domenica 18 marzo 2012

Marò & Marinos


Il capo della polizia di Jaipur sta dalla parte dei pescatori del Kerala.
E appiccica il ricavato sulla giacca di Terzi di Sant'Agata.


Il 15 Febbraio due marò in servizio su una petroliera sono stati arrestati dalle autorità indiane per l’omicidio di due pescatori ed imprigionati in un carcere dello stato del Kerala. In una situazione particolarmente tesa tra Italia e India, con la prima che assedia – per ora senza o con pochi risultati – la seconda attraverso ministeri, delegazioni ed ambasciate, credo sia venuto il momento per me di scendere in campo ed aiutare le forze diplomatiche italiane a fare giustizia e a portare a casa i nostri compaesani. Per la Giustizia, per l’Italia.

Partiamo subito con la prima cosa che il Ministro Giulio Terzi di Sant’Agata dovrebbe procurarsi per vincere nella contesa giurisdizionale: almeno venti o trenta fototessere dei due marò. Ho seri motivi per credere che il punto di forza a disposizione dell’India sia la sua folle burocrazia. Si tratta di un Paese dove per ottenere una sim card per il cellulare bisogna portare fotografie, attestati di residenza, formulari compilati e copie del passaporto e dove se per caso ti dimentichi una firma il tuo numero viene disattivato nel giro di una settimana. Certo, se i due militari fossero stati inglesi o scandinavi, beh non gli avrei nemmeno consigliato di entrare in  un ufficio postale; quando dovetti spedire le cartoline ai parenti gridai il nome di Dio invano non poche volte nel constatare che i francobolli che leccavo continuavano a staccarsi: me ne andai così all’ufficio postale dove mi indicarono un vasetto di colla con un bastoncino di legno che avrebbe dovuto aiutarmi a spargerla e che invece si dimostrò essere un fottuto manufatto per la tortura. Tuttavia in Italia per quanto riguarda la burocrazia possiamo dire la nostra (prova ne è l’articolo sul Corriere di oggi di Gian Antonio Stella: Diciotto moduli per un euro di pensione – l’assurda avventura della signora Milena: quota 1001 al mese, niente contanti), per cui l’unico tema della questione burocratica è sperare che i due militari abbiano il visto indiano sul passaporto, altrimenti sono cazzi al gusto masala.

Il secondo punto è ricostruire i fatti con serietà ed oggettività; se e perché i due marò hanno sparato. L’ipotesi più probabile è che il peschereccio si sia avvicinato un po’ troppo alla nave e che alla domanda: “Siete pescatori?” gli indiani abbiano annuito con quel modo di annuire indiano (si veda qui e qui) che agli occhi di un occidentale si traduce come: “non so / non mi interessa / non mi rompere le palle”. E così un semplice difetto di comunicazione protratto a lungo (immaginate la scena dei militari che urlano “Allontanatevi!”, “Allontanatevi o spariamo!”, “Avete capito? Spariamo!” sempre seguiti dei cenni affermativi che sembrano voler dire: “Non so.”) potrebbe aver portato all’esasperazione e al dramma; i pescatori scambiati per pirati.

Una terza domanda riguarda l’insensato motivo per cui la nave italiana si sia diretta verso un porto del Kerala, anziché rimanere in acque internazionali. Terzi di Sant’Agata ha parlato di sotterfugio; io utilizzerei invece il termine truffa. E’ infatti evidente che al marconista dell’imbarcazione sia giunta una comunicazione da parte della marina indiana che invitava tutto l’equipaggio a “recarsi in città dove c’era un emporio di pashmine fatte a mano puro cashmere forte sconto per gli italiani mio cugino a Milano senti il tessuto è morbido Etro (conosci Etro?) lo compra qua anche Armani e Hermès.” E che fai, non ci vai a dare un’occhiata? Solo un giro, che tanto non abbiamo niente da fare, sicuro non compro nulla, voglio solo vedere, figurati se compro. Magari voi pensate che li abbiano attirati in questo modo per poi arrestarli subito, appena attraccati al porto, ma non è cos; scommetto invece che i marinai sono davvero andati all’emporio, hanno pagato (compreso il 50% di commissione all’addetto radio che li ha attirati nel negozio) e solo dopo varcato la soglia sono stati ammanettati dalla polizia.

Insomma, Terzi di Sant’Agata ha i suoi bei problemi, gli indiani non sono da prendere affatto sottogamba. Io me lo vedo, questo ministro dal nobile cognome, già ambasciatore o delegato in città come New York, Washington, Vancouver, Parigi, dover colloquiare con giudici e capi della polizia che tirano su col naso: sshkhrt……sshkhkhkrrrrttttt… SSSHHHKHKHKHKHKHRRTT…. SSSHHHKHKHKHKHKHRRTT-SGLUUM! E che cazzo, perde la pazienza pure un santo! Non voglio nemmeno pensare alle trattative con le forze politiche locali, prese in questo periodo dalle elezioni imminenti; politici senza scrupoli, con la loro facciona contornata dalla scritta: “PER UN UTTAR PRADESH MIGLIORE” tappezzata sui cartelli stradali, che uno vuole capire da che parte per Agra e niente, è costretto a perdersi. L’unica persona in grado di porre tregua a questo problema è anche la principale esponente politica indiana contemporanea: Sonia Gandhi, conosciuta all’anagrafe di Lusiana, Veneto, come Antonia Edvige Albina Maino (a proposito: Maino, Marinos, Marò…una strana assonanza. Coincidenza? Io non credo). Purtroppo la misteriosa presidente del primo partito indiano e discendente acquisita di quella famiglia che dai tempi dell’indipendenza guida il paese, ha deciso di non aver nulla a che fare con gli italiani. Ma non solo in questo caso; da sempre, probabilmente dai tempi di uno scandalo di tangenti a favore dell’esercito indiano che coinvolsero un tale, italiano, che si dichiarò amico della Gandhi. E stiamo parlando degli anni ‘80, per cui big-Sonia deve essere proprio incazzata se da allora non ne ha voluto sapere del Bel Paese.

La cosa evidente, comunque, è la conferma del crollo della nostra immagine internazionale; colpa di Silvio “The clown” Berlusconi  o addirittura di Alcide “Cry me a river” De Gasperi, non lo so. Intanto un soldato americano ha fatto strage di civili in Afghanistan e un secondo dopo si è trovato teletrasportato in una base americana in Qatar (battuto tra l’altro il record detenuto prima dal pilota che tagliava i fili delle funivie come fili di ragnatela, e poi dai marines che scambiarono il mezzo di Calipari e della Sgrena per un autobomba– manco fossero stati due pescatori travestiti da pirati); un ostaggio italiano è morto durante un blitz inglese in Nigeria, con le autorità italiane che han detto di non sapere né dell’operazione, né dell’esistenza di un ostaggio italiano; altri due compatrioti, leggo or-ora, sono stati rapiti (pensa te) in India. C’è da aspettarsi uno scambio, a questo punto: i due marò nelle mani dei maoisti e i due missionari nelle mani della polizia.

A questo punto, e concludo, non rimane da dire una cosa antipatriottica-sarcastica-tagliente che neanche I Cani: “Quando esco dal confine / mi spaccio da austriaco / che loro di problemi / col mondo non ne hanno / sennonché una squadra di calcio di merda.”

Dan Marinos 

2 commenti:

  1. Da stimatore de I Cani mi viene un dubbio: è loro quella frase? Se si da quale canzone?
    Comunque sempre gran pezzi!

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  2. No, me la sono inventata nella speranza che qualche gonzo estimatore de I Cani ci cascasse!

    'Mo ti saluto che vado a lavorare da American Apparel. Ti giuro che lo faccio

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