lunedì 4 giugno 2012

I bilanci dei partiti politici

I bilanci dei partiti politici in attesa del timbro del revisore.

Siete a favore del finanziamento pubblico ai partiti o preferite che questi ricorrano esclusivamente a donazioni private? Temete il rischio che il primo ministro diventi suddito di una grande impresa o aborrite l’idea che i politici sperperino a nostre spese per fini prettamente personali? Io non sapevo prendere posizione su questi punti, e non sapendo da che parte stare procrastinavo. Finché venni illuminato: in economia (ma si può applicare la cosa anche in altri campi) quasi tutti i problemi provengono da difetti d’informazione. L’asimmetria informativa non è una cosa che insegnano per raccontare storie divertenti tra manager truffaldini e coccolosi azionisti di minoranza: è una cosa che distingue i costi che si paga volentieri per ottenere un valore aggiunto (un bene come il computer o un servizio come il trasporto aereo) da quei costi che si farebbe volentieri a meno di pagare ma che, alla fine, si pagano sempre. Lo si fa perché c'è bisogno di qualcuno che ci dia quelle informazioni in più necessarie per prendere decisioni, o che almeno certifichi la verità di quei dati e dichiarazioni che abbiamo in mano. E in realtà quel ciuccia-cicuta di Socrate, che si gasava di non sapere, ci aveva visto giusto: finché non sappiamo, come possiamo prendere decisioni? Da questo punto di vista, è quasi meglio continuare a procrastinare. Ritornando alla domanda sul finanziamento ai partiti, perché dibattere sulla questione quando, in entrambi i casi, si otterrebbe la soluzione sbagliata? Questo perché non si hanno informazioni affidabili su come i partiti utilizzino tali soldi, su come vivano, su come operino: i bilanci ci sono, è vero, ma non si può sapere se siano fogli utili per la scrivania o per il gabinetto. E una via di mezzo - com'è la situazione ad oggi - non è ammissibile.
   
Partiamo dal principio: cosa sono i partiti. Giuridicamente si tratta di associazioni non riconosciute, terminologia che include entità piccine come il Club dei Pescatori del Fosso dietro Casa Mia e giganti come la CGIL. La disciplina dei partiti era dunque innanzitutto affidata a qualche generico articolo del Codice Civile, dopodiché si è provato ad arricchire la normativa aggiungendo una manciata di leggi, approvate nel 1974, nel 1981, nel 1993, nel 1997 e infine nel 1999 (salvo piccole modifiche e referendum vari, ma tanto contano poco o un cazzo). Si noti come prima cosa che la disciplina sui bilanci era ed è soltanto un corollario al tema principale, cioè il finanziamento pubblico, anziché essere una condizione a priori (tanto che la legge si rivolge ai partiti "che beneficiano dei sussidi previsti": cosa accadrebbe dunque ad un partito che rifiutasse tale favore?). Di regole alla contabilità poi, giusto un pizzico: è vero, le voci di conto economico e stato patrimoniale sono specificate dalla legge, ed è richiesta una nota integrativa e la relazione della gestione. Tuttavia ogni partito è libero di scriverli come meglio ritiene, e non sto parlando solo di come vengono valutate per esempio le partecipazioni (fosse solo quello, leccherei una tigre infuriata) ma addirittura di quale principio contabile debba essere usato: di cassa o di competenza, la scelta è lasciata agli amministratori, che la possono cambiare di anno in anno alla faccia della chiarezza di bilancio.
Si capisce che una piccola lista come “Cristianamente riprendiamo a parlare”, vincitrice alle amministrative nel comune Tricarico, possa anche evitare di usare il principio di competenza economica per via della pochezza dei propri numeri. Ma una soglia che discrimini chi debba seguire quale principio potrebbe aprire più dilemmi che soluzioni definitive (ne dico una: nessun partito si candiderebbe alle amministrative ma userebbero piccole liste civiche mascherate, che tanto ora vanno di moda). E' allora evidente che c’è bisogno di un sistema di controlli serio e affidabile, che sappia capire il perché il PDL ha un patrimonio netto negativo di 7.5 milioni di euro. Oggi i controlli sui conti dei partiti sono di due livelli, uno interno e uno esterno. Quello interno è affidato ad una specie di collegio sindacale, composto da tre revisori scelti dal partito. Nessun problema, il fatto che i controllori siano nominati dal controllato avviene anche nelle società commerciali: peccato che questi dovrebbero essere minimamente indipendenti, e non segretari di alcune sedi locali del medesimo partito. Siccome che, in assenza di revisione esterna obbligatoria, la responsabilità nella regolarità cade sul collegio, ci sarebbe da sperare che assieme a Belsito siano indagati anche i sindaci della Lega Nord. E invece le comiche: pare che l’amministrazione del Carroccio abbia falsificato le loro firme da anni!
Ma passiamo al secondo livello di controllo, quello rappresentato da un comitato di revisori nominato dal Presidente della Camera. A loro spetta il compito di verificare che i bilanci pubblicati siano formalmente corretti, ovvero che tutto sia indicato come negli schemi previsti da legge. Questo vuol dire che non possono né devono verificare la correttezza dei numeri, anche perché solo l’anno scorso sono stati depositati a occhio e croce una cinquantina di rendiconti (vedi qua).  Una piccola perla poi, che ancora non so se è stata risolta o se è rimasta (ma scommetterei di no): nonostante ogni base logica, i bilanci dovrebbero essere pubblicati entro il 31 Gennaio, e depositati alla commissione entro il 28 Febbraio. Ditemi in quale altro settore un documento viene reso disponibile prima del controllo: nemmeno per gli articoli del peggior giornalino pastorale si usa questa prassi. In questi giorni in Parlamento si discute (e in parte, si è approvato) un progetto di riforma dei finanziamenti ai partiti; pare che l’audit passerà dalle mani della commissione attuali al triumvirato dei presidenti di  Corte dei Conti, Consiglio di Stato e Cassazione. E’ lampante che questi tre possono – legittimamente – non sapere nulla di revisione contabile, per cui mi aspetto di veder nascere una nuova inutile commissione.

Perché allora non usare i servizi di una società esterna di revisione? Sono competenti, sono indipendenti se disciplinate a dovere, sono dotate di risorse umane e materiali che permettono di investire tempo e denaro in controlli di sostanza. Qualcuna di loro ha già avuto a che fare con i partiti e i loro bilanci: KPMG ha aiutato le indagini nello scandalo Lusi e PwC revisiona da tre anni il bilancio del PD. Ma ad oggi l’opinion di un revisore esterno vale ben poco, perché la frase standard “il bilancio è stato redatto in conformità ai principi imposti dalla legge” non ha alcun significato dal momento che per i partiti non ci sono veri principi contabili. Di conseguenza il revisore chiamato su base volontaria si alleggerisce del tutto di una responsabilità che è già comunque un pelo minore rispetto a caso della revisione legale. 

Conclusione: sapete chi ha i bilanci pubblicati sul sito del Parlamento (pagina web a prova di idiota) anzichè su numeri sconosciuti della Gazzetta Ufficiale, tutti revisionati da società/revisori esterni sulla base di principi contabili chiari?
La Germania, guarda un po’.
Dan Marinos

Nota: il post che avete letto è la versione integrale dell'introduzione alla mia tesi di laurea. Dovrebbe essere anche quella definitva, salvo che il mio relatore non chieda più parolacce e meno tecnicismi.

Nota2: ho già depositato il titolo, carissimi, quindi niente furberie.

domenica 27 maggio 2012

E' Amore


Non è un cuore; è la curva J sdoppiata dopo un Brut del 2008


Se volevi scrivere un articolo su Vendola che apre ai privati
sulla gestione dell'acqua, e se volevi scrivere un pezzo
su Berlusconi semi-presidente, oppure
se volevi scrivere gli ultimi tuoi giorni in università
dove i muri sembra che ti rifiutino
e la biblioteca è piena di sconosciuti.
Se volevi  scannerizzare una storia di Topolino,
dove Paperone fa il ganassa e credit-crùncia suo nipote,
o se volevi scrivere un qualcosa sulla vittoria dei grillini
a Parma, sfruttando qualche enjambements che in
fondo è l'unica figura
retorica che ricordi dai tempi delle medie.
E poi magari qualche figura retorica la usano già
i bocconiani liberali, concorrenti che cavalcano Satana,
come quando citano: "il problema è il surplus della Germania,
quindi dobbiamo essere tutti in surplus." (e altre ne trovate qui).
Se vorresti analizzare gli album fotografici della Minetti
archiviati dal Corriere.it, cercando la correlazione curvilinea
con le comparsate della Tommasi a La Zanzara
oppure se ti venisse in mente di creare un indicatore di rendimento
basato sulle facce di Adriano Galliani.
Se vorresti stupire ogni volta i tuoi lettori,
ma l'ultimo che ha provato a stupire qualcuno è stato
Masciandaro che scaraventò per terra il cellulare squillante
durante una lezione di macro.
Se il cellulare era un Nokia, che ha visto cadere Freddie Mac,
e vedrà crollare Facebook, e tu ancora ti chiedi:
"Minchia, com'è che ho seguito macroeconomia
durante lo scoppio della crisi e i professori entravano in aula
sorridenti come gli omini delle istruzioni antipanico in aereo?"

Se tutto questo l'hai pensato ma non sei riuscito a scriverlo,
perchè eri in giro per le cantine della Franciacorta,
allora sei un Economostro, figlio mio.



lunedì 21 maggio 2012

Fedeli nel mercato!



Otherwise, STRONG SELL.


Venerdì il freno principale alla mia tesi di laurea, cioè Facebook, si è finalmente quotato in borsa dopo secoli di bisbigli e aspettative. Ogni singola azione è stata offerta a 38$, prezzo che praticamente è rimasto invariato alla chiusura della borsa (38 virgola un “mi piace”) nonostante uno strappo a 42$ durante la giornata. Il fatto che 38$ erano e 38$ sono rimasti è interessante e lascia aperte molte risposte (che verranno confermate o sbugiardate nelle prossime settimane, se non nei prossimi anni). Si potrebbe per esempio dire che le banche di investimento hanno perfettamente azzeccato il valore che il mercato ritiene sia corretto per la società, evitando di lasciare “sul tavolo dell’IPO” anche un solo dollaro; in altre parole l’offerta non era affatto underpriced (tecnica ben illustrata dal manuale di Investment Banking del buon Iannotta, avente come fine quello di aggraziarsi la domanda). I fenomeni di underpricing erano particolarmente vivaci durante la dot.com bubble, quando durante il primo giorno di contrattazione si poteva facilmente osservare un incremento di prezzo di più del 100%. Con quello che è successo a Facebook (col suo misero +0.6% a fine giornata) si potrebbe pure sperare che i mercati abbiano imparato qualcosa, sempre che già 38$ per un’ azienda che lucra sulle foto di me ubriaco non sia un prezzo troppo elevato. Magari era una giornata sfortunata per un’IPO del genere, con Linkedin che ha punteggiato un loffioso -5.65% Groupon che ha sganciato un -6.68% e Zynga che ha vomitato il 13.42% di se stessa. Se l’addio al nubilato di Facebook si è concluso con un totale immobilismo si spera almeno che la prima notte di nozze di Zuckerberg abbia avuto erezioni migliori, di certo facilitate dal fatto che, intraday return  o meno, l’IPO del social network ha comunque portato alle tasche del ricciolo fondi delle dimensioni di una mini-manovra tremontiana. 

Nel frattempo qualcuno si domanda se il mondo virtuale stia per imporsi nuovamente sul mercato come alla fine del vecchio millenio. Qualcuno ci crede, qualcuno no. Una risposta è stata data ieri sera al Citi Field di New York, stadio di baseball dove 40mila ebrei ortodossi si sono trovati per scegliere se condannare o meno Internet. La loro risposta è stata: “Barabba!”.  Come scrive il Corriere della Sera, i partecipanti ritengono la rete un flagello sia per i contenuti porno sia per la corruzione dei rapporti sociali e familiari perpetuata dai social network. Rapporti familiari che per altro si basano comunque sulla comunicazione a distanza, visto che le donne sono dovute rimanere nelle comunità ebraiche di NY a seguire la diretta TV (così vuole la religione). Certo gli ebrei ortodossi non devono aver preso molto bene l’IPO di Facebook, ma grazie a Dio esistono forze del bene pronte a combattere le azioni di Satana. Per chiamarle non dovete pregare, non dovete implorare, non dovete sacrificare vostro figlio Isacco: basta andare sul mercato e comprarle.

Il Pax Fund, l’Amana Fund, il Praxis Fund o l’Ave Maria Investment Fund. Tu dimmi una religione e io ti trovo la quotazione. I primi due tuttavia hanno profili poco ortodossi, o per lo meno così appare dal loro sito internet. I principi religiosi alla base della selezione degli investimenti non sono messi particolarmente in evidenza, e l’importanza maggiore viene data ai prodotti offerti e alle loro performances.  Il Pax Fund venne fondato nel 1971 sotto lo sguardo vigile dei principi della United Methodist Church; l’Amana Fund segue i principi del “Halal investing”, ovvero le regole imposte dal Corano sugli investimenti finanziari (niente interessi, niente società che offrono alcol, pornografia, scommesse e niente banche). Ma che il Corano imponga esotiche strategie finanziarie lo sanno oramai anche i sassi del Sinai.
Molto più pubblicizzate sono le intenzioni degli anabattisti mennoniti con il loro Everence Praxis Fund. Everence si definisce “a financial services organization based on the idea that it is possible to incorporate your faith and values with your decisions about money. We do this to follow the biblical instruction to be good stewards” e servono non solo il loro gruppo religioso ma decine di altri ordini, dal Old Order Amish alla Fellowship of Grace Brethern Curch: insomma, altro che peanuts. Tra i loro prodotti spicca il Core Stock Fund, che evita i produttori di armi, che investe in chi rispetta la santità della vita umana, e che cerca aziende con una dannata “sound corporate governance”. Ma il migliore di tutti è senza dubbio l’Ave Maria Mutual Fund, "the America largest of Catholic Mutual Funds". E qui non si scherza più. Il loro prodotto “Catholic Values Fund” investe solo nelle società che rispettano gli insegnamenti della Chiesa Cattolica Romana. Nell’advisory board lavorano personaggi come Lou Holtz, “one of the most successful college football coaches of all time, a football analyst for ESPN and a highly sought inspirational and motivational speaker”, o come Bowie K. Kuhn, “Former Commissioner of Major League Baseball”, o infine come Fratello John Riccardo e Thomas Moneghan, fondatore della Domino’s Pizza.

Qui sotto il prospetto dei rendimenti dei fondi che avete appena letto. E’ evidente che l’orgia peccaminosa dell’indice laico può appagare soltanto nel breve termine, mentre i valori della fede vincono nei secoli dei secoli. Redimetevi, prima del giudizio finale di una società di rating ortodossa!


1yr
3yrs
5rys
10yrs
Amana Income Fund
-0,15
15,04
4,11
8,92
Pax Balanced Fund
-1,13
12,95
1,14
4,69
Everence Core Stock Fund
-0,53
14,98
-2,91
0,95
Ave Maria Catholic Values Fund
0,60
21,73
1,20
6,40





S&P 500 Index
4,76
19,44
1,00
4,70



Dan Marinos

































1,00
4,70


domenica 13 maggio 2012

Hunger Jobs

Una classica immagine da risorse umane. In realtà è una scena tagliata di Hunger Games.


Ieri sera sono andato a vedere Hunger Games. Bello. Personalmente ho sentito molte persone parlarne alla radio ma non ho ancora sentito nessuno che sia andato a vederlo; pare che il film della settimana sia invece The Avengers. Comunque lo ammetto, questo film mi ha fomentato: probabilmente ci ho visto molti più spunti, argomenti e riflessioni di quanto gli autori avessero intenzione di far intendere, ma tant'è.
La trama non è semplice, ma ha infiniti richiami a storie già lette e viste. In un futuro impreciso dodici regioni di una nazione che sa di U.S. sono costrette ogni anno a estrarre a sorte un ragazzo e una ragazza dai 12 ai 18 anni per un tributo. I nominati dovranno combattere in una foresta-arena (ricostruzione che ricorda The Truman Show, dove il sole e la natura sono gestiti da arbitri esterni) finché in vita ne rimarrà uno solo. La lotta ovviamente viene ripresa dalle telecamere, con il regista della trasmissione che è legato strettamente alle volontà del governatore-dittatore (altro che la RAI).

Sono molte le scene sgradevoli, angoscianti, folli, tutte però inquadrate in un contesto di accettata normalità, con i protagonisti che non riescono a smuovere né le loro coscienze né quelle della popolazione oppressa. Di fatto il tributo di sangue non è legato a nessuna religione nata in un contesto post-apocalittico, ma ad una scelta puramente "umana" da parte dei governatori di questi fanta-US per punire quelle regioni che si erano ribellate più di 70 anni prima. Mi dicono dalla regia che addirittura il film (tratto da un libro-trilogia) è stato visto in chiave libertaria, con seguito di polemiche per la scelta di far uscire un film del genere proprio sotto campagna elettorale Romney Vs. Paul. Ma ieri notte, uscito dalla sala cinematografica, non è stata un'analisi politica a sfrucugliarmi la mente, né una masturbazione sociologica, né una caccia alle citazioni. Ciò che mi è venuto in mente pensando ad un'arena dove giovani disperati si uccidono pur sapendo che falliranno praticamente tutti nel tentare di sopravvivere è “la giornata di presentazione delle aziende”.

TA-DA-DAAAAN!

In tutte le università d'economia, in autunno ed in primavera, si tiene un evento veramente speciale dove decine delle migliori aziende nazionali ed internazionali vengono riunite in banchetti all'interno di un grande salone. Qui gli studenti possono conoscere le opportunità di carriera presso queste società, parlare con i responsabili delle risorse umane o con ex-studenti che testimoniano la loro esperienza, e soprattutto sperare di suscitare in loro un minimo interesse ed essere selezionati per un colloquio. Tuttavia, come in Hunger Games, i vincitori sono una percentuale veramente infinitesimale del numero di partecipanti all'evento. Come nel film, i più grandi prendono il naturale sopravvento sui più piccini, ovvero non c'è alcuna possibilità per studenti del primo e secondo anno di triennale di far colpo. Molti di loro non lo capiscono e si avventano ai banchetti con tanto di improbabili CV in mano; non riusciranno a lasciarne giù neanche uno. Poi ci sono le leggende: giù a finanza si diceva di un ragazzo che era riuscito ad ottenere diversi colloqui con importanti banche e società di revisione, ma le leggende sono solo portatrici di false speranze. Non è mai esistito nessuno, ripeto, nessuno che abbia ottenuto uno stage al primo anno di università. Per le matricole il mio consiglio da sopravvissuto è lasciar perdere le armi e cercare di accalappiarsi in qualche modo i mezzi di sopravvivenza più noti come “gadgets”. Per esempio: le matite riciclate dai pezzi di compact disc di KPMG, gli ombrelli di Bloomberg, le magliette di BMW, le scatolette della Manzotin, le matite fenomenali della IGuzzini, le tazze delle investment banks. Su tutti: le immancabili caramelle alla menta di Mazars, nella loro pratica scatoletta di metallo.

Purtroppo il disinteresse continua anche negli anni a seguire. Le possibilità per uno stage al terzo anno di triennale ci sono, ma sono rare come uno scontrino fiscale. Per di più c'è gente che spreca energie preziose volando come falene verso lampade roventi: uno su tutti il desk di Abercrombie&Fitch, che per di più dà soltanto un misero e vuoto sacchettino di carta. Male, molto male. Meglio concentrarsi sulle grandi aziende che ogni anno assumono in stage così tanta gente che vanno bene pure quelli laureati in lettere. Occhio però: quando diventano troppo grosse cominciano a proporre i loro fottuti “graduate programs”, ovvero ulteriori lotte con candidati di altre università, il che è come inserire all'interno del sanguinoso combattimento di Hunger Games una sotto-sfida tipo Coppa Italia, tanto estenuante quanto demotivante.

Poi, dopo i piccoli e i mezzani, ci sono i grandicelli. Questi sono già iscritti alla laurea magistrale ma sono ancora al primo anno: il CV comincia a diventare interessante e sono abbastanza smaliziati per capire come muoversi. Tuttavia incontrano uno scoglio perfido ed inatteso, il “con fine assunzione”. Questo “con fine”, che scritto tutto attaccato fa venire in mente un burrone dove tutti prima o poi finiscono per cadere, è la clausola bastarda che caratterizza gli stage offerti dalle società presenti alla giornata d'incontri. Se tu sei ancora al primo anno di università non puoi ottenere uno stage perché il fine di questo è l'assunzione, e dunque al termine dell'esperienza tu devi essere già laureato! A quel punto, quando cinque responsabili delle risorse umane ti ripetono questo mantra, non ti rimane che dedicare la giornata a fregare creme per il viso della Unilever e biro della GE.

Ed ecco arrivati ai potenziali vincitori: i laureandi di specialistica. Questi hanno le carte in regola per portarsi a casa un colloquio: hanno quasi finito gli esami, il CV è ricco, si sono rotti le palle di studiare e vogliono – per questioni direi fisiologiche – entrare nel mondo del lavoro. Entrano gajardi nel salone, schifano i gadgets e con aria di chi la sa lunga bazzicano tra i banchetti lasciando che siano i responsabili delle risorse umane a cercarli. I fogli con scritta tutta la loro brillante vita vengono finalmente presi in considerazione, e giurerebbero di averli visti raccogliere in maniera educata a differenza di quanto avviene con i curricula delle matricole, accartocciati davanti ai loro occhi in lacrime e buttati in cartone con scritto “Carta da riciclare per le agendine di Goldman Sachs”. Ma qui, come in Hunger Games – SPOILER – scatta la trappola malefica, l'intervento esterno che cambia improvvisamente le regole del gioco, la mano invisibile del direttore di laurea! Egli, per sadici motivi tramutati in regole scritte ed accettate come naturali dal sottomesso giocatore dell'arena, decide che lo stage offerto non rientra nei parametri del corso di laurea, e per questo ne rifiuta il riconoscimento curriculare.

Dopo cinque anni di combattimenti, lo studente insanguinato che sperava di aver finalmente vinto viene colpito alle spalle dall'arbitro che è anche il manovratore dell'arena. Il più delle volte entra in un tunnel di follia, gettandosi nelle braccia del primo che capita, sia esso una società di revisione o il calzolaio di Via 30 Febbraio. Altri, più stoicamente, capiscono che era il loro destino e lo accettano, asciugandosi le lacrime con il biglietto da visita del tizio di Carrefour. Ma gli eletti, loro no. Loro prendono la loro roba e se ne vanno come se niente fosse, ma non prima di aver preso la loro annuale confezione di caramelle di Mazars. Che quest'anno, tra l'altro, facevano anche un po' schifo.


Dan Marinos

domenica 6 maggio 2012

La balena è un pesce. E con l'euro costa di più.




Nel capitolo XXXII di Moby Dick il protagonista del romanzo, Ismaele, ci regala una sua personale classificazione e descrizione degli animali che egli ritiene rientrino sotto il termine generico di “balena”. Già in altri capitoli del libro il marinaio narratore fa riflessioni critiche su argomenti non prettamente di sua competenza citando fonti, autori ed opere che stonano con l’immagine di base che il lettore ha di un semplice mozzo del diciannovesimo secolo; sarà la cultura di Melville a riflettersi sul suo personaggio? Può darsi, ma alcuni ritengono che Ismaele sia comunque abbastanza indipendente dall’autore. Ad ogni modo, che sia Ismaele o l’autore a parlare, il capitolo in questione ci regala una perla di alta comicità popolare, una metafora della distanza tra professionista e opinione pubblica che è valida tutt’ora. Ad un certo punto infatti il marinaio dice:

Nel suo Sistema della natura (1766) Linneo dichiara: “Io qui separo le balene dai pesci” […] Linneo espone come segue i motivi in base ai quali vorrebbe bandire le balene dalle acque: “Per il cuore caldo e biloculare, i polmoni, le palpebre mobili, gli orecchi cavi, il penem intratem feminam mammis lactantem” (per il pene che entra nella femmina, che allatta con le mammelle n.d.t.), e per finire “ex lege naturae jure meritoque” (per legge di natura giustamente e  a buon merito n.d.t)”.

Pare dunque una spiegazione seria, motivata e scientifica di cosa siano le balene. Ismaele invece la pensa così:

Ho sottoposto tutto questo ai miei amici Simeon Macey e Charley Coffin di Nantucket, miei compagni di mensa in un certo viaggio, ed entrambi si sono trovati d’accordo nel dire che le ragioni elencate erano del tutto insufficienti. Charley ha pure ipotizzato, da profano, che erano tutte sciocchezze. Sia noto che, astenendomi da qualsiasi discussione, io sostengo il buon vecchio assunto che la balena è un pesce, e chiedo al santo Giona di appoggiarmi. […] Per dirla in due parole, una balena è un pesce che sfiata e ha la coda orizzontale.

Ismaele, ascoltami. Linneo non è un pirla. Lo conosco, è uno che ha studiato,  uno che meriterebbe il nobel retroattivo, per intenderci. Ho capito che tu e Simeon Macey e Charley Coffin avete viaggiato e visto più balene di lui, però a lui è bastata vederne una o due per vederci giusto. Dovete arrendervi all’evidenza dei dati scientifici che voi stessi avete davanti agli occhi ma che decidete comunque di ignorare. Un po’ come con l’inflazione.

Chiedete a qualsiasi persona sufficientemente vecchia da aver vissuto attivamente il passaggio dalla lira all’euro, quale fu l’effetto sui prezzi di tale cambiamento. Molto probabilmente vi risponderà che i prezzi aumentarono tantissimo, tanto da riassumere il concetto in “1 € = 1.000 lire”. Eppure non può essere davvero andata così: l’inflazione misurata fu relativamente bassa e i tassi d’interesse erano ben diversi da  quelli degli anni ’70. Del resto l’obbiettivo principe della Banca Centrale Europea è un tasso d’inflazione prossimo al 2%. Chi ha ragione dunque? L’opinione pubblica o l’ISTAT? Una ricerca molto interessante di Del Giovane e Sabbatini, contenuta nel libretto “L’euro e l’inflazione”, spiega i motivi della divergenza tra il tasso d’inflazione misurato e quello percepito dall’opinione pubblica italiana. Le cause sono riassunte in:
1)      Andamento prezzi
a.       Frequenza acquisti. I prezzi dei beni e servizi acquistati più frequentemente (ma per importi relativamente bassi) hanno subito un significativo rialzo tra il 2000 e il 2003, a fronte di un tasso di inflazione sostanzialmente stabile o decrescente per quei beni che vengono comprati con bassa frequenza ma che pesano maggiormente nel paniere dell’ISTAT.
b.      Distribuzione della variazione di prezzo. Un numero sempre più elevato di beni ha subito variazioni di prezzo estreme e tuttavia di segno opposto, finendo per compensarsi in un livello medio stabile. Se le famiglie assegnano un peso maggiore agli incrementi e percepiscono in maniera minore le riduzioni, succede che a parità di inflazione media quella percepita aumenta.
c.       Paniere medio e panieri individuali. Il paniere costruito dall’ISTAT è più o meno significativamente diverso da quello specifico di ogni famiglia. Un caso in cui la divaricazione tra i due panieri può essere molto forte riguarda beni o servizi che sono molto rilevanti per gli individui che li acquistano, ma gli individui stessi sono una percentuale comunque bassa all’interno degli “standard” dell’ISTAT e incidono in misura modesta sull’inflazione media (per es. i canoni di locazione con il 20% delle famiglie vive in affitto, un peso nel paniere pari a 3,1%, e un aumento dei prezzi medio del 14% tra 2002 e 2000).
2)      Condizione economica individuale. I consumatori confondono le cause di un impoverimento del potere d’acquisto. Le differenze negli andamenti dei redditi familiari negli anni recenti si sono riflesse sull’incidenza della povertà relativa per le varie categorie di lavoratori.
3)      Un’ assidua attenzione al fenomeno da parte dei media. Su questo punto sono stati analizzati gli articoli pubblicati dal Sole24Ore e dal La Stampa. Gli articoli si sono caratterizzati per un certo sensazionalismo e soprattutto “nell’enfasi assegnata alle critiche delle metodologie seguite dall’ISTAT e alle stime dell’inflazione di altra fonte”. Tuttavia il rapporto causa-effetto tra l’attenzione posta dai media e la percezione sull’inflazione può essere bidirezionale, con i due elementi che si alimentano vicendevolmente.
4)      Arrotondamenti e memoria dei prezzi in lire. “In Italia i prezzi in euro sarebbero stati valutati convertendoli mentalmente in lire a un cambio di 2.000 lire per euro, comportando un arrotondamento del 3.2% che, aggiunto all’inflazione misurata, implicherebbe per il 2002 un’inflazione percepita più che doppia rispetto a quella misurata”.

Di fronte a questi punti, arricchiti di dati e tabelle, credete forse di poter convincere i vostri intervistati che i prezzi, in media, non sono aumentati così tanto? Scordatevelo. L’opinione pubblica è uno zoccolo duro che i professionisti a fatica scalfiscono. E questo vale non solo per l’economia, ma anche per le scienze naturali e a volte perfino nell’arte e nella letteratura. La percezione sensoriale domina (del resto Draghi “non è mai andato a fare la spesa e non sa quanto costa un litro di latte”), tanto più se alimentata da megafoni mediatici, politici o antipolitici che siano: la parola non passa più all’esperto, rimane ai conduttori. Al massimo, gli unici commentatori tecnici accettati sono quelli che fomentano il pubblico, per esempio accusando i fantomatici speculatori del crollo di un listino azionario; come se Pizzul, di fronte ad un goal palesemente in fuorigioco e per questo motivo annullato dicesse che i difensori si sono comportati antisportivamente – anzi, illegalmente – tenendo la linea alta contro la volontà del tifoso del “giuoco calcio bene comune”.

Concludiamo belli ottimisti però. Nonostante tutto oggi sappiamo che la balena è un fottuto mammifero, che la Terra è rotonda e che il Sole sta al centro. Forse verrà il giorno in cui sapremo la verità anche in campo economico; probabilmente avverrà tra secoli, ma non importa. Per ora non possiamo far altro che borbottare in mezzo ad un’ opinione pubblica antipolitica che continua a credere che la balena è un pesce e contro una politica che, proprio perché sa che è un mammifero, tenta ogni giorno di farla camminare a terra.

 Dan Marinos

domenica 22 aprile 2012

Liberal-hipsters




Ora che raggiungendo la notorietà anche gli hipsters sono diventati mainstream, ci domandiamo quale genere, quale moda, quale passione sia ancora nascosta nell'underground e colpisca solo pochi ed elitari gruppi di giovani tra i venti e i trent'anni. E' presto detto: il liberismo.

E' certamente una filosofia di vita che colpisce i ragazzi e le ragazze a qualche anno dal loro ingresso in un corso di economia all'università; ripensando agli anni delle scuole superiori, a nessuno di noi verrebbe in mente un compagno di classe che inneggiava alla privatizzazione delle attività economiche statali. Qualche distinzione c'era: i comunisti con la Vespa, gli anticomunisti con la Fred Perry, i giovani padani che abitavano in cascina...Tuttavia tutti eravamo contro la riforma dell'articolo 18 del governo Berlusconi II, contro le multinazionali, contro le scuole private (a meno di non esserne già studenti) e tutti amavamo quel momento in cui i professori ci dettavano sul diario la triplice sigla "CGIL CISL e UIL".  

Poi succede che vai in un ateneo dove insegnano economia, incontri studenti più anziani, brutte frequentazioni, ti allungano un libro sbagliato o qualche paper galeotto e ti ritrovi ad urlare contro il terrorismo fiscale perpetrato dallo Stato. Ciò nonostante, questo cellule rivoltose rimangono da sempre nell'ombra, afflitte dal peso oramai storico - a parer degli stessi liberisti - di un popolo che non capisce un cazzo di niente di economia, e basta guardare la storia del Partito Liberale Italiano per farsene un'idea. A tirarlo in piedi furono personcine mica da ridere, tra le quali Benedetto Croce e Luigi "non esiste nessun De Nicola" Einaudi. Partito che appoggiò la prima DC, che fece opposizione ai tempi dei governi di centrosinistra, che propose la legge sul divorzio, che cullò un giovane Marco Pannella il quale poi si staccò per formare i Radicali rimanendo tuttavia spesse volte alleato col PLI. Insomma, un po' di caciara questo partito la fece ma, amici miei, con un record massimo del 7% alle elezioni del '63 non è che poteste pensare di fare granchè, abbiate pazienza. E così con lo scandalo tangentopoli e la discesa in campo del più grande uomo liberale di faccia e socialista di culo (il culo del popolo, s'intende) il PLI si sciolse definitivamente. 

Che cosa portò questo scioglimento? Facile: portò ai liberal-hipsters. Questi giovani che si ritrovano segretamente in aule poco bazzicate per poi migrare al calar del sole verso cene private dove i ragazzi deridono il discorso di Bob Kennedy contro il PIL a suon di rutti, e le ragazze scelgono il colore delle tende e dei divani in base all'ultimo completo di Oscar Giannino. Pensateci bene: gli hipsters, prima di passare agli occhiali spessi e quadrati alla Woody Allen, indossavano quegli stessi occhiali vintage tipo-Carrera che indossava Milton Friedman. E dunque come non omaggiare questi invisibili, questi esseri che organizzano - non sto scherzando - festicciole dove i prezzi dei drinks sono indicizzati alla borsa di New York, se non con una canzone che dedico loro. Tranquilli, cari amici degli speculatori e delle banche assassine, non si tratta de Il liberismo ha i giorni contati dei Baustelle, quelli oramai sono ultra-mainstream. Questa che vi dedico è Hipsteria de I Cani.

Qui il video, sotto il testo da cantare durante i vostri raid su Facebook e su NoiseFromAmerika. 



Le riforme che guardavi dall'alto ed osteggiavi,
 a fine aprile, velleità, davi del "commie" a Monti.
A casa poi scrivevi i tuoi commenti,
 sacrificavi le tue diottrie curvo sul profilo di Boldrin.


Il PIL. Il PLI. "Andrò a Chicago a studiare
 da Arnold Harberger, io ti assicuro che lo faccio,
o se non altro vado al parco e leggo la bio di J.P. Morgan."


Spietato e inesorabile è il saputo liberista, 
persino o soprattutto in un ateneo del centro.
Tu fumavi ed ostentavi una malinconiaa 
per Margaret Thatcher, che camminava sul carbone.
Le tasse. L'esprorio. Immagini che a te mettono ansia.
 Le finte ansie. "Giuro, non c'è posto nel mio cuore
 per un post in più su Facebook con quel Giannino alle nove del mattino."


"Mario Monti, tu mi odi e io lo so di non farci bella figura. 
Sono il primo a riconoscere che se 
solamente fossi stato più intransigente con lo spreco statalista,
 non avrei fatto finta di niente."


La Billa. Tagliar la spesa. "Andrò da Pinochet a lavorare o a studiare.
 Dirò ai miei genitori che è il mercato che mi vuole. Vedrai, vedrai, vedrai." 

Dan Marinos

domenica 15 aprile 2012

Appello cremasco agli investitori esteri.


Egregi Presidenti di Giappone, Cina, Corea del Sud, Israele e di altri Stati che recentemente hanno ospitato il Primo Ministro italiano Mario Monti,

Durante le visite presso i vostri onorevoli Paesi, il nostro Presidente del Consiglio si è speso in grandi parole per convincervi a investire nel nostro territorio. Nella remota ipotesi che egli Vi abbia convinto, non vorrei che Vi trovaste in imbarazzo nel dover scegliere in quale città depositare il seme della rinascita per noi italiani, del successo economico per Voi forestieri e della rinnovata amicizia tra di Noi abitanti di questo bel mondo. Per questo motivo ho deciso di levarvi ogni dubbio ed indicarvi il punto d’atterraggio per il vostro capitale: la città di Crema. Con la seguente lettera non solo Voi, ma anche molti italiani che ad oggi non conoscono questa ridente località e potranno farsi una cultura territoriale un po’ particolare, tralasciando le solite mete turistiche tipo Roma, Firenze e Udine.

Perché Crema? Partiamo con la geografia. Se prendete una cartina dell’Italia settentrionale, individuerete facilmente le principali città della Lombardia, regione ai vertici della produzione industriale e vero laboratorio della modernità: Milano, Bergamo, Brescia, Cremona e Pavia. Ebbene, Crema si trova esattamente nel centro dell’area delimitata da questi capoluoghi di provincia: i più pratici di voi, tipo i giapponesi, avranno già intuito il punto di forza logistico della città che vi sto presentando, a meno di un’ora da tutte i principali centri produttivi e commerciali del settentrione. I più esoterici invece noteranno che, pennarello alla mano, si può tracciare un pentacolo avente come vertici le cinque provincie di cui sopra e con Crema al centro (per gli ebrei invece basta aggiungere Piacenza e si ottiene la stella di David; il nostro territorio è flessibile alle esigenze della cultura straniera). 

Bon, ora che vi ho incuriositi con questo antipasto gusto Voyager passiamo al piatto tanto forte quanto delicato: l’economia della città (con contorno di politica locale). A differenza dei mirabolanti vantaggi apportati dalla nuova versione dell’articolo 18 a Voi illustrata dal Monti, a noi cremaschi non interessa la flessibilità del lavoro: a noi interessa la flessibilità dell’impresa. Gli esercizi commerciali devono poter entrare ed uscire dal mercato in un batter d’occhio, tanto che sono nati i negozi “count-down”: un bel giorno aprono, si fa l’inaugurazione e - puf! - dopo pochi minuti hanno già chiuso baracca! “Hai presente quello che vendeva l’attrezzatura per modellismo navale? Ha chiuso, ho visto ieri che ha aperto una macelleria russa.” Poi il giorno dopo vai per comprarci del buon salame cosacco e ci trovi un salone per la terapia del sale. Sapete meglio di me, cari futuri investitori, che in questi giorni di credit crunch gli orizzonti di investimento si fanno brevi, per cui quale scelta migliore di un negozio "count-down"? 

Sarebbe folle tuttavia pensare di uscire dalla crisi economica senza progetti a lungo termine. “Per uscire dalla recessione bisogna puntare sulla crescita” ha detto saggiamente il mio amico Pierlapalissiando Casini. Per questo motivo, quando verrete a Crema noterete un sacco di cantieri, di palazzi in costruzione e di strade in fase di rifacimento. Mi chiedete se le case poi le vendiamo? Ma che domande, certo che no: ancora ci sono appartamenti sfitti nel quartiere “mezzo berlinese mezzo Côte d'Azur” di Porta Nova e già abbiamo quasi terminato un enorme, bianco e melvilliano palazzo in stile finto-vittoriano proprio di fronte all’ospedale. Ma che importa se non vengono venduti? Di più, che importa se non sono stati nemmeno completati? Il loro scopo è sociale con la “s” maiuscola, va oltre il piano regolatore: è puro Welfare. Da anni si è parlato in Consiglio Comunale di un progetto denominato “cittadella dell’anziano”, ma perché sprecare tempo in progetti quando si può intrattenere il pensionato con i cantieri? Tanto da raggiungere la più bell’opera incompiuta mai vista dai tempi di Anime Morte di Baricco: il sottopasso a Santa Maria per attraversare i binari della ferrovia. Lì, di fronte al nulla, l’anziano viene coinvolto in maniera direi metafisica. 

E la politica? Verrete supportati nelle vostre scelte? Tra meno di un mese ci saranno le elezioni, e avremo un nuovo sindaco. Il liberismo è insito in tutti i settori cremaschi, per cui anche in politica la concorrenza si fa accesissima: 7 candidati sindaco, di cui 3 provenienti da partiti e 4 da liste civiche. Tanto per non far mancare la magia e l’unicità di questa polis, sappiate che le primarie del centrosinistra le ha vinte una tizia del PD, per cui è chiaro che a Crema anche l’impossibile è possibile. L’ultima volta che ci sono state le amministrative la situazione non era così: i candidati erano solo 3. Quello che ha perso non s’è più visto, quello che ha vinto fa il farmacista e il terzo è stato mandato agli arresti domiciliari per aver dato un calcio nel culo al vincitore. E’ evidente che ci siamo evoluti e ci siamo fatti carico delle nostre responsabilità. La crisi economica è stata presa sul serio da ogni cittadino, e sulle ali della sobrietà richiesta da Monti le costose siringhe di eroina sono scomparse dal parco del Campo di Marte lasciando spazio alle bottiglie di birra della Lekkerland. Beh, magari in questo caso “sobrietà” non è la parola giusta, ma certamente siamo tutti più attenti agli sprechi e percorriamo nel quotidiano quella strada verso l’efficienza che le aziende italiane vanno tanto cercando e che solo un vostro intervento potrà illuminare.

Egregi Presidenti di Giappone, Cina, Sud Corea, Israele e tutti gli altri, è dunque evidente l'attrattività che questa città può avere sul vostro grano. Qui tutti attendiamo il vostro arrivo, dal commissario al sagrestano (tranne Don Mauro, quello di CL, che è sparito e nessuno sa che fine ha fatto).

A nome di tutta la comunità Vi ringrazio anticipatamente e Vi porgo i più cordiali saluti: bella lì.


Dan Marinos


Ps: se venite in treno, vi veniamo a prendere noi a Treviglio. Se no ci vediamo alle Agello.