentò le dimissioni dall'Intersind. 
Certo i lavoratori ottenero importanti vittorie: tra il 1970 e il 1975 Agnelli aprì a notevoli aumenti delle retribuzioni lorde, incrementate di oltre una volta e mezzo (tre volte più della crescita della produttività industriale italiana); nel 1975 infine la scala mobile firmata dalla Confindustria e dai tre sindacati. Sarà che l'Avvocato era contento dei due scudetti conquistati dalla Juventus, sarà forse che gli scioperi lo stavano mettendo sotto pesantemente, fatto sta che l'uomo-dall'-orologio-sopra-il-polsino firmò quella che fu, come il Professor Berta spiega egregiamente, "una politica dei redditi dalla logica rovesciata", con un conseguente disastro legato all'alta inflazione e allo shock del petrolio. 

Venerdì 26 Agosto 2011: poco più di 24 ore al fischio di inizio di Milan-Cagliari e meno di una settimana alla mia partenza e ancora non si è trovato l'accordo Lega Calcio - Assocalciatori. E' ufficiale, la partita è rimandata. Pare proprio che i calciatori abbiano imparato dagli anni 70: scioperi su scioperi fino ad ottenere ciò che vogliono dalle società (nb: non "dalla Società", perchè questa mobilitazione non riguarda un servizio pubblico come i trasporti e gli uffici comunali, per cui si spera poco dovrebbe importare alla gente se la prima giornata di Serie A viene rimandata). E questa non è nemmeno la prima volta: anche l'anno scorso i calciatori minacciarono di non scendere in campo, anche se per motivazioni diverse. Quali sono dunque i punti della protesta di questi giorni? Due: il primo riguarda la possibilità delle società di fare allenamenti separati isolando così gli atleti acquistati "per sbaglio" dal resto della rosa, con conseguente svalutazione economica e svilimento fisico del giocatore in esubero. Il secondo riguarda il fatto che spesso i contratti dei super campioni dichiarano il salario netto che essi percepiranno dalla società, per cui il nuovo contributo di solidarietà dovrebbe essere pagato dalla squadra (aumentando il salario lordo e dunque senza incidere sul reddito del calciatore). Sul primo dei due punti ovviamente non c'è stato alcun dibattito pubblico (anche perchè il rifiuto dell'Assocalciatori sembra esssere più che legittimo, per cui ben venga lo sciopero), mentre sul secondo si è riversato tutto lo sdegno pubblico.

Calderoli si incazza e cavalca facilmente il risentimento delle persone tifose e non dicendo che la legge è legge e i calciatori, come tutti i cittadini, dovranno pagare le tasse. Un ragionamento eticamente sensato, come è condivisibile il fatto che i giocatori guadagnino troppo. Già meno logico è dire che i calciatori non lavorino. Del tutto falso è dire che il mondo del calcio non voglia pagare: il contributo di  solidarietà verrà comunque versato sulla base dei redditi dei tesserati alla Serie A, solo che a versarlo sono le società sportive al posto loro. Per capirci, anche i lavoratori pagano le tasse senza aprire il portafogli, e ciò avviene per esempio durante la transazione da "tasso di rendimento lordo" a "tasso di rendimento netto". Se vi fosse garantito, come succede, un tal rendimento netto, vi trovereste nella stessa identica situazione del caso in esame. 
 Piuttosto bisogna domandarsi quanto sia "lecito" firmare contratti  per salari netti fissi, lasciando la società del tutto bersaglio di variazioni dell'importo lordo. Finchè succede alle società sportive, capirai; ma se anche i megadirettori eludessero il contributo firmando tali contratti (per altro, potrebbe già essere così)? Indicizzare lo stipendio ai decreti e alle manovre fiscali, intervenendo sul lordo per mantenere fisso il netto. Qualcosa un po' come la scala mobile: magari con gli stessi brillanti risultati, sicuramente non a favore dei lavoratori.


Dan Marinos

 
PS: nel frattempo guardo la televisione e vedo Susannona-ona-ona Camusso fare un monologo su un palco. Ha un cappellino rosso indossato al contrario, con la visiera sulla nuca. La guardo e mi rattristo: davvero, sembra quello dei bambini al grest! Sarà che sono concentrato sul copricapo, ma proprio non mi accorgo che la Camusso ha appena dichiarato uno sciopero per il 6 di Settembre, ricevendo per altro accuse da tutti, governo-opposizione-sindacati.Uno sciopero che ha tutte le sue motivazioni, certamente, ma che difficilmente destabilizzante in una fase dove nulla è rimasto da destabilizzare. Abbiamo detto che la catena di scioperi può essere determinante quando viene fatta costantemente, ripetutamente: quello del 6 Settembre è una goccia.
Le nuove tute blu vestono Puma


domenica 21 agosto 2011

Tra poco parto per l'India e non voglio scrivere un titolo preso da una canzone o da un libro o da un film.



Dicono che a seguito della manovra un sacco di capitale stia (ri)affluendo in Svizzera, tanto che le banche elvetiche abbiano avvisato i gentili clienti di aver esaurito le cassette di sicurezza. Anche l'Economostro emigrerà tra una decina di giorni, anche se non in un paradiso fiscale: Ahmedabad, India. Non ci sono motivazioni di tax planning dietro questo trasferimento, nè si può parlare dell'ennesimo esempio di cervello in fuga dall'Italia; semplicemente me ne andrò in scambio per quattro mesi presso l'Indian Institute of Management, ad Ahmedabad appunto (città mai sentita, lo so, ma di questo ne parliamo più avanti).
Che fare? Chiudere il blog fino a dicembre sarebbe un peccato; darlo in gestione a qualcuno nemmeno per idea, e tuttavia (come altre volte dichiarato e sebbene non ci sia stata ancora occasione per dimostrarlo) questa pagina è del tutto aperta ad articoli di altri economostri per cui potrebbe accadere che in futuro, oltre alle solite edizioni settimanali, si passi a qualche special "esterno". L'idea quindi è quella di approfittare di questa esperienza e continuare a scrivere, intervallando resoconti della vita universitaria indiana con qualcuna delle solite (piccantissime) analisi riguardo i diversi temi di economia. Sarà difficile senza la mia minuscola biblioteca di testi e manuali scarabocchiati da cui attingere quelle pirlate che credo e spero vi abbiano divertito in questo quasi anno di attività, ma ho un computer pieno di pdf ancora vergini e pronti per essere maltrattati.
Lo so, ci sono più blog aperti da tizi che partono per l'Asia che titoli scambiati sul Dow Jones: l'idea è spaventosamente banale, ma non vedo alternative e credo invece che ci potranno essere opportunità interessevoli.  Lo scopo è di creare ancora più danni alla patina di serietà del mondo economico di quanti non sia riuscito a fare fino ad oggi: chissà se poi Tremonti proporrà l'ennesimo scudo fiscale per farmi rientrare velocemente in Italia. Commentare la situazione italiana come mi è capitato ultimamente ma da un'altro continente mi fa sentire mezzo Boldrin e mezzo Zucconi, e la cosa non so se mi gasi o mi deprima (tra l'altro ho notato che i post più letti sono quelli collegati a fatti attuali: non avrete  davvero bisogno di un altro opinionista rompicoglioni? No perchè se è così allora o io o Aldo Grasso).
Che poi sinceramente non credo proprio che nei quattro mesi di mia assenza possa succedere qualcosa di veramente clamoroso in Italia: certo vi devo rivelare fin da subito il mio terrore riguardo a questo viaggio, ovvero la possibilità (secondo me altissima) che qualche particolare politico non dico muoia, ma abbia un collasso fisico con l'arrivo dell'inverno tale da fargli rinunciare ai suoi incarichi, e l'unico mio mezzo di gaudio sia la pagina speciale di Corriere.it senza che nessun indiano intorno capisca il perchè delle mie lacrime. Sarebbe veramente uno spreco.

Cialtrone come sempre,
Dan Marinos 


domenica 14 agosto 2011

Dedicato a Voi lettori



Qualche sera fa ad una cena di famiglia mio zio mi ha chiesto un parere sulla specifica crisi di questi giorni: "Finalmente", ho pensato: "dopo 4 anni di economia e finanza posso dibattere a pari livello con i capostipiti dei Marinos". Quale errore, cari lettori, quale errore! Dopo poco che avevo cominciato la mia trattazione degna del miglior tutor di macroeconomia sono stato interrotto da un fiume di domande: "E le agenzie di rating che fanno il bello e il cattivo tempo? Perchè non sono state incriminate quando dicevano che Lehman Brothers era sicura? Perchè le banche ci vendono i titoli anche se sanno che fanno schifo? E poi perchè lo Stato le salva, con i nostri soldi? E i correntisti?". E-OOOOOO!!!! Fermi un secondo, lasciatemi parlare!
Mettiamo in pausa il video. Questa che avete visto è la sindrome del neolaureato. Si manifesta in famiglia, di fronte ai rispettati uomini-sentenza che ci hanno cresciuto e che giustamente dicono sempre la loro, qualsiasi sia l'argomento in discussione. Causa di questa sindrome è il fatto che il giovine si sia abituato a pratiche malsane, ovvero sia diventato aduso a parlare di temi economici con i propri compagni di classe, al massimo con i propri professori, senza mai un confronto con il mondo esterno e nient'affatto asettico. Per di più egli, il giovine, compie l'errore di tornare a casa, di loggarsi su facebook e di postare un bell'articolo del WSJ o un pessimo articolo di Repubblica (non prima di aver detto la sua con velenosa ironia nei confronti del editorialista di turno), aspettando che altri suoi colleghi di banco piombino come avvoltoi e tiranneggino sul link. A casa le vittime sentono tranquille: i 23-24 anni sulla carta d'identità permettono loro una certa nonchalance nel spiegare a mamma e papà le loro ragioni, eppure non è detto che questi poi seguano i consigli dei loro pargoli, e questo è un primo sintomo della malattia, che come detto si manifesta in situazioni di netta inferiorità numerica familiare.
Avere ragione e non poterla ottenere: questo è il contrappasso a cui Voi lettori rischiate di andare incontro ogni volta che vi sedete a tavola. Ma cosa succede se davvero tutti gli economisti soffrono di questa sindrome? Semplice: si lascia la parola a chi non sa le cose ma sa farsi capire. Il giornalista.
Ieri sera l'ennesima manovra economica è stata presentata in diretta su La7 e Rai3. A commentare le parole di Tremonti c'erano Mentana, Telese, la Costamagna, Mario Giordano, Mussi del PD, Corsaro del PDL e altri politici via telefono. Non un fottuto economista. Oggi su Repubblica  l'articolo di fondo è scritto da Massimo Giannini. Su Corriere.it risuona l'eco di Sergio Rizzo (colui che disse, e le mie orecchie si sciolsero, qualcosa come: "La vendita allo scoperto è un fenomeno speculativo presente solo in Italia"). E nonostante tutto i lettori si appassionano e li citano nelle conversazioni al bar, per strada, sui tram.
Agli economisti rimangono i piccoli blog, Radio 24, qualche trasmissione su Radio 3 e circa due o tre articoli a settimana sulle maggiori testate. Ripetiamo che la sindrome non è crisi di fiducia della gente verso gli accademici, ma è una seria difficoltà a comprendere ciò che dicono. E così succede che il pubblico oltrepassi il punto abàrico dei due palcoscenici, economia e giornalismo, a favore di quest'ultimo. Così come tra le mura di casa i dialoghi bloccati soffrono di abasia, sui media popolari si assiste all'abbacchiaménto della saggezza sostituita con la retorica. Purtroppo però sembra che i luminari del mercato non si rendano conto del loro diventare sempre più anodini: "Siamo chiusi nel nostro solipsismo autoreferenziale. E perdonateci la tautologia." sembra la scusa di chi non si è accorto di essere entrato in un loop diabolico ed ab aeterno secondo cui per chi lo ascolta egli soffre di alalìa, mentre lui ritiene che sia la platea a soffrire di  ageusia per le sue parole. D'altro canto si può giustificare un poco l'economista, il quale non può tenere una lezione avanzata, se il pubblico non conosce la base della materia. In altre parole non è possibile che i detentori di un diploma di maturità escano dai licei senza sapere cosa sia un titolo azionario o che una s.p.a non necessariamente è quotata e/o è controllata da soggetti privati (della serie: chiedetelo ai promotori del referendum sull'acqua). L'assenza del Diritto e dell'Economia tra gli insegnamenti delle scuole superiori credo sia un abominio incredibile dato che trattano di argomenti quotidiani e vitali (dal sapere come funziona il sistema pensionistico alla struttura dello Stato).
Insomma, questa abalietà tra il narcisismo degli oratori laureati e l'adustezza del senso civico degli spettatori ha lasciato le porte aperte all'egemonia di chi non ha la minima idea di quello che sta dicendo ma apre la bocca lo stesso. Finito di leggere, spegnete il computer e mettetevi alla prova: convocate una cena di famiglia e all'improvviso, in attesa della seconda portata, lanciate la bomba: "Secondo me quelli che i giornali chiamano speculatori hanno invece fatto del bene, costringendo lo Stato a tirare fuori una volta per tutte il discorso sul debito e la spesa.". Se fallirete nel placare la tempesta che avrete scatenato sarà un brutto segno perchè di questo passo vedremo Alberoni commentare la politica economica italiana. E a quel punto sarà la fine del mondo come noi lo conosciamo.

Dan Marinos

Ps: per qualsiasi dubbio, riferirsi a Il dizionario della lingua italiana, Devoto-Oli, lettera A.

domenica 7 agosto 2011

Intermezzo musicale



L'altro giorno un amico mi ha mostrato l'elenco dei 100 album rock fondamentali degli anni zero (2001-2010) contenuto nella rivista Il Mucchio: "Pff! Sarà la solita vaccata alla Rolling Stones" penso io, memore di quel numero di Febbraio 2009 in cui Frank Sinatra era stato escluso dalla classifica dei cantanti di tutti i tempi (classifica per altro commissionata ad Ernst&Young in un evidente momento di sindrome della stessa di overdose da revisione fiscale). Invece Il Mucchio (che costa un eye of the head ma che se li merita tutti data la totale assenza di pubblicità in 300 pagine di ottima fattura), mi ha regalato la sorpresa e l'angoscia di essere riuscito a riconoscere solo 29 artisti su 100 (meno di uno su tre), molti dei quali per altro posso dire di conoscere vagamente come conosco i risultati trimestrali dei piani quinquennali sovietici.
Joanna Newsom. I Neurosis. Fiery Furnaces e Micha P. Hinson. Burial, Current 93 ed Harry Markowitz & the Diversified. Gli Animal Collective. Solo uno di questi non esiste (anche se sarebbe bello se esistesse). Ecco la bellezza della musica anglosassone: la presenza di numerosi gruppi validi sia del presente che del passato. Ci sono tra l'altro somiglianze con i paper accademici: come Modigliani e Miller han detto praticamente tutto sulla finanza d'azienda e la maggior parte degli studi successivi sono solo rielaborazioni e verifiche della loro tesi, così molti dei gruppi contemporanei ribadiscono una musica già spiegata dai Beatles e dai Pink Floyd.
Altri legami musica-economia? Mah...per esempio la composizione di piccole-medie-grandi band. In Italia negli anni '70 non esisteva la media impresa: c'erano molti piccoli imprenditori e diversi grandi gruppi industriali. Oggi musicalmente non siamo particolarmente distanti da questo schema, perchè quelli che apparentemente sono artisti "medi" in realtà diventano minuscoli di fronte ai numeri dei monopolisti del mercato musicale italiano: Vasco, Ligabue e la Pausini, che di fatto sono gli unici in grado di riempire gli stadi. Tutti gli altri non ne hanno la capacità (o meglio, la possibilità), a meno di mettersi assieme per un evento particolare tipo festival. Lo Sherman's Act è del 1890 ed è il baluardo contro i monopoli: vi prego, importiamolo anche per la musica italiana. Prendiamo i vascolizzati e le menopausine e scuotiamoli fino allo sfinimento, facendogli ascoltare buona musica, quella che difficilmente passa in Radio (salvo alcune piccole emittenti e la sempre stupefacente Radio 2) e quella che non passerà mai in televisione, ma che trova una buonissima rappresentazione su soluzionisemplici.net. E guai a chi dice: "Si, ma i primi album del Liga e di Vasco sono fantastici".
Ora, le cause per cui gli Uk-Usa hanno una trazione molto più efficiente nel portare piccoli gruppi ad un successo inter/nazionale totale mentre in Italia gli Afterhours sono pressochè sconosciuti (e nemmeno io posso considerarmi del resto un' enciclopedia riguardo a questa band nata nel 1986 da un'idea di Manuel Agnelli, con 10 album pubblicati di cui 8 studio, 1 live e 1 raccolta)...dicevamo, le cause possono essere molte, ma ne vanno sottolineate due su cui indagare. La prima più che una causa è il sospetto che gli italiani non capiscano un cazzo di musica mentre gli inglesi sì. Direi che tale ipotesi sia più che infondata: difatti non si spiegherebbero i successi alla Bieber e alla X-Factor, che in Inghilterra pesano molto di più che da noi (grazie a Dio almeno in questo senso il monopolio dei 3 punisce sia i bravi che gli scarsi concorrenti).
La seconda causa è semplicemente la differenza di mole di denaro che circola nell'industry musicale italiana e inglese/americana. Giusto per rimanere in campo economico e regalare una super chicca, suggerisco di andare a dare un'occhiata al sito della Pullman Group, una investment bank che creò diverse obbligazioni basate sul business delle royalties di diversi musicisti, in particolare: David Bowie, James Brown, Marvin Gaye e una raccolta di grandi voci della Motown. Mica bruscolini, le transazioni del 2004 titillavano più di 1 billion dollarz. Il processo di cartolarizzazione degli artisti procedeva in questo modo: venivano selezionati diversi album (per esempio la discografia del Duca Bianco) e i soldi che questi producevano per via dei diritti d'autore diventavano una sorta di cedole per un prestito obbligazionario emesso sul mercato e ricevuti dal cantante stesso (i Bowie Bonds stuzzicarono 55 milioni di dollari).
Non ho idea di come sia stata poi l'esperienza effettiva di questi titoli (i BB hanno raggiunto la loro scadenza, con un rating prossimo alla spazzatura per via della crisi del settore) ma visto che il sito è fermo e orrendamende impostato su un html giurassico qualche sospetto ce l'ho. Rimane comunque la prova che gli americani e gli inglesi di soldi per la musica ne hanno e, se li spendono facilmente per godere dei diritti di Rebel, Rebel è chiaro che non hanno difficoltà a promuovere tutti i meritevoli di turno. Quale soluzione per l'Italia? Come detto bisognerebbe introdurre un po' di antitrust, e poi bisogna attrarre capitali (ma non mi dire...). Certo è rischioso investire tutto su singoli gruppi (la pensione non me la gioco per un investimento sbagliato sugli Offlaga Disco Pax), e per questo ho bisogno di un pescecane da fondo di investimento che raggruppi una compilation italiana e risolva il problema dell' (I can't get no) diversification, come cantavano gli Willy Sharpe & the Beta Unlevered Band.

Dan Marinos