sabato 8 ottobre 2011

Studiare in India. Mesiversario.


Esattamente un mese fa cominciavo la mia prima lezione, ora è tempo di sfornare le prime impressioni. Scriverò come uno che ha già capito tutto dell'India, o per lo meno della vita universitaria, anche se farei meglio a stere zitto visto che non ho ancora dato un esame, e si stanno avvicinando rapidi quelli di mid-term. Il fatto è che alcune cose che ho notato sono innegabili, per cui se non ho indovinato il perchè, almeno posso descrivere il cosa. Semplifichiamo le cose con qualche macrocategoria.
Corsi: la maggior parte di quelli offerti differisce e negli argomenti e nella didattica da ciò che si può trovare in Italia (ça va sans dire). Su 35 corsi offerti nel secondo anno di Post Graduate Program, circa 24 hanno un titolo su cui, a prima vista, o si aggrottano le sopracciglia o si ride fino a farsela nei pantaloni. Nel primo gruppo rientrarano: "Carbon Finance", "Family Business Dynamics" o il prolisso "Seminar Course on Globalising and Resurgent India through Innovative Transformation". Nel secondo invece troviamo, per esempio, "Persuasive Communication", "Developing Creative Self", o "Exploration in Role & Identity" (quest'ultimo non ha sede fissa: si viaggia per una settimana nel deserto con un professore-guru).
Quale senso e quale valore aggiunto possono apportare questi corsi, specialmente quelli che sembrano avere la valenza di un manuale comportamentale acquistabile presso ogni Autogrill? Difficile a dirsi. Innanzitutto molti di loro non sono affatto corsi dal voto assicurato. Managing Negotiations, per esempio, non ha esame e il voto deve essere appunto negoziato con il professore: quale modo migliore per verificare cosa si è imparato? Se il discorso della reputazione di un istituto (di rating, bancario, governativo) vale anche per l'undicesima Business School nel mondo secondo il ranking del Financial Times, allora mi aspetto che contrattare il voto parlando in inglese con un professore indiano non sia poi così semplice.
I corsi che risultano essere tosti sulla carta (Strategic Financial Management, Derivatives Pricing...) potrebbero nascondere l'insidia di esserer particolarmente demotivanti nel senso che la teoria di queste materie può benissimo (e forse anche meglio) essere fatta a Milano. Ed ecco infatti che questi corsi trattano ben poca teoria (che si da per già acquisita gli anni scorsi) ma solo casi pratici particolarmente tosti assegnati quasi da un giorno all'altro con scadenze che non coprono un mese o una settimana, ma l'arco di una nottata in bianco.
Quasi tutti i corsi, buffi o noiosi che siano, hanno valutazioni che non sono basate esclusivamente su esami scritti. Sistemi alternativi di valutazione si nascondo dietro anche ai corsi più conservativi: il 20-30% del voto di M&A è dettato da una simulazione di acquisizione in cui la classe verrà divisa in più gruppi che dovranno preparare un contratto tra bidder e target, cercando di negoziare il profitto migliore per la loro parte. Anche la partecipazione (rispondere in aula + fare i lavori di gruppo) è importante, viaggia tra il 20 e il 50%, anche se di fatto a lezione vedo ben poca concorrenza tra gli studenti indiani. Anzi, a parlare di più siamo noi exchange: perchè? Dicono che il motivo risieda nel fatto che al secondo ed ultimo anno agli indiani importi un po' meno del voto e un po' di più nella ricerca di uno sbocco lavorativo. Boh.
Consiglio finale, diversificate i corsi: sceglietene qualcuno tosto, qualcuno apparentemente o palesemente fuffa, informatevi bene sui programmi e insistete con i direttori di corsi di laurea a Milano affinchè vi vengano convertiti tutti. Non siate sfigati come me che ho un direttore che mi ha imposto solo corsi di finanza, mortacci sua.

Docenti: in Bocconi è facile riconoscere a quale dipartimento appartenga un professore. Giacca e cravatta? Finanza/accounting. Camicia a maniche corte infilata nei pantaloni (se non nelle mutande)? Macro-micro economia e Scienze delle decisioni. In India l'abbigliamento di qualunque professore si avvicina decisamente a quest'ultima categoria, ma con una sola condizione addittiva: la taglia deve essere XXL. Non importa quanto tu sia alto/grasso/muscoloso, in quegli abiti dovete starci tu e tutto il tuo karma. E questa è l'unica cosa che mi va di dire dei professori.

Servizi agli studenti:
  • Alloggi: stanza minuscola, una scrivania, un letto (no rete, no doghe, solo una tavola di legno e un sottile materasso), un armadio, un ventilatore che traballa appeso al soffitto, un balconcino che da sul giardinetto, cessi puliti (l'usura e la ruggine non contano come sporco), tanta gente simpatica nel dorm che è sempre pronta a darti una mano o a fare una chiacchierata, specialmente fino alle 4 del mattino. Tanto (loro) dormono di pomeriggio. Obbligatorio farsi assegnare il dorm-name.
  • Biblioteca: grazie all'aria condizionata, diventa la mia seconda (anzi prima) casa. Grandi tavoli per i lavori di gruppo, box singoli per lo studio individuale. Credo che ci possa stare il 2% di tutti gli studenti iscritti, ma tanto non ci va nessuno. Curiosa la presenza di qualsiasi libro didattico anche non inerente all'economia, tipo "guarire dalla dipendenza di oppio", "programmare con Windows 95" e "Impariamo la geografia/scienze/universo per bambini" (non sto scherzando. Mi sono dato come spiegazione il fatto che qui gli studenti dell'MBA e i professori vivono in appartamenti per famiglie, e quindi si portano appresso i bambini). Ieri, accanto al libro su tutti i tipi di fonduta, ho trovato un volumetto di ricette italiane pubblicato nel 1954 dalla Penguin con disegni di Guttuso. Perplessità.
  • webmail: sulla stessa piattaforma di gmail, è il fulcro di tutte le notizie del campus. Tutte le mail dei professori con le domande per gli assignment. Tutti gli eventi, dallo sport agli incontri con economisti e manager vari. Tutto il calendario delle lezioni. Chat integrata. Financial times - Asia a richiesta (aggratis). Userfriendly finchè non ti arrivano 30 mail al giorno, tutte importanti.
  • servizio mensa: soluzioni per non dimagrire. Mensa: 60 Rupie, poca scelta ma a volontà, televisore per guardare le partite. Caffetteria: si spende in media 70-80 Rupie, si aspettano 15 minuti per qualcosa di bassa qualità e in scarsa quantità. Juice: bel posto, più costoso degli altri ma di ottima qualità, succhi di frutta divini. ABBATTUTO dopo due settimane, non si sa il motivo. Ristorante: è nella parte nuova del campus, tutti dicono che ci sia un buffet esageratamente buono a 600 Rupie e bisogna prenotare almeno un giorno prima. In realtà nessuno ancora l'ha visto. Ristorante italiano, fuori dal campus, ti porta degli spaghetti e delle bruschette perfette a 200 Rupie; ottimo ogni tanto per sciacquarsi la bocca da quella fottuta spezia che è il coriandolo, che qui mettono ovunque.

Manca il capitolo più vasto, cioè quello riguardante i miei compagni di classe (autoctoni ed exchange) che richiederà una trattazione a parte. Comunque, ciò che conta per uno studente autoctono è la vita nel Campus. Tutto è incentrato all'interno delle mura in uno spazio vastissimo: campo da calcio (urendo), da cricket, campi da tennis e decine di campi per il badmington, due palestre ed eventi su eventi a cui partecipare. Questo vuol dire che nel bene o nel male, specialmente durante il primo anno di PGP quando i ritmi di studio sono asfissianti, gli studenti non escono nemmeno a vedere cosa c'è in giro per la città. Non è una vita da compatire e nemmeno da invidiare se confrontata con quella milanese. Il campus, l'affitto di un trilocale e il pendolarismo sono tre universi, tre possibilità che possono combinarsi insieme spiegando l'ontologia dello studente nella gioia e nel dolore, come Brahma, Vishnu e Shiva che si sono messi insieme per creare questo mondo, compreso 'sto cazzo di coriandolo che mannaggia a loro è dappertutto. Lo odio.

Dan Marinos

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