domenica 25 marzo 2012

Il primo motore immobile





Il mondo del giornalismo economico è strano, quasi misterioso. In particolare, mi ha sempre lasciato perplesso un fatto che riguarda i titoli degli articoli sull’andamento dei mercati finanziari, siano essi pubblicati sul Sole o postati sul Televideo. Il punto è questo: come diavolo fanno i giornalisti a sapere sempre quale causa ha generato il ribasso o il rialzo di un listino azionario. Io mi credevo che indici come il Dow Jones o il FTSE MIB fossero solo la somma delle transazioni di tutti o alcuni titoli liberi di fluttuare in su e in giù soprattutto per via di caratteristiche proprie delle società emittenti. Certo, poi può capitare l’evento che influisce su gran parte del listino: una catastrofe, una riforma governativa o comunitaria, un’operazione della BCE, il nuovo disco di Ramazzotti. Tuttavia non sono fatti così frequenti, e va bene che si può investire sull’indice intero, e ipotizziamo che i bancari si muovano assieme, e ok che conta anche la chiusura degli asiatici e l’apertura di Wall Street, però che cazzo! Non c’è sempre bisogno di trovare una grande causa quando il movimento è determinato da tante piccole forze. A meno che esista davvero la Grande Causa, il Primo Immobile, l’Uno, l’Archè, la Forza Creatrice...


Il Signor Egidio Ballotta si alzò che ancora non era l’alba, ma mancava poco. Canottiera e braghini, s’infilò le pantofole e si diresse al bagno. Aperta la porta, con uno zompo raggiunse il gabinetto; non fece nemmeno in tempo a godere del contatto tra natiche sudate e asse fredda che subito echeggiò la scarica: SPRAAAAAANNNFF, seguita da una decina di PLOT!-PLOT!-PLOT!
Il Signor Egidio, ottantatré anni, pensionato, non sopportava più le cene del mercoledì con la figlia Anna, la quale invece amava condividere settimanalmente con i genitori le delizie della cucina etnica/alternativa. Questa volta era toccato a quella cinese, fornita da un ristorante take-away sul lodigiano. Quando le scariche di diarrea finirono, il Signor Egidio si alzò e imprecò a bassa voce. Tornò a letto, ma un po’ il nervoso, un po’ il timore di dover di nuovo recarsi al bagno gli fecero passare il sonno. Andò in cucina e accese la televisione mentre aspettava che il caffè salisse.



Erano quasi le sei e mezza ed era estate, valeva la pena alzarsi definitivamente; ne avrebbe approfittato per fare un giro all’orto prima del solito. Camicia, bretelle, cappello e zainetto per mettere qualche verdura. 
In cortile prese la sua vecchia bicicletta e cominciò a pedalare; possedeva quel mezzo da quando era un ragazzetto. Sulla canna si era espanso ed arrugginito il graffio lasciato mezzo secolo prima dal calcio del fucile della Carla, la partigiana che si era ferita ad un braccio e che lui aveva soccorso. Tutti si innamoravano della Carla, uomini adulti e ragazzetti, Egidio compreso: era bella come una dea e stupida come una bestia, e questo faceva impazzire gli uomini. Quel giorno del lontano 1945 era stata colpita durante il tentativo di tendere una trappola al nemico, organizzata in un ristorante dove lei si era spacciata per cameriera; fatale fu chiedere al gerarca nazista se voleva un po’ di “partigiano” sui maccheroni.
A questo e ad altri momenti della sua gioventù pensava il Signor Egidio, mentre raccoglieva le cipolle e gli spinaci; nonostante l’età, non sentiva affatto la fatica mentre lavorava al suo adorato orto, neanche un leggero indolenzimento alle articolazioni o ai muscoli. Stava proprio costatando questo fatto alquanto straordinario quando, tirando fuori il fazzoletto per asciugarsi la fronte, vide cadere dalla tasca una moneta da un euro. Lucido, il metallo brillava sulla terra bruna. Il Signor Egidio si chinò per raccoglierla ma non appena l’afferrò sentì come una scarica elettrica partirgli dai fianchi, percorrere la spina dorsale e raggiungere il collo. Fu questione di pochi secondi, poi la fitta sparì lasciandolo esterrefatto: sapeva di essere vecchio (lo sapeva da quando una giovane ed insolente dottoressa, per la solita visita di controllo al cuore, gli chiese se faceva uso di viagra), ma questa era la prima volta che i muscoli si ribellavano. La cosa lo irritò parecchio: avvolse le verdure raccolte nella prima pagina di un giornale e se ne andò via borbottando.


Dopo pranzo il Signor Egidio era solito fare una pennica, specialmente d’estate quando il sole picchia giù bello duro e al telegiornale dicono di portare gli anziani al supermercato. Siccome che a lui il supermercato faceva schifo preferiva rimanere a casa col suo bel ventilatore vinto alla Festa dell’Unità nel 1964. Tecnologia tedesca, fatta per durare, mica i cinesi. Poi alle quattro usciva per andare alla bocciofila, dove c’era la tele per guardare il Tour, le carte da briscola sapevano di spuma e davano pure le patatine gratis. Quel giorno, memore del dolore alla schiena, decise di evitare di giocare a bocce e si unì ad una partita a briscolone. Al tavolo c’erano il Gio, indiscusso leader di tutti, il Dottor Pecori, veterinario specializzato in bovini, l’ex carabiniere Paolo Maria Torrazzo e l’ex impiegato di banca Ragionier Donadei. Già dopo un paio di mani il clima si era fatto caldo. Per chi di voi lettori non lo sapesse, il briscolone è la principale causa di litigio all’interno un gruppo di persone che giocano. Più della briscola o della scopa, forse anche più di Risiko; come quest’ultimo, anche una partita a briscolone dura tantissimo, solo che il tempo è distribuito per il 10% nel gioco vero e proprio mentre il restante 90% consiste nel rinfacciarsi rancorosi le mosse sbagliate durante la mano. Beh, insomma, anche quel giorno giù alla bocciofila non ce le si mandava a dire. Ma la goccia che fece traboccare il vaso fu quando il Signor Egidio diede un’occhiata al punteggio. Dovete sapere che i giocatori possono avere sia un punteggio positivo che negativo, l’importante è che la somma di tutti i punti faccia zero. Ebbene, il Signor Egidio si accorse che il punteggio era sballato; rifece i calcoli e saltò fuori che il Ragionier Donadei, da sempre a capo della stesura dei punteggi nelle partite di briscolone, aveva erroneamente imputato due (non uno, ma due!) punti a suo favore: “Ma Gianni, ma ostialamadonna, ma cùsa ta get cumbinàt?” urlò. Gianni Donadei, da sempre rispettato contabile, aveva barato! Furono momenti concitati, le imprecazioni volavano da un lato all’altro del tavolo come i piccioni di San Marco per poi estendersi a tutto il resto del locale. Il Donadei dovette andarsene: prese la giacchetta, il suo Sole24Ore, e non si fece rivedere fino alla domenica successiva.



Tornato a casa il Signor Egidio cenò con la moglie, la Signora Giuseppa Cavallini. Pasteggiarono con il solito buon brodino accompagnato da un bicchiere di rosso. Parlottarono del più e del meno, mentre alla televisione, tenuta a basso volume, la giornalista di RaiNews24 parlava dell'andamento delle borse. La Signora Giuseppa raccontò la sua giornata routinaria, prima al mercato, poi a pulire le verdure che il marito aveva raccolto, poi a dire il rosario con le amiche della chiesa. L'unico momento inatteso era stata la visita della figlia Anna, che la sera prima aveva dimenticato il cellulare in salotto. Ne aveva approfittato per chiedere alla madre se le era piaciuta la gastronomia cinese e per annunciare una cena, la settimana successiva, del tutto diversa e più giovane, più moderna. Il Signor Egidio, preoccupato, chiese di che si trattasse: "Vuole farci provare la nuova linea di panini del Mecdonals, quelli fatti dal Gualtiero Marchesi". Al Signor Egidio passò la fame; l'anchorwoman sembrava ridere di lui.
Finisce qua la storia del Signor Egidio Ballotta, primo motore immobile dei mercati finanziari. Chissà cosa direbbe se sapesse che una partita a briscolone in Italia genera un uragano a Wall Street. Probabilmente boffonchierebbe qualcosa come suo solito, per poi andarsene via con la sua bicicletta. Noi invece vi auguriamo una buona domenica, e quando domani le borse apriranno in positivo ringrazieremo il Signor Egidio per essersi alzato di buon umore.



Dan Marinos


















 

domenica 18 marzo 2012

Marò & Marinos


Il capo della polizia di Jaipur sta dalla parte dei pescatori del Kerala.
E appiccica il ricavato sulla giacca di Terzi di Sant'Agata.


Il 15 Febbraio due marò in servizio su una petroliera sono stati arrestati dalle autorità indiane per l’omicidio di due pescatori ed imprigionati in un carcere dello stato del Kerala. In una situazione particolarmente tesa tra Italia e India, con la prima che assedia – per ora senza o con pochi risultati – la seconda attraverso ministeri, delegazioni ed ambasciate, credo sia venuto il momento per me di scendere in campo ed aiutare le forze diplomatiche italiane a fare giustizia e a portare a casa i nostri compaesani. Per la Giustizia, per l’Italia.

Partiamo subito con la prima cosa che il Ministro Giulio Terzi di Sant’Agata dovrebbe procurarsi per vincere nella contesa giurisdizionale: almeno venti o trenta fototessere dei due marò. Ho seri motivi per credere che il punto di forza a disposizione dell’India sia la sua folle burocrazia. Si tratta di un Paese dove per ottenere una sim card per il cellulare bisogna portare fotografie, attestati di residenza, formulari compilati e copie del passaporto e dove se per caso ti dimentichi una firma il tuo numero viene disattivato nel giro di una settimana. Certo, se i due militari fossero stati inglesi o scandinavi, beh non gli avrei nemmeno consigliato di entrare in  un ufficio postale; quando dovetti spedire le cartoline ai parenti gridai il nome di Dio invano non poche volte nel constatare che i francobolli che leccavo continuavano a staccarsi: me ne andai così all’ufficio postale dove mi indicarono un vasetto di colla con un bastoncino di legno che avrebbe dovuto aiutarmi a spargerla e che invece si dimostrò essere un fottuto manufatto per la tortura. Tuttavia in Italia per quanto riguarda la burocrazia possiamo dire la nostra (prova ne è l’articolo sul Corriere di oggi di Gian Antonio Stella: Diciotto moduli per un euro di pensione – l’assurda avventura della signora Milena: quota 1001 al mese, niente contanti), per cui l’unico tema della questione burocratica è sperare che i due militari abbiano il visto indiano sul passaporto, altrimenti sono cazzi al gusto masala.

Il secondo punto è ricostruire i fatti con serietà ed oggettività; se e perché i due marò hanno sparato. L’ipotesi più probabile è che il peschereccio si sia avvicinato un po’ troppo alla nave e che alla domanda: “Siete pescatori?” gli indiani abbiano annuito con quel modo di annuire indiano (si veda qui e qui) che agli occhi di un occidentale si traduce come: “non so / non mi interessa / non mi rompere le palle”. E così un semplice difetto di comunicazione protratto a lungo (immaginate la scena dei militari che urlano “Allontanatevi!”, “Allontanatevi o spariamo!”, “Avete capito? Spariamo!” sempre seguiti dei cenni affermativi che sembrano voler dire: “Non so.”) potrebbe aver portato all’esasperazione e al dramma; i pescatori scambiati per pirati.

Una terza domanda riguarda l’insensato motivo per cui la nave italiana si sia diretta verso un porto del Kerala, anziché rimanere in acque internazionali. Terzi di Sant’Agata ha parlato di sotterfugio; io utilizzerei invece il termine truffa. E’ infatti evidente che al marconista dell’imbarcazione sia giunta una comunicazione da parte della marina indiana che invitava tutto l’equipaggio a “recarsi in città dove c’era un emporio di pashmine fatte a mano puro cashmere forte sconto per gli italiani mio cugino a Milano senti il tessuto è morbido Etro (conosci Etro?) lo compra qua anche Armani e Hermès.” E che fai, non ci vai a dare un’occhiata? Solo un giro, che tanto non abbiamo niente da fare, sicuro non compro nulla, voglio solo vedere, figurati se compro. Magari voi pensate che li abbiano attirati in questo modo per poi arrestarli subito, appena attraccati al porto, ma non è cos; scommetto invece che i marinai sono davvero andati all’emporio, hanno pagato (compreso il 50% di commissione all’addetto radio che li ha attirati nel negozio) e solo dopo varcato la soglia sono stati ammanettati dalla polizia.

Insomma, Terzi di Sant’Agata ha i suoi bei problemi, gli indiani non sono da prendere affatto sottogamba. Io me lo vedo, questo ministro dal nobile cognome, già ambasciatore o delegato in città come New York, Washington, Vancouver, Parigi, dover colloquiare con giudici e capi della polizia che tirano su col naso: sshkhrt……sshkhkhkrrrrttttt… SSSHHHKHKHKHKHKHRRTT…. SSSHHHKHKHKHKHKHRRTT-SGLUUM! E che cazzo, perde la pazienza pure un santo! Non voglio nemmeno pensare alle trattative con le forze politiche locali, prese in questo periodo dalle elezioni imminenti; politici senza scrupoli, con la loro facciona contornata dalla scritta: “PER UN UTTAR PRADESH MIGLIORE” tappezzata sui cartelli stradali, che uno vuole capire da che parte per Agra e niente, è costretto a perdersi. L’unica persona in grado di porre tregua a questo problema è anche la principale esponente politica indiana contemporanea: Sonia Gandhi, conosciuta all’anagrafe di Lusiana, Veneto, come Antonia Edvige Albina Maino (a proposito: Maino, Marinos, Marò…una strana assonanza. Coincidenza? Io non credo). Purtroppo la misteriosa presidente del primo partito indiano e discendente acquisita di quella famiglia che dai tempi dell’indipendenza guida il paese, ha deciso di non aver nulla a che fare con gli italiani. Ma non solo in questo caso; da sempre, probabilmente dai tempi di uno scandalo di tangenti a favore dell’esercito indiano che coinvolsero un tale, italiano, che si dichiarò amico della Gandhi. E stiamo parlando degli anni ‘80, per cui big-Sonia deve essere proprio incazzata se da allora non ne ha voluto sapere del Bel Paese.

La cosa evidente, comunque, è la conferma del crollo della nostra immagine internazionale; colpa di Silvio “The clown” Berlusconi  o addirittura di Alcide “Cry me a river” De Gasperi, non lo so. Intanto un soldato americano ha fatto strage di civili in Afghanistan e un secondo dopo si è trovato teletrasportato in una base americana in Qatar (battuto tra l’altro il record detenuto prima dal pilota che tagliava i fili delle funivie come fili di ragnatela, e poi dai marines che scambiarono il mezzo di Calipari e della Sgrena per un autobomba– manco fossero stati due pescatori travestiti da pirati); un ostaggio italiano è morto durante un blitz inglese in Nigeria, con le autorità italiane che han detto di non sapere né dell’operazione, né dell’esistenza di un ostaggio italiano; altri due compatrioti, leggo or-ora, sono stati rapiti (pensa te) in India. C’è da aspettarsi uno scambio, a questo punto: i due marò nelle mani dei maoisti e i due missionari nelle mani della polizia.

A questo punto, e concludo, non rimane da dire una cosa antipatriottica-sarcastica-tagliente che neanche I Cani: “Quando esco dal confine / mi spaccio da austriaco / che loro di problemi / col mondo non ne hanno / sennonché una squadra di calcio di merda.”

Dan Marinos 

domenica 11 marzo 2012

E' inAUDITo!





“Bene, direi che puoi cominciare con un bel cut-off finanziario.” disse il primo giorno il senior.
“Ok” disse lo stagista
“Sai cos’è?” chiese il senior
“Ok” disse di nuovo lo stagista.

Sono in stage da poco più di un mese presso una società di revisione contabile e ho già capito tutto. Tutto. E neanche da dire che ho visto tante aziende diverse in questi 30 giorni; no, sono stato sempre dallo stesso cliente, una società produttrice di betoniere e pompe autocarrate per il calcestruzzo. Eppure ho capito tutto. Come no.
Partiamo appunto dal cliente e dall’interesse naturale ma non troppo logico che gli stagisti (e probabilmente anche molti delle persone assunte ufficialmente) provano verso di lui. I primi giorni, quando frequentavo con tutti gli altri pischelli alle prime armi i corsi di preparazione, era un continuo domandare: “Dove ti hanno mandato?”, seguito dalle seguenti risposte, disposte in ordine decrescente di stima che si creava negli occhi di chi aveva fatto la domanda.
          ·         “Da Armani!”
          ·         “Al Gruppo RCS!”
          ·         “Da Unicredit!”
          ·         “Da Philips.”
          ·         “Da Auchan.”
          ·         “Guardi che sono l’uomo delle pulizie.”
          ·         “Da una società che fa betoniere e pompe autocarrate per il calcestruzzo”

L’errore dello stagista sta nell’identificarsi di più nel cliente che nella società di revisione. Errore: i revisori non sono altro che benzinai i quali forse proveranno invidia davanti ad una Ferrari e pena davanti ad una Twingo primo modello, ma che comunque sanno che 50€ di verde sono uguali per tutte le automobili e soprattutto per le loro tasche. O, se l’esempio del benzinaio vi sembra troppo low-profile, vi dico che il revisore è come un ginecologo, ma non vado oltre perché ci siamo capiti benissimo.

Lo stagista-revisore nell’azienda di medie dimensioni con sede nell’hinterland milanese viene visto con curiosità,  come gli animali descritti da Marco Polo. E’ un giovanotto in giacca e cravatta che gira per gli uffici e fa domande di cui non è troppo sicuro di aver capito il significato, o che staziona davanti alla fotocopiatrice e ascolta i peggio gossip o le lamentele tra impiegati stile: 
  • “Ma sta fattura quando arriva?”
  • “E’ inutile che te la prendi con me, lo sai che di queste cose se ne occupa Giangiovanni, che non ha mai fatto un cazzo in vita sua, figurarsi a due settimane dalla pensione”.
  • “E la farfallina di Belen, ne vogliamo parlare?”
  • “BASTA! Non posso farmi venire i sintomi dell’infarto a cinquantadue anni, per questa azienda che non se lo merita!”
  •  “A Cuba ho mangiato l’aragosta ancora viva, un carpaccio di aragosta.”


Le relazioni sociali sono rese difficili anche dall’ostica gestione del “dare del lei, diamoci del tu”. Nel team tutti si danno del tu, e lo stesso succede con gli impiegati della società sotto revisione, per cui capita di parlare col responsabile della tesoreria o dell’amministrazione in tutta tranquillità.  Il “lei” lo si rispolvera solo nel caso in cui l’interlocutore è veramente uno di alto livello, ma questo capita molto raramente per uno stagista (tranne quella volta in cui ho chiesto al CFO come far ripartire la mia automobile che aveva la batteria andata. Ma questa è un’altra storia). Inizialmente dare del tu a tutti quanti, soprattutto managers e partner, è un po’ difficile e si fatica non poco cercando di rimanere del tutto impersonale nei dialoghi. Poi però ci si abitua, e onestamente ora temo per quei rapporti interpersonali dove il Lei è d’obbligo; ho il terrore insomma di rivolgermi al mio futuro professore-relatore con un secco: “We zio, cacciami la tesi!”.

Certo,  il partner rimane comunque una figura che intimorisce, specialmente nelle poche occasioni in cui si rivolge allo stagista; come quella volta che ero seduto accanto a lui e il mio povero, vecchio, rovinato cellulare Nokia stonava accanto ai Blackberry aziendali dei membri del team:
“Di chi è questo cellulare?”. La domanda sorprese tutti, visto che il partner alza la testa dal computer solo per estorcere informazioni complicatissime ed esclusivamente riferite alla revisione in corso. 
“…..è mio.”
“Ah, adesso danno questi cellulari ai neoassunti?”
“No…è mio…”
“Ah…sgrunf!” e ritornò in immersione nella revisione di magazzino.


Dal punto di vista del carico di lavoro questo non è nemmeno il momento migliore per fare uno stage in una società di revisione; quasi tutte le aziende chiudono i bilanci al 31 Dicembre, per cui Gennaio-Febbraio-Marzo è un momento di fuoco. Mi ero già preparato ad orari assurdi e invece il mio senior si è - finora - dimostrato particolarmente umano facendomi uscire verso le 6.30; il suo ragionamento non fa una piega: "Tanto gli straordinari non te li pagano, la copertura assicurativa pare che si limiti fino alle sei, arriva ad un punto e vai a casa.". Le giornate passano sempre piuttosto velocemente, in maniera routinaria quando il cliente è sempre lo stesso: quasi due ore di auto per arrivare sul posto, altrettante per tornare a casa, un audiolibro per l'andata e Cruciani e Parenzo per il ritorno. Nel mentre dell'odissea  si potrebbe anche pensare un po' al blog, farsi venire qualche idea carina per il nuovo articolo, ma per ora pare che la revisione mi stia inaridendo il flusso delle cazzate interessanti, lasciandomi e lasciandovi solo con questi articoli alla Bridget Jones. Si, sto mettendo le mani avanti, gran paraculo che sono.

Dopodiché si apre il capitolo Le peggio cazzate fatte in stage:  dall’aver lanciato la stampa di un intero foglio excel (150 pagine) per poi maledire (gaglioffi) assieme alla manager l’idiota che ha sprecato così tanti fogli, al recarsi in Calabria per contare le fotocellule di pannelli solari di un magazzino all’aperto proprio durante gli unici due giorni di pioggia annuale sulla regione. Ma questo vi verrà raccontato un’altra volta.

                                                                                                                                                                            Dan Marinos



“Chi ha fatto il cut-off finanziario?” disse il partner
“Io!” rispose lo stagista
“Come mai non è stato messo l’estratto conto della controllata XYZ?”
“Perché non c’erano operazioni con importi significativi”
“E voi come avete fate a saperlo?”
“Beh, perché abbiamo controllato gli estratti conto, con tutte le operazioni dettagliate.”
“E perché non è stato messo l’estratto conto di XYZ?”
“Perché non c’erano operazioni con importi significativi”
“E come facevi a saperlo?”
“Beh, perché abbiamo controllato gli…Ok.”

sabato 3 marzo 2012

A volte (pro) capita



Oggi parliamo di pro capite, che non vuol dire essere a favore del capitalismo. No, lo dico per evitare fraintendimenti, sennò poi va a finire che mi accusano di voler chiudere Famiglia Cristiana, di denigrare l’Alfa Mito e di voler usare le mie innocue centrali nucleari per bombardare Israele.
Dicevamo, pro capite: Wikipedia lo definisce in due righe come “una parola latina che significa per ogni testa. È usata nel campo statistico per indicare la media "per persona" di un certo aggregato ad es. reddito, consumo, ecc.”. Ovviamente l’economia è un settore che fa largo uso di questa misura, perché aiuta a confrontare valori assoluti come gli aggregati sopracitati: nel 2009, per esempio, il PIL del Lussemburgo era di circa 52 miliardi di euro, mentre gli Stati Uniti registravano 14 mila-miliardi. Yankees più ricchi dunque? La risposta è no (o “dipende”, ma in questo caso vuol dire che siete i soliti professori ignavi che fanno domande trabocchetto agli studenti).  Infatti gli abitanti del Lussemburgo sono solo 400mila, per cui nello spartirsi la torta-reddito ottengono delle fette decisamente abbondanti tanto da arrivare primi nella classifica dei migliori paesi per reddito-pro capite (con valori aggiustati tenendo conto della parità dei poteri d’acquisto); gli US invece rimangono indietro, alla sesta posizione. Questo nel 2009; nel 2010 incredibile sorpasso del Qatar, seguito da Lussemburgo, poi Singapore, Norvegia, Brunei…E l’Italia? Ventinovesima, tra Israele e Grecia. Eh insomma, italiani! Si può fare di meglio, non vi pare? Le soluzioni sono due: o produciamo di più e alziamo quindi il numeratore, o eliminiamo qualcuno dei 60.742.397 abitanti abbassando così il denominatore. Tipo, questi ultimi 397 qua: chi sono? Cosa fanno? Che squadra tifano? 
A dire la verità può anche capitare che un minor rapporto pro capite possa anche fare piacere. Il debito pubblico italiano è 1,9 mila miliardi di euro, cioè 32.230 euro a cranio (fonte: il contatore sulla home page di chicago-blog.it, quello con una mano anatomicamente non umana che ti punta il dito contro facendoti sentire una merda); a questo punto, in maniera opposta al caso di prima, per migliorare il rapporto il numeratore dovrebbe diminuire e/o il denominatore dovrebbe aumentare. Tuttavia, posto che avrei piacere nel veder calare ‘sti trentamila euro che devo a qualcuno, suppongo che suoni stonato sostenere che una maggiore natalità sia la giusta soluzione. 
Guardiamo un po’ nelle nostre tasche: non siamo solo debitori, qualche credito ce l’abbiamo. Per esempio, con il prestito da 130 miliardi di euro  la Grecia deve 266€ ad ogni singolo cittadino dell’Unione Europea, italiani compresi. E, da buon patriota della UE, mi sento di dire che i soldi della BCE sono pure soldi miei, per cui dei 530 miliardi di euro dati alle banche due giorni fa circa 1600 sono targati Dan Marinos (nb: ragionamento con fini puramente ludici, per favore non stracciatemi la laurea).
Ma non dobbiamo essere venali. Da sempre si dice che l’asso della manica della penisola è la cultura: attori, pittori, architetti... e scrittori. Pare che il fondo per l’editoria verrà rifinanziato per un ammontare di 120 milioni, cioè 2 euro pro capite. Bene: nel 2009 (ultimo dato disponibile negli archivi dell’Associazione Italiana Editori), sono stati pubblicati 57 mila titoli, tra cui Cotto e Mangiato della Parodi (classificatosi primo nel 2010) e Il tempo che vorrei di Fabio Volo (classificatosi 10mo). Ecco, io vorrei che quest’anno neanche un centesimo dei miei 2€ venisse buttato nel cesso; e siccome mi dicono che Fabio Volo ha registrato più di 5 milioni di copie vendute (numero medio di pagine secondo il mio calcolo in Excel: 236), rabbrividisco nello scoprire che il numero di pagine pro capite dei libri di Fabio Volo sia uguale a 20. E’ questa la cultura che dovrebbe portarci fuori dalla recessione? E’ questa l’arma che crediamo distingua l’Italia dal resto del mondo? Siamo il paese delle 8 pagine pro capite di Cotto e mangiato e dei soli 0,002 secondi pro capite di canzoni degli Elio e le Storie Tese. Vuol dire che ci vuole un paesino di 2800 persone per poter avere il sublime verso: “Perché Ok, sì, Gimmi Il Pedofilo…ma Il Pedofilo era il cognome!”.
Qualcuno potrebbe argomentare che il potere della cultura italiana sta nel mondo classico e rinascimentale. Beh, la Commedia di Dante è composta da 0,0002 versi pro capite o, assumendo una media di 11 sillabe per verso, 0,0025 sillabe per abitante: Firenze non sarebbe in grado di ottenere nemmeno un Canto.
Quante cose che ci insegna il nostro amico pro capite: il debito pro capite, il Pil pro capite, l’oro del Papa pro capite, i chilometri del TAV pro capite, il numero di notai, farmacisti e tassisti pro capite, i capelli di Sallusti pro capite… E’ un indice individualista, antropocentrico se volete, forse egoista nel tener conto delle singole persone, ma che meglio di tutti ci permette di capire noi stessi e che rende ogni cittadino uguale all’altro.
Pro capito?


Dan Marinos